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| Il diario dell'operaio tamagochi: il blog di Francesco Dezio |
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| Le polemiche sulla stroncatura del libro di piperno 2 |
15 aprile
2005 |


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Aldo Nove è allievo di Lukacs
E Lukacs mangia i bambini
di ELENA STANCANELLI
«Sono immune da sospetti: più volte ho dichiarato il mio incondizionato amore per la prosa poetica di Aldo Nove...». Inizia così un articolo a firma di Giuseppe Genna che trovate in questi giorni sul sito "I Miserabili". Sito letterario molto ben fatto, appassionato e serio, creato e diretto (se questo è il termine giusto per un sito internet) da Giuseppe Genna stesso. Notizia questa che, nel tentativo di interpretare e giustificare l'incipit che ho appena riportato, fa sostanzialmente cadere l'ipotesi più attendibile, cioè che l'autore abbia sei anni. In più, come tutti sanno, Giuseppe Genna non può avere sei anni anche per il fatto che ha scritto numerosi libri, l'ultimo dei quali sulla vita di Costantino, dal titolo Costantino e l'impero. Il quale Costantino, nonostante la serietà e la passione del sito internet "I Miserabili", non è l'imperatore romano figlio di Elena, responsabile del trionfo del cristianesimo.
Ebbene, se Giuseppe Genna non ha sei anni, perché mai inizia un articolo di contro-critica letteraria dichiarando il suo incondizionato amore ad Aldo Nove? Che cosa c'entra l'amore? Proseguiamo nella lettura. «Sono, dunque, esente da accuse qualsiasi - dice Genna - se, in questa occasione, prendo posizione contro Aldo Nove e contro una stroncatura, che giudico vergognosa, comminata dall'autore di Woobinda ad Alessandro Piperno e al suo Con le peggiori intenzioni». E' chiaro a tutti di cosa stiamo parlando, perché la stroncatura in questione è apparsa proprio su queste pagine qualche giorno fa. Il corsivo è dell'autore, a dimostrazione dell'intensità incontenibile del suo sdegno. Del quale non voglio parlare. Giuseppe Genna ha, ovviamente, il diritto di dissentire dalle parole di Aldo Nove, e il fatto che questo dissentimento gli imponga corsivi e un lessico savonaroliano gli fa soltanto onore. E' indice della passione, e della serietà, che anima la sua presenza nell'agone letterario. Il punto è un altro, e oltre ad esser anch'esso assai serio, è ahimè grave, molto grave. E, per quanto possa sembrare strano, la gravità sta proprio in quell'amore dichiarato all'inizio da qualcuno che, come ormai sappiamo con certezza, non è un bambino di sei anni che, prima di confessare la marachella, si getta in ginocchio gridando mamma ti voglio tanto bene. Perché lo fa? E qual è la marachella?
Tra gli innumerevoli danni che Silvio Berlusconi ha fatto a questo paese, ce ne sono alcuni talmente evidenti e dalle conseguenze evidentemente nefaste, che anche la stessa sinistra a volte si è vergognata di farli rilevare. Si è così scandalizzata che non si è voluta mettere allo stesso livello. In stato di choc guardava il barbaro che con la bava alla bocca disfaceva quanto fino ad allora pareva intoccabile. A questo, mi pare, sia pure fuori tempo massimo stiamo riuscendo a mettere riparo. Ma c'è un altro livello di nocività, più subdolo e insidioso. Appare qua e là, ogni tanto, e dove non te lo aspetti. E' una specie di infezione del pensiero, in uno stadio iniziale della sua virulenza. Un principio di Alzheimer. Ma è curabile, e va curata, ovunque la si veda comparire. Addestriamoci a riconoscerla.
Si manifesta in un modo apparentemente innocente: un bel sorriso. Dissolviamo il conflitto, mettiamo in soffitta i contrasti! Non è più bello così il mondo? Andiamo oltre la rabbia, il rancore, le recriminazioni. Non serve confrontarsi. Possiamo andare oltre la dialettica, possiamo renderla superflua grazie alla totale reversibilità di qualsiasi concetto e alla destituzione di credibilità di opinioni, ideologie, pensieri.
