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| Il diario dell'operaio tamagochi: il blog di Francesco Dezio |
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| Zulù alla catena |
30 settembre
2004 |


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Pubblico una serie di interventi apparsi su Musica. Nella fattispecie, si parla del sogno bagnato di Rubino, che vorrebbe vedere Zulù trottare alla catena di montaggio. Su queste affermazioni si è scatenato un dibattito. Zulù e i cantanti rispondono a Francesco Dezio (Musica del 16 Settembre, n. 428), che a mia volta rispondo, nell’attuale numero, oggi in edicola (n. 430) … il tempo di battere questo materiale e sarà anche quello in rete.
Liberiamoci del lavoro
Francesco Dezio sogna “Zulù alla catena di montaggio”? Io gli canto: original original, disoccupato io non chiedo di lavorare che, se il lavoro è come voi l’avete pensato, non si può morire per campare. Perché, se c’è una cosa che fin da piccolo mi sono ripromesso,, è di non finire alla catena. Con gli operai in lotta sempre, ma con in testa un sogno: un mondo liberato dal lavoro. Anzi, un mondo in cui nessuno più lavora, tranne Berlusconi. Che andrebbe mostrato in tv, per far vedere ai bambini quanto si stava peggio prima.
Luca Zulù Persico
Bentornato conflitto
Le pagine che leggo di “Nicola Rubino è entrato in fabbrica” hanno il merito di portarti direttamente al centro di quello che per me è l’unico conflitto che abbia un senso: i rapporti di forza nel mercato del lavoro. Lo scontro tra chi sta sopra e chi sta sotto, tra chi comanda e chi deve obbedire. Ed è questo il vero campo di battaglia globale. Sopra ci sono i padroni che comprano il lavoro e dettano il ritmo della vita e della morte, sotto ci sono i sogni dei proletari che vendono il lavoro e il corpo e cercano di liberarsi dal ritmo imposto vivendo e lottando. Questo libro ci descrive il sogno del padrone: spremerti come un limone e poi sbatterti fuori a calci nel culo alla prima occasione. Così è il mondo moderno, la società moderna, un fossato la taglia in modo orizzontale. Altro che guerre di civiltà. Ovunque vai, da New York a Kartoum a Roma, la società è divisa in strati che penetrano tutti i confini nazionali e tutte le civiltà occidentali e orientali: gli sfruttatori verso l’alto, gli sfruttati verso il basso. E proprio mentre siamo trascinati per i capelli in una guerra che vuole dividerci in modo verticale inchiodandoci al passaporto nazionale o alla fede religiosa: italiani, americani, iracheni, afgani, russi, ceceni oppure ebrei, cristiani, musulmani. Ben vengano romanzi come questi che raccontano dei veri conflitti da combattere. Per finire (e alleggerire) a un certo punto leggo che si vorrebbe lo Zulù alla catena di montaggio! E come per dire: “parla bene lui”. Conoscendolo un po’, in effetti, non so quanto resisterebbe prima di scoppiare. Ma non è questo il punto. Quel tipo di battute è vecchio. Se il titolo recita “Nicola Rubino è entrato in fabbrica”, il sottotitolo dovrebbe essere: “Ora che la fabbrica è uscita dalle sue mura!”. Perché sappiamo bene ormai che non c’è bisogno di timbrare il cartellino per essere sfruttati. Ora che l’intera vita è messa a produzione in uno stato di perenne insicurezza economica. E poi Dezio è finito a scrivere un libro, che non è così diverso dal fare un disco, passando dalla parte della produzione immateriale. E’ il sogno di un proletario, in fondo, quello di fare un lavoro in cui identificarsi totalmente, nel ritmo produttivo e nel prodotto finale. E dire: “Quello sono io”.
Militant A – Assalti Frontali
I cantanti e il sistema
La fabbrica e il concerto. Cosa mai possono avere in comune il luogo per eccellenza della fatica operaia con una occasione di svago per gli appassionati di musica? Mah. Gli estratti del libro di Francesco Dezio pubblicati su Musica ci suggeriscono questo accostamento alieno. Lungi da noi il voler commentare il libro e la storia in questione – anzi provvederemo a comprarcelo e a leggercelo con tranquillità – ma, tornando al paragone che gli stralci ci ispirano, seguendo il discorso del protagonista del romanzo a proposito dei “cantanti di sinistra inseriti nel sistema”, ci viene da dire la nostra. Sia il concerto, o più genericamente il “fare musica”, che la fabbrica, “il lavoro”, devono essere visti come due momenti della vita. Uno sicuramente ludico, l’altro certamente meno piacevole, ma importante per poter campare. La scommessa è quella di rendere il primo momento un’occasione di confronto con la società, coi suoi temi e le sue sfide, e questo per noi significa essere “musicisti consapevolmente di sinistra” (al di là delle vecchie retoriche ormai alla frutta e degli slogan da centro sociale anni 70 e 90), e di far si che il secondo momento, quello del lavoro (in fabbrica come in ufficio, nelle scuole, nei negozi e, perché no? anche sui palchi) sia il più “piacevole possibile”, anche grazie alle conquiste che la società riesce a imporre all’industria. Se la musica abbia, nel suo piccolo, contribuito in questi decenni a migliorare le condizioni di lavoro e a far valere i diritti dei lavoratori sarebbe da chiedere ai sindacalisti e ai sociologi. Noi pensiamo che occorra sempre essere socialmente militanti: curiosi e attenti. Pronti a difendere le conquiste sociali e a rivendicare i diritti. E questo può avvenire solo attraverso l’esempio individuale, ma con la consapevolezza di essere collettività. Nel nostro caso, musicisti nell’Italia del nuovo millennio
Modena City Ramblers
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I vostri commenti
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| Il commento di Marta |
6 luglio
2005 |


