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| Big paper: il blog di Marco Archetti |
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| Il Fumo e l'Arrosto. |
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| OFFICINA DI SCRITTURA: SUONARE QUI, DI NAZARENO RUGGIERI |
31 maggio
2010 |


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Scorsi col dito la scritta “Suonare qui” attaccata al campanello del proprietario del market. (SEMMAI HAI SCORSO I CAMPANELLI PER TROVARE UN NOME, E TI SEI IMBATTUTO NELLA SCRITTA. SE INVECE INTENDI CHE HAI SCORSO COL DITO, ORIZZONTALEMNTE LA SCRITTA COME LEGGENDOLA AD ALTA VOCE, MAI VISTO NESSUNO NEL MONDO REALE FARE UNA COSA DEL GENERE. ESEMPIO DI COME SI RENDA IPERLETTERARIO UN DETTAGLIO E CI SI ALLONTANI DALL’IMMAGINE, PER CUI AL LETTORE NON SUONA CREDIBILE. E DICO SUONA PERCHE’ STAIMO PARLANDO DI CAMPANELLI.) Una signora scese le scale di casa sua, che si trovava proprio al di sopra del negozietto, con un fare altalenante e senza tempo. (“CON UN FARE” + AGGETTIVO SAREBBE COSA DA EVITARE. SINTESI! DIRE PIUTTOSTO: ALTALENANDO. COME SI POSSA POI SCENDERE LE SCALE E FARLO IN UN MODO CHE RIMANDI A MODALITA’ ANACRONISTICHE, NON CI ARRIVO PROPRIO. O VOLEVI DIRE CHE LO FA PIANO?) Portava addosso (BE’, ADDOSSO… LO IMMAGINO) un grembiule a fiori e sotto si intravedeva un vestito nerissimo (CIOE’ NERO) che le arrivava fin sotto alle ginocchia. Ai piedi, dei sandali di cuoio come non se ne vedevano più (TOGLEIREI “in giro”), sformati dalle dita che gli (LI) avevano calzati per anni. Sotto il naso si anneriva la peluria ad accennare un baffetto e due occhi profondi e neri come la pece (ANCH’ESSI SOTTO IL NASO? DETTO MALE! MEGLIO UNA COSA TIPO: “IL LABBRO SUPERIORE ERA IMPOLVERATO DA UNA PELURIA…”), infine, ci apparvero quando lei arrivò al portone dove eravamo rimasti ad aspettarla io e Sante. “Comandi” esordì la vecchina come (VIA: se) un soldato CHE avesse incrociato il suo superiore. “Noi vorremmo...” e lei si diresse, senza ascoltarci nemmeno, verso il negozio. (PASSAGGIO IN CUI LEI NEMMENO SE LI FILA E SE NE VA VA SPIEGATO MEGLIO CON UN’ANDATA A CAPO E UN PRIMO PIANO SULLE VOSTRE FACCE CHE GUARDANO UNO SPAZIO VUOTO PERCHE’ LEI NE E’ SCIVOLATA VIA) Due passi sul marciapiede sconnesso e aprì la porta del market (che non era mai chiusa a chiave: COME LO SAI? SE NARRI IN TERZA PERSONA PUO’ ESSERE, MA TU, COME LO SAI?) “Nessuno viene a rubare qui, non ci sta niente da fregare” ci anticipò. (AH… TE L’HA DETTO LEI! ALLORA ATTRIBUISCILO A LEI, SENNO’ LE RUBI UNA FRASE CHE PERDE, TORNO A DIRE, CREDIBILITA’) Chissà a quanta gente aveva già detto quelle parole. (NECESSARIO?) Quando la porta si mosse sui suoi cardini fece scattare il campanellino che tintinnò. Con uno strappo tolse la scritta appiccicata al vetro che avevamo letto anche noi “CHIUSO. SUONARE AFFIANCO” e che, a quanto pare, era anche un ottimo deterrente per i banditi. (QUESTA BATTUTA NON LA CAPISCO PROPRIO. CHE VOLEVI DIRE?) Gli scaffali del negozio erano quantomeno (?) opprimenti, c'era di tutto. Miele e scatole di preservativi affiancati a giocattoli e borse. Statuette di dubbio gusto, polvere e champagne erano inaccuratamente accostati tra loro (LA POLVERE STA ACCOSTATA? LA POLVERE VOLA, SI DEPOSITA, MA NON ME LA IMMAGINO STARE ACCOSTATA, SITUAZIONE CHE PREVEDE INAMOVIBILITA’ CIOE’ UNA STRUTTURA MOLECOLARMENTE COESA) e si dividevano uno spazio minimo. Grossi pupazzi gonfiabili pendevano dal soffitto come angeli in una festa patronale, limitando (NON SERVE “molto”) la luce del sole, alle cornici con immagini del Cristo cattolico erano appesi cornetti e corna contro la malora. Su un ripiano c'era una statuetta degli oscar con la data sotto 1959 e la scritta To the best actress e il prezzo in dollari incollato sulla base nera. Sotto, una pila di copie del Times erano ancora legate e invendute, lasciate a marcire. Un bancone da macelleria era appena accennato e ricoperto