Come faccio? Semplice, trasformando ogni avversario in un nemico, e ogni nemico in un comunista. Se la persona che ho davanti è uno che mangia i bambini, non c'è più alcun bisogno di ascoltare le sue opinioni. Ogni cosa che dirà, ogni cosa che dirà contro di me, sarà il pensiero di un mangiatore di bambini, e come tale non solo ininfluente, ma pregiudizialmente esecrabile.
Mi perdoni Giuseppe Genna e non creda che io voglia in questo modo attribuirgli una simpatia politica. Ho già detto che questa dannosità di ritorno del berlusconismo è subdola, e insidiosa. Tende a insinuarsi nella nostra vita come un virus, cariandone inesorabilmente la polpa fresca e vitale. Del resto, se lui stesso non avesse sentito di stare per infilare una strada discutibile, non avrebbe avuto bisogno di premettersi «immune da sospetti» e «esente da accuse qualsiasi». C'è forse bisogno di dichiarare la propria trasparenza, ogni volta che esprimiamo la nostra opinione su qualcosa? La verità è che Genna, nella sua appassionata difesa al libro di Piperno contro la recensione di Aldo Nove, fa qualcosa che nella critica letteraria, ma in qualsiasi manifestazione dell'esistenza, non dovrebbe mai essere tollerata. E forse non sarebbe da noi tollerata con tanta leggerezza se non fossimo, come dicevo, ormai vaccinati da dieci anni di cura Silvio. Anziché occuparsi, come è lecito, di ciò che Nove scrive di Piperno, si occupa di Nove stesso. In modo piccoso, irritante e infantile. «Beh, Piperno intanto racconta una storia e la snoda per scene che hanno un ritmo, il che Aldo Nove non è mai stato capace di fare» scrive Genna. Oppure: «Una delle tecniche di cui Nove andava più fiero ai tempi di Woobinda era quella del montaggio di frammenti da discorsi registrati mentre gente comune parlava - un atto ideologico davvero esecrabile, come se la testimonianza di quanto avveniva sul piano linguistico testimoniasse della totalità dell'alienazione a cui l'italiano medio era sottoposto». E ancora: «Sarà per questo lukacsianesimo che lui, nato editorialmente nei medesimi anni di Tangentopoli, non fu mai sfiorato dall'idea di raccontare quel periodo?». Finendo con un sublime: «Si guardi costui la trave nel proprio occhio, prima di mettersi a cercare le pagliuzze nelle altrui pupille». Insomma, mi consenta, Nove è un comunista, davvero vogliamo ascoltare l'opinione di qualcuno che mangia i bambini?
Ci sono i pensieri, le opinioni, i giudizi, le discussioni. Ci sono le idee. Poi ci sono sono le persone. Chiunque abbia bisogno di attaccare la persona per sminuire il valore di un'idea, fa un'operazione pericolosa. Non abbassiamo la guardia. Non permettiamo a modalità che ci fanno orrore di insinuarsi nel nostri comportamenti. Non voglio avere paura di esprimere il mio pensiero su un libro, pensando che qualcuno, il giorno dopo, da qualche sito internet serio e appassionato attaccherà me e il mio lavoro con abbastanza violenza da mettermi a terra e poter dire, di fronte a un pubblico rimbecillito: «Che vi avevo detto? Ho ragione io. Portate via il cadavere, grazie».
Esiste ancora in Italia il diritto di critica?
