Ci si sente scemi ad andare alla polizia postale e dire: non mi hanno rubato la macchina, né la borsa, mi hanno scippato l’identità. Viene da chiedersi cosa sia in sostanza: qualcosa che mi lascia intatta, mi sta cucita addosso come un’ombra, “Dove gliel’hanno rubata?” chiede l’ispettore. “Su Facebook”: nel mondo, valla a trovare. Ci si sente soli alla polizia postale quando si tenta di far capire che quello/a che usa il mio nome e racconta una vita che dovrebbe essere la mia, non sono io e non è un caso di omonimia, che sì, quella nella foto che ha messo sono proprio io, che no, su Facebook non ho mai aperto un profilo personale. Mi spiegano che la denuncia me la devo scrivere (ah, non la scrivete voi?) e devo decidere se la voglio fare tramite avvocato. Mi chiedo cosa cambi o dovrebbe, mi torna in mente un carabiniere che tempo fa, per un’ingiustizia diversa, mi disse “Chiami Striscia la notizia”, perché in Italia o hai i soldi per chiamare l’avvocato o chiami il Gabibbo, come non esistessero servizi pubblici e forze dell’ordine, come non fossero soldi i soldi delle tasse. Le tasse le pago e l’avvocato non lo metto, mi dico, voglio vedere come va a finire, voglio finire come finirebbe un cittadino qualunque. Ci si sente impotenti alla polizia postale quando torni a consegnare la denuncia e ti senti dire la frase dei peggiori provini: le faremo sapere. Passo giorni su Facebook a leggere cosa scrive, cosa fa, come vive Giulia Carcasi, che poi sarei io. Molti l’accusano d’incoerenza e fanno bene: sono andata in televisione, ho detto, ridetto e scritto che sono contraria a Facebook e poi su Facebook c’è un mio profilo personale. Chi dà un messaggio e fa l’opposto non merita fiducia e quella che ha la perde, giustissimo, ma quella Giulia Carcasi non sono io. Sul suo profilo è scritto: “Se hai visto questo gruppo e non ti iscrivi avrai Sfiga tutta la vita” e in un attimo mi trasformo in una sorta di Vanna Marchi, io che negli anni ho interrotto mille catene di Sant’Antonio eppure ancora vivo. Il reato telematico si ripercuote sulla mia vita reale e non solo: tra gli amici di Giulia Carcasi ci sono ragazzine delle medie, adolescenti che hanno letto i miei libri, chiedono informazioni, consigli; chissà cosa risponde Giulia Carcasi in privato, nella chat di Facebook o tramite la mail appositamente creata, lui/lei che a tutti quelli che per fortuna non gli/le credono assicura di essere me e scrive idiozie che con me non c’entrano niente: “In amore si perdona finché si ama”, no Giulia, non ci siamo capite/i, io sono vendicativa, più amo meno perdono, perché mi aspetto qualcosa da quelli che amo, m’aspetto qualcosa dal mio Paese, dalla giustizia, da questa denuncia: magari così, per sbaglio, qualcuno si mette al lavoro e scopro chi sei. Chi sei? Uno/a psicopatico/a, vuoi screditarmi?, un fallito/a, uno/a che vuole adescare ragazzine, cerchi soldi? contatti professionali?, non avevi altro da fare?, in ogni caso in te c’è qualcosa di non buono altrimenti saresti te stesso, io non ti amo e non ti perdono, ti penderei a calci in culo e non virtualmente. Vedo quanti stanno su Facebook, praticamente tutti quelli che conosco e mi chiedo: perché nessuno si siede più sulle panchine? Quando prendo la metro, faccio la fila alla posta, vedo gente che non scambia una parola, non dà confidenza, perché i telegiornali ci hanno insegnato che la confidenza è pericolosa. Poi però vai su Facebook, lasci il corpo davanti allo schermo, diventi un io catodico, un io diluito, uno sciacquettio di persona, diventi leggero, ma di una leggerezza grave. Sei pronto/a a conoscere, dare confidenza, puoi essere chi vuoi e cosa vuoi, se vuoi pure Giulia Carcasi, che se vedessi la sua vera vita, non so, forse diresti quasi quasi mi tengo la mia, che tu scrivi “Finalmente torno a connettermi”, certo, sei “sempre a fare pubblicità a libri, convegni, promo…adesso relax un paio di giorni…”, qualcuno ti dice “è un sogno una vita del genere…”, io quel giorno mentre tu scrivevi pulivo la cantina. Alla fine di ogni frase metti la faccina sorridente :-), risate senza denti, vuoi che ti presto anche quelli? Facebook è un mondo edulcolorato, sono ore supplementari per raccontarsi palle, chiamiamo clandestini quelli che sbarcano sui gommoni, facciamo leggi per controllare loro e chi sono invece quelli che navigano su Internet, che leggi ci sono per loro? È un mondo di persone senza documenti né impronte digitali, belle facce vuote, accessibili, lasciano le chiavi della propria vita e tutti o quasi possono entrare. Mia nonna direbbe “Che gente è gente che non bussa?”, è un mondo di persone che si declinano. Declinarsi è un vecchio gioco: “Facciamo che io ero…”, quale bambino non l’ha detto?, “facciamo che io ero…” ma c’era la consapevolezza che si trattava di un tempo imperfetto, che era solo una sovrapposizione, come si appiccicavano le figurine così si diventava pirata o dottore. Ma su Facebook si dice “Io sono”, è questo tempo presente che vuole essere perfetto che mi spaventa. Passo giorni a leggere cosa scrive, cosa fa, come vive Giulia Carcasi: è un nome, nient’altro. La Giulietta di Shakespeare dice a Romeo: “tu sei tu, cosa vuol dire Montecchi? Non è la mano, né il piede, né il braccio, non è il volto, nulla di ciò che forma un corpo”, il corpo, vigliacco, l’hai lasciato davanti allo schermo. Ma se “quella che chiamiamo rosa, anche senza nome, avrebbe lo stesso profumo”, di cosa odora qualcosa che non ha stelo né fiore, che della rosa ha solo il nome? Meglio che non lo dico. Intanto, con le mani, controllo se ci sono e penso: beato un tempo in cui tutti si aveva un corpo. |