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| Rane dal cielo: il bollettino meteorologico di Martino Gozzi |
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| Le correzioni |
14 giugno
2009 |


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“Lunedì avevo quasi trentamila dollari in contanti. Volevo dartene ventiquattromila. Ma poi siamo stati rapinati da uomini in uniforme e passamontagna. Anche se può sembrare inverosimile.”
Questa battuta di dialogo si trova a pagina 579 della traduzione italiana delle “Correzioni,” il grande romanzo di Jonathan Franzen. La pronuncia Chip Lambert – lo sventurato professore di Narrativa di Consumo e sceneggiatore fallito – al ritorno da un rocambolesco soggiorno a Vilnius in compagnia di Gitanas Misevičius, un filibustiere lituano con aspirazioni eversive e un passato in politica.
Ricordo di aver riso la prima volta in cui l’ho letta, e ricordo di aver pensato: anch’io voglio andare in Lituania. Ora che sono qui – potrei dire a causa di quella battuta – ho scoperto da un sito internet che Jonathan Franzen non si è mai preso il disturbo di visitare Vilnius durante la stesura del romanzo. Un po’ mi è dispiaciuto, un po’ mi sono detto che non può esser vero. Ma in fondo che importa? I riferimenti satirici alla capitale – all’aria che si respira, in questa capitale – appaiono forse ancora più verosimili, nella permanenza del dubbio.
Rileggo un passaggio a pagina 468. “Chip fu colpito dalle evidenti analogie fra la Lituania del mercato nero e l’America del mercato libero. In entrambi i paesi, la ricchezza era concentrata nelle mani di poche persone; non esisteva più alcuna distinzione significativa fra il settore pubblico e quello privato; i ricchi commercianti vivevano in un’ansia perpetua che li spingeva a espandere spietatamente il loro impero; i cittadini comuni vivevano nella paura perpetua di venir licenziati e nella perpetua confusione su quale potente interesse privato possedesse in quel momento una qualunque ex istituzione pubblica; e l’economia era alimentata in larga misura dalla domanda insaziabile di beni di lusso da parte dell’élite.”
Due paragrafi sotto rido di nuovo, pensando al povero Chip. “Eppure, in un certo senso, vivere in una terra dove il diritto di proprietà e il controllo dell’opinione pubblica erano chiaramente in mano a chi aveva le pistole riscaldava il suo cuore foucaultiano.”
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