Aldo Nove stronca il best seller di Piperno, scoppia la polemica. Con attacchi personali al critico-scrittore. Ma intanto si discute come non accadeva da tanto tempo. Il parere di Tiziano Scarpa, Nanni Balestrini, Goffredo Fofi, Loredana Lipperini
di ANGELA AZZARO
Vivi e vegeti. Molto combattivi. Sono gli scrittori italiani. Chi li voleva defunti, chiusi nel loro orticello, intenti a creare solo la loro pagina, sbaglia di grosso. Gli scrittori sono vigili, intervengono nel dibattito, non si risparmiano critiche. Vogliono dire la loro su tante cose, a partire da quello che è il loro mestiere: fare letteratura. Che non significa solo pubblicare un libro, definire la propria poetica, ma mettere nero su bianco che cosa vuol dire oggi fare cultura in Italia. L'Italia di un Berlusconi in crisi, ma sempre però governata dalla destra: berlusconiana non solo e non tanto sul piano politico, ma nel senso comune, nell'ideologia che domina le dinamiche profonde. Loro, gli scrittori, non ci stanno. Si ribellano, scazzano tra di loro.
Nel passato ad esercitare la stroncatura furono, tra gli altri, Giuseppe Baretti, fondatore della "Frusta letteraria" (dal 1 ottobre 1763 al 15 gennaio 1765). E poi ancora, dall'inizio del Novecento, Carlo Dossi, Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Pietro Gobetti. Di recente il poeta, l'intellettuale Edoardo Sanguineti, quante volte lo ha detto non si sa: bisogna parlare non solo dei libri colti, impegnati, bisogna sfidare anche il mainstream. Non aver paura di dire quello che si pensa. Aldo Nove lo ha preso in parola. Ha letto il best seller del momento, Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno, ed è scoppiato il finimondo. Ok la polemica, il dissenso. Il guaio è che, spesso, la reazione è stata di tutt'altra natura: come si permette quell'Aldo Nove di criticare il libro più letto (ha venduto 120 mila copie), il caso letterario del 2005? La reazione è stata condita da toni molto accesi, come il caso de Il foglio che ha attaccato personalmente lo scrittore, con punte di vera e propria cattiveria. Il massimo: proporre per Aldo Nove la legge Bacchelli.
Ma che ha detto Nove nella sua recensione, che ha fatto? Ha esercitato un diritto: esprimere la sua opinione. Si è servito per farlo, non solo di Lukacs come è stato detto, ma anche dell'approccio più raffinato della critica letteraria: confrontare il segno, la lingua dello scrittore, con la realtà, vedere come l'esistente diventa metafora, costruzione letteraria. La domanda di fondo della stroncatura di Nove era: qual è il valore del romanzo di Piperno e quale operazione c'è dietro? La risposta non è piaciuta. Soprattutto ai critici, agli operatori culturali.
«Scarpa, lo scrittore Tiziano Scarpa?». «Chi parla?». «E' lei Tiziano Scarpa». «Sì». «Non avevo il suo numero e non ero sicuro che questo che ho trovato... Volevo farle un'intervista su Piperno per il mio giornale...». «Non ho ancora letto quel romanzo...». «Oh che interessante: i Cannibali non leggono Piperno!». Il delirante dialogo non è estratto da un romanzo di fantascienza, ma da un colloquio vero tra lo scrittore Tiziano Scarpa e un giornalista (di un quotidiano nazionale) a caccia di polemiche dopo la recensione di Nove. Pur surreale, la dice lunga su come il sistema mediatico ha voluto strumentalizzare l'episodio. «Le critiche a Nove - commenta per Liberazione Scarpa - sono una delle tante manifestazioni del tentativo di mettere in cantina il dibattito culturale. Siccome gli scrittori, gli intellettuali, gli artisti sono cittadini, far credere che chi dissente è un cretino o è pericoloso, non significa delegittimare Aldo Nove, ma delegittimare il ruolo dello scrittore-cittadino. Attaccare chi esercita il diritto di critica, è sbagliato. Si rischia di far venire meno una funzione simbolica e politica fondamentale. Difendere Nove dagli attacchi che ha subito, significa difendere la libertà di un cittadino di dire quello che pensa».
