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Vicolo verde: il blog di Silvia Di Natale
Chiare fresche dolci acque del rio Buritaca 18 giugno 2010


Chiare fresche dolci acque del rio Buritaca

La città perduta nella Sierra Nevada si raggiunge dopo tre giorni di cammino, seguendo i sentieri che un tempo congiungevano la capitale dei Tayrona alla costa. Fino a cinque secoli fa i sentieri dovevano essere migliori, lastricati o provvisti di gradini, oggi sono fangosi e spesso la pioggia se ne porta via un pezzo. Dovevano anche essere più popolat, gente che saliva dal mare portando sale e pesce, contadini che scendevano con la frutta da vendere. Oggi non si incontrano più gli orgogliosi Tayrona, di cui di Juan Castallanos, il cronista dei conquistadores, nel 1544 scrive:
“All’alba si avvicina alla nostra nave una lunga imbarcazione fatta di un tronco solo; dentro ci sono circa quaranta uomini che remano con pale simili a quelle che adoperano i panettieri. Gli uomini sono tutti ben fatti, hanno gambe diritte, non ce n’è uno che sia storpio…”.
La guida ci legge il pezzo tratto dalla cronaca mentre siamo riuniti in una capanna riscostruita. Fuori ci mostra gli alberi enormi in cui i Tayrona scavavano le loro imbarcazioni. Ma Non erano solo dei bravi navigatori che sembra abbiano raggiunto il Panama, ma anche impavidi guerrieri (resistettero quasi un secolo agli spagnoli e soccombettero non tanto alle armi da fuoco, quanto a quelle dello stupro e delle malattie), e bravissimi orafi. I Koguis che incontriamo per strada non hanno niente a che vedere con i Tayrona, sono di un’altra stirpe che cercò scampo sulle pendici della Sierra Nevada e lo trovò isolandosi dal mondo, come ancora cercano di fare.
I koguis sono un’etnia triste. Vestono tuniche che hanno il colore della selva nella nebbia. Gli uomini, gli unici a portare pantaloni e stivali di gomma, camminano rimescolando polvere di gusci di conchiglie con foglie di coca tritúrate dentro una zucchetta cava che chiamano poporo e portano sempre con sè. Il poporo ha uno strano coperchio fornito di un bastoncino; di quando in quando, mentre parlano, se lo portano alla bocca. E’ l’unica somiglianza con i Tayrona, ma tra di loro neppure lo sciamano possiede un poporo d’oro. I Koguis non sorridono mai, quasi non rispondono al saluto, ma ci gettano addosso uno sguardo ostile, come se ci rimproverassero di venire a disturbarli, e sì che siamo la loro fonte più importante di reddito.
Alicia non deve avere più di trent’anni, ma la gengiva superiore completamente priva di denti le dà un aspetto da vecchia. Controvoglia si toglie dalle spalle l’involucro che sorregge con la fronte e svolge lentamente gli stracci finchè appare un faccino grigio. Maria, tre settimane di vita. Neppure un accenno di sorriso ringiovanisce il viso scarno, mentre io mi complimento con lei. Mi meraviglio di quel nome cristiano – i Koguis sono una delle poche etnie della Colombia a non essere state cristianizzate – e allora Alicia nomina gli altri bambini tenendo il conto sulle dita: David, Daniel, Juan… sette, quelli vivi, i due morti non hanno nome. Poi mi mostra gli stracci che avvolgono la neonata: sono asciugamani che le hanno regalato i turisti, mi dice. Non ne ho uno da darle?
Mi separo dall’ unico in mio possesso. Aggiungo che non è pulito, ma subito mi accorgo di quanto sia ridicola la frase. Alicia non sembra aver inteso.
Daniel, il figlio maggiore, è venuto con lei. Dice di avere sei anni, ma deve averne almeno nove. Non sa scrivere neppure il suo nome, ma è molto sveglio. Allunga le mani sugli oggetti che ho lasciato sul tavolo e afferra la pila.
- Dov’è la batteria? Vuole sapere. Madre e figlio ne studiano attenti la posizione.
- Dammela, mi dice Daniel senza mezzi termini.
Ne ho bisogno io, rispondo. Mi lanciano uno sguardo in cui leggo rimprovero e invidia. Dev’essere duro vivere al buio, mentre giorno dopo giorno, a pochi passi dalla loro capanna, sfilano estranei provvisti di luce.
Per difendere la loro identità i Koguis non hanno trovato altra via che quella di rifiutare tutto ciò che la minaccia, anche la luce. Più furbi gli Arnaco che vivono dall’altra parte della Sierra Nevada e hanno saputo conciliare le tradizioni – l’abito bianco, il copricapo, le acconciature – con i vantaggi della civilizzazione. L’anno scorso, quando qualcuno ha messo su internet la fotografa dello sciamano dei Koguis stampata su una t-shirt , se ne sono accorti e hanno accusato i vicini di mettere in vendita la propia cultura… Hanno preteso che cacciassero lo sciamano…