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| Io vorrei dire a questi cantanti
di fare a cambio con mio padre,
con mio fratello, col mio ragazzo, che lavorano alla Fiat di melfi ed anche con me ( che lavoro in un call center)
dunque, cari MCR & soci:
ci state che mio padre , mio fratello ed il mio ragazzo vengono ad esibirsi al vostro posto ( e tra l'altro sono bravi musicisti/io potrei fare la corista)
e voi, andate a lavorare in fabbrica? |

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| Il commento di Bonzo |
20 febbraio
2005 |


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| Lavoro nella stessa multinazionale dove Francesco è stato di passaggio. Dall'interno vivo il discorso del sindacalismo di base in prima persona e quotidianamente. Provo grossomodo le stesse frustrazioni. Sono in fabbrica dall'età di 19 anni appena compiuti e ora passo spesso le mie pause a leggere, informarmi, crescere, non morire: da Pirandello al Contratto Nazionale, da enciclopedie musicali a Lenin, da Baricco alla Legge Biagi. E mi sento spesso solo: gli operai sofferenti dove sono? Perchè si fanno ancora illudere dai nostri Rappresentati sindacal-mafiosi collusi col padrone? Perchè nessuno si chiede dove sta scritto che per mangiare siamo costretti a scoppiare 8 ore?
Ovviamente il disadattato son io... Un saluto. |

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| Il commento di Salvatore Ditaranto |
30 settembre
2004 |


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| hola francesco... come scriveva pasolini a proposito del rapporto tra operai e intellettuali? Le parole esatte non le ricordo ma il concetto era questo... l'intellettuale vive come una sorta di tradimento il suo essere intellettuale... perchè forse non capirà mai quello che prova l'operaio... questo però poteva andare bene fino a qualche anno fa... ma oggi? Tu, ma non solo tu, forse sei l'esempio che gli intellettuali di oggi vengono dalla povertà, dalla terra, dal bitume, hanno la fronte sudata e altro che pensiero debole e bla bla bla... ad ogni modo ho finito di leggere il tuo libro... e aggiungo subito che ha funzionato come un enzima per tutte le domande che mi pongo in questi ultimi tempi...
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