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Una volta qui era tutta avanguardia: il blog di Vanni Santoni
Il vino e la sambuca 21 novembre 2008


La sveglia del cellulare suona. La spengo. Dall’avvolgibile filtra un getto lieve di luce calda, non si sa bene che luce sia. Certo è una luce buona, penso, per una volta potrebbe essere quella delle dieci, invece che delle due.
Alle due, ma di notte, un’Audi A5 2698 c.c. grigia priva di optional coglieva in pieno un palo possente, un pilone ad H, di acciaio, sul bordo della superstrada. La superstrada Siena-Arezzo è pericolosa. – Com’è la
superstrada? – chiedevo io piccino al babbo.
– Come l’autostrada, ma più pericolosa.

Per il novecentesimo giorno o giù di lì mi sveglio oltre le quattordici. Per la novecentesima volta – mentre ficco il cellulare spento nella tasca dietro dei calzoni del pigiama e con il pollice intanto lo accendo e mi trascino verso il cesso e mentre piscio sento dalla tasca la vibrazione e il jingle della Nokia – spero che, quando guarderò il display per sapere che ore sono, siano – tipo – le undici, o anche prima. E che ci siano pochi messaggi e avvisi di squilli rimbalzati.
Il display dice quattordici e ventidue. Un messaggio, due, tre, quattro… Mi staso una narice nel cesso, il moccio coglie tosto la ciambella. Penso che sarebbe il caso di smettere di fumare, che insomma, si dice tanto di questa o quella droga, ma alla fine, quelle che ammazzano, sono alcol e tabacco, mica le robe strane.
I miei non hanno mai fumato una sigaretta, credo. Per quello ci terrebbero tanto che non fumassi, che Isi non fumasse (lei sì, che fuma come un incendio); e invece noi no: Diana rosse, Diana blu, Fortuna, oggi quella stoppetta appiccicosa delle Camel Light. Loro però, i miei, va detto che
bevono che noi neanche alle feste universitarie quando eravamo primini; a quelle cene – buone, in ristoranti buoni – passano certi giri di rosso… Mica acidi o fatti con le polverine: rossi nobili, schietti, brunelli e malvasie, rossi del tipo che quando arrivano in tavola qualunque cretino può sfoggiare le due palle enologiche che conosce. Ed ecco il Syrah, ed ecco un vitigno raro. Ed ecco mio padre, pieno fino alla gola di fruttato, mio padre tendente al granata che si sfracella su una barra di acciaio, l’Audi A5 asciutta, equilibrata e persistente che abbraccia il pilone ad H, mia madre uno schianto, uno spacco robusto, intenso, sul vetro, sparata fuori, un tuffo, frulla e si arena nella mota, tra gli schizzi di terra di Siena.

I miei genitori sono morti.
Leggo il messaggio. C’è gente che si lamenta che è stata lasciata, via messaggio. Ed ecco oggi mia zia che scrive: CHIAMAMI, LA MAMMA E IL BABBO SONO MORTI, UN INCIDENTE. Che donna. Sono morti. Incidente. Crepati.
Che botta di culo, penso.
Poi mi vergogno.
Conoscendo mia zia, ha mandato lo stesso messaggio anche a mia sorella. Invii multipli: li ha imparati che sarà un anno, e ne abusa. C’è infatti, dopo, in mezzo a mille avvisi di chiamata, tra i quali riconosco più di un numero noto, un messaggio di Isi.
VIENI, dice.
Vado.
La porta di legno zigrinato con la lacca scura scrostata è socchiusa. Si sente un odore vago di cucinato, di unto. Entro, la trovo in tinello. Il gatto ruzza con un pezzo di corda. La casa è sudicia. Non in modo grossolano: non ci sono piatti sporchi in giro o robaccia per terra, ma gli angoli, i vani, i punti difficili da raggiungere, ognuno è un covo di nero e di loia. Molti oggetti sono fuori posto: una posata su un comodino, la fruttiera su una sedia, un libro nella vetrina, insieme ai piatti.
Isabella seduta che gioca col pacchetto di Camel Light, gli occhi pesti, le mani bianche stecche che tremano, le unghie sporche. Dalla cucina – netto, adesso – odore di Sofficini.
Isi beve.
– Versami un sorso, – dico.
Lo versa. È trasparente.
Odore acuto, dolciastro, anisato.
– Sambuca? – le chiedo. Non risponde ma si accende una Camel; ne allunga una anche a me. La accendo.
– È vero? – mi chiede.
– È vero sì: lo sai.
– E ora?
– Cosa?
– E ora che facciamo?
– Come, che facciamo? A te, credo, cambia poco: ti si vedeva una volta al mese, a far bene.
Piange.
– Che piangi?
– Aurelio, come 'che piangi?', come 'cambia poco'? È morta la mamma. È morto il babbo.
– Abbiamo due case. Una mia, una tua. Oppure, le affittiamo. Due lire in tasca. Nessun vecchio da mantenere tra quindici o dieci anni – (Nessun
libretto universitario vuoto da giustificare, penso tra me).
– Ho la padella sul fuoco.
– E spengila.
– Prima dimmi che si fa.
Mia sorella, laureata in Lettere antiche, velleità di ricerca. In Italia, oggi, ricercare: ti immagini? Discorsi che servivano solo a tener buona la mamma. Che voleva fare, Isabella? Più che una ragazza, una canna, una trattoria, una
teoria di ex-fidanzati, un «lunedì ricomincio con la palestra».
– Non c’è nulla da fare! Abbiamo immobili, rendite; qualche soldo. E poi, cosa credi, che non mi dispiaccia?
– Guardati: parli di soldi, di immobili… Sei fuori di testa, sei malvagio.
– Ma no, ma di che!, macché! È che tanto prima o poi… Prima o poi morivano uguale!
– Ho la padella, il mangiare: c’è la padella sul fuoco.
– È una svolta Isi, una svolta!
Isi che prende il coltello – c’è un coltello, grosso, lì sul tavolo – lo prende, lo impugna. (Isabella che pensa: davvero, ora, quel lavoro tranquillo a Valencia, a Barcellona, o dov’è che me lo avevano proposto, lo potrei pure prendere;
potrei pensare di farmi una vita pian piano, come volevo, senza addosso, gravoso, quel peso tremendo di aspettative che da un pezzo ho tradito).
Isi col coltello in mano, si alza e fa un soffio da gatto, ma ha già perso lo slancio, né d’altronde farebbe qualcosa di davvero cattivo. Mi alzo, aspetto la mossa, sto pronto a bloccarla.
Prova, ma poco, ad ammazzarmi; non ci riesce. L’abbranco. Insieme, piangiamo.
Isi mi stringe, la stringo; piangiamo. La cucina, intanto, brucia.

Dopo – poco dopo – io e lei, coi secchi. Spegniamo gli sportelli di truciolato rivestito bianco, c’è puzzo, una zaffa sintetica, da fiamme verdi, o viola.
– Non ce la farò mai a fare il riconoscimento dei corpi, – mi dice. Per terra c’è
un lago.
– Lo so, sorella, lo so. Sarà brutta, ma va fatta anche questa.
– Sarà vero davvero?
– Pare. Speriamo.
– Speriamo. Riaccendo il telefono, allora.
Squilla subito, e non smette. La zia, i carabinieri, il nonno, i cugini e anche un tale Renato. Rispondiamo a turno. Ci prende la tristezza. Beviamo sambuca.
 
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