da conserve fatte in casa. Non riuscimmo a scorgere tutto quello che era esposto ( E MENO MALE, SENNO’ CE LO RACCONTAVI PER FILO E PER SEGNO! PERDONA LA BATTUTA, AMICO NAZARENO, MA QUESTO ELENCO NON POTREBBE ESSER RESO IN MANIERA UN PO’ PIU’ BRILLANTE? COSI’ SUONA UN PO’ LISTA PER IL PIZZICAGNOLO. CIOE’: NON SENTO LA POLVERE. NON MI FIGURO L’AMMONTICCHIAMENTO. NON VEDO LE COSE STIPATE E COMPRESSE COME IN UNA MERCERIA PORTOGHESE. LEGGO SOLO UN ELENCO PIATTO, CHE NON ESCE DALLA PAGINA PER FARSI VIVO. LE COSE LE DEVI RENDERE E RENDERE PLASTICHE, NON BUTTARLE LI’ UNA VIA L’ALTRA), alcune cose spuntavano alle spalle di altre più piccole, sopra gli alti scaffali. La donna si girò per accendere la luce e ci mostrò per un attimo il profilo della sua pancia gonfia (CH)e, credo, si protendesse in avanti a punta. Le avrei dato ottant'anni alla vecchina, come minimo, ma mi parve fosse incinta. Aggrottai le orbite degli occhi quasi fossi stato miope e d'istinto guardai Sante che invece aveva la faccia pallida e sudava freddo. Aveva i pugni chiusi. “Allora” disse la donna “come posso esservi d'aiuto?”. Sante, che a quel punto non riuscì a mantenere il sangue freddo e la forza, o la voglia, di applicare (CHE VUOL DIRE, QUI, “APPLICARE”?!) ciò che ci dicemmo durante il viaggio in auto, disse “cerchiamo la scatola F, so che lei ce l'ha”. Lei abbassò per un attimo lo sguardo e, non so come, tirò fuori velocemente una pistola enorme che ci puntò contro “mi dispiace, bei giovini, quello che state cercando non è in vendita”. Alzammo le mani e lei disse “ora vi prego di uscire dal mio negozio”. Sante, con un rapido gesto della mano, le lanciò addosso una statuetta della Madonna di Lourdes col manto rosso che si trovava proprio all'altezza del suo braccio (IL MANTO SI TROVAVA ALL’ALTEZZA DEL BRACCIO DELLA MADONNA O LA MADONNA SI TROVAVA ALL’ALTEZZA DEL BRACCIO DELLA VECCHIA PUERPERA? IMPRECISO. RICORDA CHE QUANTO PIU’ UNA SCENA SI FA INCALZANTE, QUANTO PIU’ SERVE PRECISIONE, SENNO’ NON VEDO NULLA E MI PERDO MENTRE LE PAROLE CORRONO AVANTI). La statuetta si infranse alle spalle della donna, mancandola clamorosamente. Lei, d'istinto, chiuse gli occhi e sparò. Un suono assordante ci investì ed io caddi con le spalle a terra. L'ultima cosa che vidi furono le scarpe di Sante e, dietro di loro (“DIETRO DI LORO” CIOE’?), riconobbi un Buddha dorato con una collana di fiori. Svenni, ma non vi rimasi per molto in quello stato perché il mio amico mi stava già trascinando via. “scappiamo sennò quella ci ammazza” mi disse. “E la scatola?” “l'ho presa, era nel frigo dei gelati, poi ti racconto, ora è meglio che arriviamo alla macchina”. Non avrei mai pensato che la scatola l'avremmo veramente trovata in questo paesino così sperduto. Sante ci ha sempre creduto, invece. E' stato lui a trascinarmi in questa storia e ora mi ritrovo con una spalla maciullata a correre sotto un sole cocente verso una macchina presa in affitto all'aeroporto. Eravamo arrivati da Torino con l'aereo. Decidemmo di partire quando il nonno di Sante ci raccontò di questa famosa “scatola F”. Ci disse che l'ultima persona (a cui l'aveva vista E’ PROPRIO BRUTTINO) era una ragazza bellissima, dai capelli neri. “Si è rincoglionito” sogghignai alle orecchie di Sante in quell'occasione, “Quello ne sa una più del demonio” mi ribatté lui. Illustrò ai nostri occhi cosa potesse fare quella scatola, aveva il potere di rendere felici, ma ci disse anche che era lei stessa a decidere il giorno che ti avrebbe lasciato e che bisognava lottare per riaverla. Cosa contenesse di preciso, non lo sapeva neanche lui. Sante era entusiasta di andare a cercare 'sta cosa. Io mi adeguai a questa piccola avventura. Ma la nonna non mollava. Guardai nello specchietto e la vidi a cavallo di un Sidecar con un altro signore seduto affianco. “Cazzo non molla la vecchia!” disse Sante. Sentimmo uno sparo e i vetri del lunotto andarono in frantumi. “Porco di quel porco” esclamai, vedendo