Nanni Balestrini di stroncature, insieme agli scrittori del Gruppo 63, ne ha collezionate più di una. «Si deve andare avanti su questa strada. Le reazioni all'articolo pubblicato da Liberazione testimoniano che si è persa l'abitudine della critica, del dissenso. Fino a poco tempo fa non era così. Il Gruppo 63 ha ricevuto moltissime stroncature, ma nessuno di noi ha mai protestato. Pensavamo che fosse un diritto di chi scriveva. Anzi, per noi riceverne una era motivo di orgoglio. Ci battevamo contro i canoni letterari imperanti, la stroncatura confermava che stavamo andando nella direzione giusta. Sono convinto: un libro che piace a tutti, non è un buon libro. Con questo certo non voglio dire che quello di Piperno sia un buon romanzo...».
In questa contesa, c'è chi decide di non schierarsi. Goffredo Fofi: «Ho letto il libro di Piperno e non mi ha affatto disgustato. Con le peggiori intenzioni è un pamphlet contro la borghesia italiana. Caratteristica che non mi dispiace per nulla. Non penso che sia un capolavoro, come dice Giuliano Ferrara, ma mi piace. Mi piace di più Aldo Nove: è più serio, è più seria la sua linea di ricerca. Non vedo però nessuna necessità di schierarsi per l'uno o per l'altro».
Stesso appello dalla critica di Repubblica, Loredana Lipperini: «Piperno e Nove, li stimo tutti e due. Sono diversi, ma non vanno contrapposti. Semmai la contrapposizione va fatta tra loro due e i libri dei comici, come quello della Littizzetto. Temo molto la tentazione di creare manifesti letterari, in cui si stabilisce una regola buona per tutti. La stroncatura di Aldo Nove è stata usata dal Corsera, che l'ha subito rilanciata in questa direzione. Una propensione che però si notava già nell'articolo. Una cosa mi sembra chiara: il dibattito letterario è vivo. Semmai ha abbandonato le pagine dei giornali e si svolge in altri luoghi».
Uno di questi è il blog gestito da Lipperini. Un altro luogo che va forte è quello della rivista letteraria on line "Nazione indiana". Ancora non si è spenta l'eco su Piperno, che già si discute di altro. Quale deve essere il ruolo degli scrittori: lanciare una sfida, risvegliarsi? Oppure accettare la propria marginalità e da lì costruire la critica all'esistente? Tra i protagonisti, Giuseppe Caliceti e Antonio Moresco: tra i due parole molto dure.
Tutto bene allora? Anche in questo caso solo un piccolo appunto: la polemica spesso slitta nell'attacco personale, i toni si fanno aspri e quella che può essere un'occasione rischia di diventare un boomerang.
Stronco la stroncatrice dello stroncatore di chi ha stroncato Piperno
di GIUSEPPE GENNA
Stanno davvero mutando i tempi, se la polemica letteraria torna a irritare. Scrittori contemporanei cozzano, non tanto amabilmente, come arieti tra loro. E’ capitato su questo giornale ad Aldo Nove ed Elena Stancanelli. La miccia è stata innescata da Aldo Nove, con una stroncatura, apparsa su queste pagine, al romanzo bestseller di Alessandro Piperno, Con le peggiori intenzioni. Quelle di Piperno saranno state peggiori delle intenzioni di Nove? Non mi pare. Per quanto sembri che l’autore di Woobinda si occupi del libro di Piperno, in realtà egli valuta un’opera letteraria alla stregua di un manifesto ideologico e addossa le responsabilità di un successo di mercato travolgente all’incolpevole autore. Vagolano nella stroncatura termini pericolosi: neorestaurazione, regime, si accenna alla benedizione di Giuliano Ferrara. Gli scrittori devono avvertire il peso delle parole e le parole usate da Nove pesano troppo. Un mio intervento in Rete ha irritato Elena Stancanelli, che si è messa a etichettarmi come “un bambino di sei anni” e a darmi dell’incarnazione dei guasti berlusconiani. E’ ingeneroso nei confronti di uno che, a qualunque presentazione di suoi romanzi, si sente dare del brigatista e che, insieme ad Aldo Nove, è il bersaglio prediletto del settimanale di Marcello Dell’Utri, il Domenicale.
