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| Umilissimamente servo vostro: il blog di Sergio Ramazzotti |
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| Consiglio del giorno: scrivere (e insieme leggere) aiuta a combattere l’accidia, temperare l’ira, distrarsi dall’invidia, non pensare alla gola, rinunciare alla superbia, accantonare l’avarizia, rimandare la lussuria. È un gran bel peccato: l’ottavo. |
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| È LA GUERRA, STUPIDO |
29 luglio
2009 |


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“Chi era arrivato da qualche mese con un’arma in mano e l’ordine di difendere una postazione aveva trovato i giochi già fatti, e tutt’attorno il muro di ostilità e di frustrazione era ormai alto e solido e domandarsi dove era stata posata la prima pietra e da chi e perché non sarebbe stato di nessuna utilità. A quel punto, l’unica cosa da fare era difendersi da chi stava dall’altra parte e cercare di riportare a casa la pelle, e il modo migliore per farlo era sparare per primi”. È una frase che si riferisce a un gruppo di carabinieri di stanza all’ambasciata italiana a Baghdad nel 2004. Chi è l’imbecille che ha potuto scrivere una cosa tanto superficiale? Ahimé, io. Sono passati cinque anni, ho avuto un altro incontro ravvicinato con i nostri soldati in missione all’estero – i militari della Folgore in Afghanistan, per la precisione – e i fatti mi costringono a rimangiarmi quelle parole, che forse erano valide in Iraq nel 2004, ma oggi, nell’altro teatro di guerra che abbiamo ereditato dall’ormai prepensionato George Bush, sono molto sbagliate. Fra giugno e luglio ho trascorso alcune settimane da embedded, come va di moda dire (in italiano sarebbe “aggregato”), con la Brigata Folgore nelle basi di Farah, Musahi, Bala Murghab e Bala Baluk, che sono allucinanti avamposti bunkerizzati in mezzo a deserti circondati da montagne, dove si conduce una vita da topi (definirla da cani sarebbe un eufemismo), ci si lava quando capita (non sempre l’acqua abbonda) e si è costantemente sotto il tiro dei mortai dei talebani. Ciò che più mi ha colpito (avrebbe potuto facilmente trattarsi di una bomba di mortaio, ma grazie al cielo spesso sono imprecise) è stato lo spirito con cui i nostri soldati affrontano la missione che gli è stata affidata: lungi dall’essere coloro che sparano per primi, mi sono parsi invece sinceramente convinti di doversi dedicare a quell’opera di ricostruzione e di conquista “dei cuori e delle menti” che avrebbe dovuto cominciare sette anni fa, immediatamente dopo la caduta dei talebani, che i marines americani si sono sempre rifiutati di intraprendere (“Noi siamo addestrati alla guerra, non a costruire asili” dicevano i generali americani) e che solo da qualche tempo a questa parte, con imperdonabile ritardo, ci si è decisi compiere con vero impegno. I soldati italiani, che ci piaccia o no ammetterlo, sono più preparati, seri e professionali del marines americano medio e, quel che più conta, non si atteggiano a guerrieri per i quali costruire un asilo è un’onta che va lavata col sangue di dieci nemici per metro quadro edificato. Loro costruiscono moschee, scuole coraniche, edifici pubblici, e sono pure riusciti a convincere parecchi contadini a passare dalla coltivazione dell’oppio a quella dello zafferano, industriandosi poi per distribuirlo in Europa e dimostrare loro che potevano guadagnarci di più. Infine, quando necessario (cioè spesso) sparano: inutile nascondersi che si tratta sì di una missione di pace, ma, come sempre accade con le missioni di pace, si svolge in zona di guerra. È quanto ho visto con i miei occhi, sempre che siano ancora in grado di valutare una situazione. E potrei anche spingermi a giurare di non esser stato colpito dalla sindrome di Stoccolma sempre in agguato per il giornalista embedded. Continuo a essere allergico alla guerra, ma al tempo stesso mi fanno sorridere quel 56 per cento di italiani che, sull’onda della commozione per la morte del