Fanno di tutto per indebolire i Koguis e appropriarsi degli introiti proveniente dal turismo: la ciudad perdida si trova infatti in territorio Koguis, mi spiega Miguel, la guida
Ignari degli intrighi tra gli indigeni, saliamo, fradici per l’umidità che ci avvolge, occupati a non scivolare sul terreno fangoso, a evitare le insidie delle rocce viscide lungo il fiume e a guadarlo senza inzupparci del tutto.
Al settimo guado ho smesso di contare le volte in cui abbiamo attraversato il Buritaca. Noto però che l’acqua si fa di volta in volta più fredda, soprattutto nelle piscine. Di queste ho tenuto il conto: sei. Le dolci e fresce acque del rio Buritaca smettono la corsa per allargarsi in magnifiche pozze profonde, in cui i miei spericolati compagni si tuffano a piedi in giù. Li guardo colma di ammirazione; io mi limito a lasciarmi scivolare dentro nell’acqua e ad assoporarne la delizia.
Sono sudata come gli altri, anche se sono l’unica ad andare leggera: ero la più carica, dopo la mula, ma Miguel mi ha immediatamente liberata dall’invicta caricandola sulla groppa del povero animale che già porta le nostre provvsite. Ho sentito un lieve senso di colpa e qualcosa come umiliazione, ma ho subito accettato con serenità il vantaggio che in altre epoche mi avrebbe offesa: ho pur sempre sulle spalle trent’anni in più del più vecchio dei miei compagni. Ad ogni guado attendo la mano che si tende a sorreggermi: il Buritaca non scherza e quando piove ingrossa da un momento all’altro. Per questo dobbiamo raggiungere il capanno che ci accoglierà prima del mezzogiorno, quando le nuvole che a poco a poco si accumulano nella valle si raggiungeranno per rovesciarci addosso un torrente d’acqua. Il penultimo giorno, siamo già sulla strada del ritorno, l’acqua ci coglie per strada. Io arrivo per ultima all’ultimo guado. Sam, il gringo calvo, ha già afferrato MIguelito, il cane che ci ha seguiti per tutta la strada, e l’ha messo in salvo dall’altra parte. Anche le australiane sono già al sicuro. Gli ultimi della fila sono Matteo, il veterinario polacco, e Rafael, il più giovane del gruppo, un olandese sempre un po’ assonnato. La corrente si è così gonfiata che arriva al petto del polacco e quasi travolge Rafael… Solo all’ultimo momento ce la fa a riprendere l’quilibrio…
Fino a sei anni fa in quel punto del fiume c’era un tronco che fungeva da ponte e solo i Kogis riuscivano ad attraversare stando in piedi. Ora al suo posto, tra le rocce, c’è una corda con una carrucola arrugginita che sorregge una struttura di ferro, con assi mobili che fanno da sedile. Lì mi raggomitolo. Miguel mi dice di tenermi ben stretta (raccomandazione del tutto inutile) e tira la corda. Per non guardare in basso, mi metto a contare. Arrivo fino a tredici. Ma il peggio è dall’altra parte, dove non c’è una comoda discesa, ma una sottile sporgenza di roccia. Non so dove aggrapparmi per riuscire a rizzarmi. Meno male che Miguel si è fatto carico dell’invicta…
E la ciudad perdita? Immaginatevi un villaggio nuragico in cui siano rimaste solo le fondamenta circolari Immaginatevi tutt’intorno palme altissime - sono le tagua che hanno grappoli di semi che chiamano avorio vegetale -; immaginatevi una selva tenuta a parco perchè non invada la città ritrovata e lo sfondo verdissimo della valle tagliato da una cascata vertigiosa. Immaginatevi un sistema di scale che scendono da un asse centrale e salgono da una terrazza all’altra. Imaginatevi, infine, un centro archeologico dove ci siete solo voi con i pochi compagni.
Soli in realtà non siamo, perchè a difendere la città dei tayrona dai tombaroli c’è una compagnia di militari, che però si mimetizzano bene con la selva.
Per finire, una nota a difesa dei tombaroli: in fondo si deve a loro se la città perduta è stata ritrovata. Hanno portato via un bel po’ di oggetti e distrutto più di un muro, è vero, ma sono stati così garbati da lasciare la maggior parte delle pietre, così da permettere agli archeologi, quando finalmente hanno ottenuto il permesso di occuparsene loro, di ricostruire parte della struttura della città. E in fondo i quaqueros non facevano che il loro mestiere: fino al 1979 la loro era una professione riconosciuta ufficialmente, con tanto di sindacato, regolarmente iscritto al ministero del lavoro. Ora molti degli antichi quaqueros sono diventati guide turistiche. Guadagnano meno, ma il mestiere è più sicuro, mi assicura Miguel.
 
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copertina

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 La scheda autore di Silvia Di Natale