quel tipo in piedi che cercava di ricaricare la doppietta. E la macchina era pure in affitto. “dove minchia mi hai portato brutto stronzo!” dissi a Sante “che ne sapevo io che la vecchia è una macchina da guerra? Non pensavo nemmeno di trovarla veramente 'sta cosa. L'ho vista di sfuggita, ho calato la mano nel frigo e l'ho presa. Guarda”. “La pesca miracolosa di sto cazzo hai fatto” gli risposi e mi diede la scatola. La spalla colpita mi dava il tormento e credetti di svenire di nuovo ma Sante me lo impediva con degli scossoni che facevano sbandare pure la macchina “Se svieni ti picchio”. Un altro sparo. Questa volta il nonnetto beccò le ruote posteriori e la macchina si andò a piantare contro un albero dopo aver fatto due giri su se stessa. Quando aprii gli occhi il volto di Sante era riverso sul volante e faceva suonare il clacson a ripetizione (A RIPETIZIONE? ALLORA SUSSULTAVA! CHE CAVOLO DI SVENIMENTO E’?). Con il braccio buono lo scossi (SEMMAI QUI, SUONA A RIPETIZIONE, CIOE’ RIPETENDO, A COLPETTI, PERCHE’ LO SCUOTI) e si riprese. Io non avevo più in mano la scatola e Sante, disperato, rivoltò tutta la macchina e i dintorni dell'incidente per cercarla, barcollando come un ubriaco, rintronato dalla botta. Non so, forse anch'io persi i sensi ed i due vecchietti me l'avevano presa dalle mani. Convinsi quel pazzoide del mio amico a tornare sulla strada e chiedere un passaggio. La strada non era lontana. Era Finita. La nostra avventura era finita ma dopo tanti anni mi sentivo vivo. Piangevo dal dolore, non ero certo Chuck Norris, non voletti (VOLETTI????????????) nemmeno sapere se il colpo avesse attraversato la spalla o si fosse fermato prima, avevo i vestiti madidi di sangue. Ci sedemmo sul ciglio della strada, in silenzio. Piangevo anche perché avevamo fallito, fregati da due vecchietti armati fino ai denti. Anche se non avevamo in tasca più nulla il ricordo di quelle giornate ci avrebbe accompagnato per il resto dei nostri giorni e di questo ne ( O “DI QUESTO” O “NE”) fui felice. D'un tratto un'auto coi fari accesi affrontò la curva e si fermò poco avanti rispetto a dove c'eravamo seduti io e Sante. Non ebbi la forza nemmeno per esclamare qualcosa. Sante, sporco, con i vestiti strappati, quasi un mendicante, andò verso l'auto e, dopo aver parlato con i passeggeri, saltò su, fecero retromarcia e caricarono anche me a bordo. (UN PO’ FINTO. SANTE VA DAL GUIDATORE, GLI PARLA, FANNO RETRO, TI CARICANO O SALTATE SU IN DUE IN QUEL MOMENTO) Alla guida c'era una ragazza bionda e al posto del passeggero un ragazzo alto dal viso espressivo (ESPRESSIVO NON ESPRIME. CERCARE LA CONCRETEZZA. ESEMPI A CASACCIO: “CON UN FACCINO DA LUCERTOLA”, “CON GLI OCCHI DI BRAGIA”), un naso pronunciato. Avevano l'aria di arrivare dal nord anche loro. “Dove siete diretti?” chiese Sante, la ragazza rispose “un paese qui vicino, abbiamo prenotato un albergo per una vacanza.” Lui aveva sulle gambe un blocco note pieno di appunti. “Portateci via di qui, il mio amico ha bisogno di cure e qui non c'è neanche un pronto soccorso”. I due si guardarono come se si stessero parlando col pensiero. Lei disse “ok” senza aggiungere altro. Uscimmo dal paese che vedevamo allontanarsi sempre di più. Sante si girò verso di me e mi sorrise compiaciuto. Non l'avevo mai visto così. Sante è un ragazzo preciso, lineare (ODIO QUEST’AGGETTIVO, MA E’ UN FATTO MIO), basta poco per capirlo e in certi momenti può essere veramente un pregio. Spesso crediamo di conoscerci ma ci sono dei bivi dove prendiamo strade del tutto inaspettate anche per noi stessi. (QUESTA DEL BIVIO E’ LA PRIMA FRASE CARINA) Quando fummo quasi arrivati al paese vicino la macchina ebbe un sussulto, forse una buca. Si aprì il portaoggetti difettoso, davanti al ragazzo, da dove spuntò una pistola. Uno schiaffo e lo richiuse di colpo. Quel salto fu una tragedia per la mia spalla, buttai la testa all'indietro e pensai: “forse anche loro ce la faranno”.