caporale Di Lisio, auspica il ritiro delle truppe (exit strategy, in italiano), o quegli uomini politici che proclamano “dobbiamo proteggere i nostri ragazzi”: ma come, non sarebbe l’esercito a dover proteggere noi? Se oggi la situazione in Afghanistan è quella che è, la responsabilità è tutta nostra. Sono allergico alla guerra, ma ancor di più alla guerra combattuta stupidamente, senza preoccuparsi di far seguire i cannoneggiamenti da una campagna di ricostruzione, quella che nel 2002 tutti gli afgani attendevano e che, se fosse stata varata subito e su larga scala, avrebbe probabilmente conquistato buona parte dei cuori e delle menti. Invece si è lasciato che le cose andassero per conto loro, ovvero che tornassero lentamente al punto d’inizio, abbandonando gli afgani a se stessi e lasciando che i talebani si ricucissero le ferite, si raggruppassero, si riarmassero e tornassero più agguerriti che mai, il tutto con la solerte assistenza dell’Isi, i servizi segreti pakistani notoriamente amici per la pelle del mullah Omar, e facendo finta di credere alle panzane del deposto presidente-generale Musharraf che da Islamabad giurava eterna fedeltà alla causa occidentale. Potrei elaborare, ma non basterebbero cento di queste pagine. Vorrei però raccontare un episodio che mi è capitato mentre ero con i nostri soldati impegnati in una distribuzione di doni – viveri, vestiti e giocattoli – in un villaggio poverissimo chiamato Mohsen Kalay, nei pressi di Farah. È un nome che non scorderò facilmente, poiché sarebbe potuto essere il posto dove sorgeva la mia lapide (o quella di qualche altro connazionale), se l’ordigno esplosivo da otto chili che i talebani ci avevano preparato come benvenuto lungo la pista, e sul quale siamo passati tutti all’andata, avesse funzionato. Arrivati al villaggio, ci sono volute tre ore buone per convincere gli abitanti, poche dozzine di straccioni coltivatori di oppio a cottimo e alla mercé dei talebani, a prendere i regali. Gli anziani temevano la ritorsione: “Se accettiamo, i talebani verranno a saperlo presto” ci ha detto il capo villaggio “e per bene che ci possa andare bruceranno tutte le capanne”. Mentre il consiglio degli anziani discuteva a gran voce sul da farsi, sono stati i bambini a farsi avanti: è bastato che uno di loro, col coraggio dell’incoscienza, afferrasse il primo pallone colorato, perché tutti gli altri seguissero a ruota, e dopo di loro gli adulti. In capo a pochi minuti il camion dei regali era vuoto. Prima che ce ne andassimo, il capo è venuto a salutarci e ha detto: “Abbiamo preso tutti i regali. Ora vedremo che ne sarà di noi, ma siamo pronti. Consideratelo un atto di fiducia nei vostri confronti”. In Afghanistan, una frase del genere ha il valore di un assegno in bianco, non datato e coperto da un conto parecchio solido. Gli abitanti erano schierati dietro il suo enorme turbante e le facce, di solito dure come la pietra, erano colme di gratitudine. Un momento, è un sintomo della sindrome di Stoccolma se dico che mi pare di aver visto anche qualche sguardo di speranza? Quei contadini non sarebbero felici di un ritiro. Significherebbe tradire la loro fiducia, strappare l’assegno sotto i loro occhi e sputarci sopra. Si dirà: potrebbero essere gli stessi che domani scaveranno per piazzare un altro ordigno ai lati della strada. È possibile, a meno che non si dimostri loro che hanno più convenienza a lasciarci in vita che a ucciderci. Nel qual caso, quando i talebani ordineranno loro di scavare minacciandoli con le armi, lo faranno, piazzeranno la bomba, ma poi, di nascosto, verranno ad avvertirci per tempo dove si trova: è già successo. Quanto al pantano afgano nel quale siamo immersi fino al collo, e da cui già Alessandro Magno aveva osservato quanto sia difficile uscire, beh, quello l’abbiamo scavato noi. Ed è la nostra insipienza degli ultimi sette anni, oltre alle facce che avevano quel giorno gli abitanti di Mohsen Kalay, a imporci di rimanervi.
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