La narrativa oggi è viva e ben più che vegeta. Non si ricorda una rinascenza tanto importante della scena letteraria italiana negli ultimi trent’anni. Scrittori di razza hanno imposto un cambio di marcia al nostro romanzo, conducendolo all’altezza di quello americano, se non oltre. Penso alla rivoluzione imposta dai romanzi (e dai saggi) del collettivo Luther Blissett, ora Wu Ming. Il loro Q equivalse a un’iniezione di adrenalina per le patrie lettere, riportando nel cuore della letteratura temi quali la centralità della storia, la rivoluzione, la potenza dell’immaginario. Insieme a Wu Ming, il lavoro più profondo è stato compiuto a mio parere da Valerio Evangelisti, autore di non uno, bensì tre cicli epici. Sia Wu Ming sia Evangelisti hanno lavorato sul genere del romanzo storico, ed è stata una scelta vincente, una sfida a un tempo che sembra non capire e non ricordare (sta per uscire da Einaudi la riedizione di Asce di guerra del collettivo bolognese: un romanzo in cui, in un frangente di assalto alla Resistenza, si fornisce una risposta narrativa, prima che ideologica). Accanto alle potenti allegorie di Wu Ming ed Evangelisti, c’è la prosa totale e imprescindibile di Antonio Moresco.
Gli anni Novanta sono stati questi, a mio parere. Non invece il tentativo di coloro che, con una clamorosa operazione di marketing culturale, furono etichettati sotto il nome di Cannibali. Non è un caso che l’unico autore di quel gruppo a essersi imposto al grande pubblico sia Niccolò Ammaniti: era il solo autentico narratore di quell’ondata di scrittori, l’unico che lavorava, più che sui linguaggi, sulle storie.
Oggi si impone Alessandro Piperno: non è Faletti, non è Mazzantini. Piperno non è mercato. Può non piacere, ma è uno scrittore. Trattarlo alla stregua di un autore di soap è ingiusto, trattarlo da pupillo di Ferrara imposto dal regime berlusconiano è più che ingiusto: è grave sul piano personale. Sappiamo tutti quanto casuali siano gli esiti e i favori della macchina di mercato: non c’è stata alcuna operazione preordinata a lanciare Con le peggiori intenzioni, bensì l’intervento del giornalista culturale Antonio D’Orrico e un’intervista a Otto e mezzo. Che Nove e Stancanelli si lamentino di ciò è esotico: entrambi hanno goduto dei favori della macchina mediatica. E che si stronchi in modo ideologico, secondo i diktat a cui si è abituata negli anni la mediazione culturale, non lascia trapelare che si tratti di un intervento di gusto, bensì di un attacco che appartiene all’algebra del pensiero unico. E’ una posizione assai pericolosa, che va a giustificare l’uso di categorie ideologiche che, come ha insegnato Marx a proposito di Balzac, non hanno nulla a che vedere con la letteratura.
Lascia perplessi il fatto che, anziché lavorare sul positivo e sull’allargamento del cosiddetto mainstream a scrittori veri, anziché a comici o calciatori, ci si lasci prendere dal desiderio censorio. La censura è giocabile, a mio parere, soltanto se si autosmonta. Altrimenti si impegna la letteratura stessa, a smontarla.
Per quanto sembri paradossale a Stancanelli, per la quale l’imperatore Costantino continua ad avere più peso politico del Costantino che ha ispirato la bandana sarda a un premier e che impone a milioni di spettatori il nulla, provo assoluta ammirazione per lo scrittore Aldo Nove. E’ lo scrittore che più profondamente lavora sulla lingua italiana. Però, tra l’innovare la ritmica italiana e sbandierare ideologismi ingiustificati, corre molto. Corre tutta la libertà di cui la letteratura gode, mentre il giornalismo culturale no.