DUNQUE. POCHI PENSIERI. IL RACCONTO NON SEMBRA AVERE VELOCITA’ ESCOGITATE, MODULATE E POI BEN ESPRESSE. VA DA SOLO. MA VA NEL BURRONE DELLA SCARSA VEROSIMIGLIANZA (CHE IN SE’ NON SAREBBE UN PROBLEMA MA VA AMMINISTRATA E DEVO CAPIRE CHE SAI QUELLO CHE STAI FACENDO, PADRONANZA CHE QUI NON EMERGE) E DELLA COSTANTE IMPRECISIONE RAPPRESENTATIVA. I TUOI AGGETTIVI NON AGETTIVANO, SONO SEMPRE CONCETTUALI, E MAI (OSEREI DIRE) IN ALTORILIEVO. I SOSTANTIVI SONO PESCATI NELLO STAGNO DEI PRIMI CHE VENGONO IN MENTE, E SPESSO SONO INOPPORTUNI. LA SCENA DELL’INSEGUIMENTO(L’UNICA POTENZIALMENTE DISCRETA) PUO’ AVERE IL SUO FASCINO ANCHE ROCAMBOLESCO, MA (MA) VA RIVISTA, RISCRITTA E LIMATA ALLA LUCE DEL RINTOCCO RITMICO CHE QUI MANCA COMPLETAMENTE. E POI, SCUSA – QUESTO LO DICO A TUTTI – PER SCRIVERE SERVE TEMPO. QUI NON SEMBRA ESSERE STATO SPESO. BISOGNA MISURARSI ORIMA CON SE STESSI (COSA VOGLIO DIRE? OK. COME LO VOGLIO DIRE? OK. CHE “COLORE” DEVONO AVERE LE PAROLE? OK. CHE AURA DEVONO AVERE I PERSONAGGI? OK. SOLO A QUESTO PUNTO SI PUO’ OSAR APPOGGIARE LA PENNA SUL FOGLIO) E POI ANCHE CON LA SCRITTURA CHE NE E’ SGORGATA. PERCHE’ LA SCRITTURA, IN PRIMA STESURA, PUO’ SGORGARE, MA DEVE ANCHE, CONTEMPORANEMANTE, SGORGARE NELL’AUTORE LA CONSAPEVOLEZZA CHE HA COMPIUTO L’1% DEL LAVORO. CHE FARE? LEGGERE. MA ROBA BUONA. ANCHE ROBA OTTIMA. LEGGERE E IMPARARE. STUDIARE. TACERE. RIMUGINARE. IN UNA PAROLA SOLA: COSTRUIRE. QUANTO PIU’ SILENZIO C’E’ STATO PRIMA DELLA SCRITTURA, QUANTO PIU’ LA SCRITTURA SARA’ SOLIDA, VIVA, INTENZIONALE. RICORDARSI SEMPRE QUESTO: ESSERE CREDIBILI, NEL LESSICO E NELLA NARRAZIONE. FARSI ASCOLTARE RICHIEDE SEMPRE, COME MINIMO, QUESTO PRESUPPOSTO. E SOPRATTUTTO, VA DA SE’, AVERE QUALCOSA DA DIRE.
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