Pubblicato da Giuseppe Genna , il Venerdì 15 Aprile 2005
venerdì, 15 aprile 2005 E DI NUOVO IL CORRIERE
inviato alle ore 14:45
Dal Corriere della Sera di oggi, titolo "Stroncare Piperno. Barricate sulla libertà di critica", di Stefano Bucci. Della serie: Da Liberazione al web a Liberazione e poi al Corriere e dunque al web...
«Il diritto di critica in Italia? Si può esercitare, ma prima o poi finisci per pagarne le conseguenze». Aldo Nove sembra soprattutto annoiato dalle polemiche seguite alla sua stroncatura di Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno: «Mi sembrano francamente esagerate, ho solo detto che il libro non mi è piaciuto. Punto e basta». Ma, nonostante la noia, non esita comunque a dirsi convinto che quei toni «molto accesi», «quelle punte di vera e propria cattiveria» seguite alla sua bocciatura rappresentino in qualche modo proprio il famigerato «prezzo da pagare». Talvolta si finisce però per parlare più di «fatti personali» che non di letteratura. Come è successo con le citazioni di Lukacs di cui Nove si è servito per «esprimere la sua opinione», citazioni messe sotto accusa da Giuseppe Genna nel suo sito www.miserabili.com («una stroncatura vergognosa») con argomentazioni poi bollate da Elena Stancanelli su Liberazione proprio per questo loro personalismo («Genna anziché occuparsi, come lecito, di ciò che Nove scrive di Piperno, si occupa di Nove stesso. In modo piccoso, irritante e infantile»). Con rammarico, sempre Nove, conclude: «Il punto più basso l’ha raggiunto il Foglio . Un mio amico mi ha addirittura chiamato per chiedermi se ero a tal punto ridotto sul lastrico da essere stato proposto per il vitalizio Bacchelli?». Ma ormai non sembra essere più nemmeno una semplice questione di stroncatura (o meno), per quanto «personale»: il libro di Piperno (pubblicato da Mondadori) si è infine trasformato nel pretesto «per discutere sul diritto di critica in Italia». Ieri, per primo, l’ha fatto Liberazione che già aveva ospitato la stroncatura di Nove e che ha voluto dare un’ulteriore sterzata al dibattito riportando, tra l’altro, le opinioni di Tiziano Scarpa: «Le critiche a Nove sono una delle tante manifestazioni del tentativo di mettere in cantina il dibattito culturale». Scarpa arriva a ipotizzare che «difendere Nove dagli attacchi che ha subito, significa difendere la libertà di un cittadino di dire quello che pensa». Nanni Balestrini, sempre su Liberazione , afferma che «bisogna andare avanti su questa strada» e che questa vicenda «testimonia come si sia persa purtroppo l’abitudine della critica del dialogo» (d’altra parte, dice, «un libro che piace a tutti non è un buon libro»). Ma anche altri, come lui, sembrano piuttosto impegnati nella difficile ricerca di una giusta misura che allontani il più possibile toni «violenti» e «privati». Due esempi: Goffredo Fofi («non vedo la necessità di schierarsi per l’uno o per l’altro») e Loredana Lipperini («Piperno e Nove, li stimo tutti e due. Sono diversi ma non vanno contrapposti»). Gli amori e le stroncature del romanzo di Piperno si susseguono così in maniera trasversale tra carta stampata (dal Giornale al Corriere con relativo Magazine ; dal Foglio al Riformista ; dal Sole a Vanity Fair a l’Unità ), blog e siti (da nazione indiana ad Azione parallela a Brodo primordiale ). Con definizioni che oscillano con una certa regolarità tra lo «strepitoso» e l’«irritante». Difficile, insomma, allontanarsi da questa «saga borghese» incentrata sulle vicende di una ricca famiglia di ebrei romani che Cesare Segre aveva giudicato positivamente «pur nella sgradevolezza del protagonista») giunto ormai alla sua nona edizione e che ha già venduto 105mila copie e ne ha già «tirate» 130mila. Un romanzo per cui, nonostante ideologie e «personalismi» viene intanto già annunciata una vera e propria tournée di promozione: primo appuntamento ufficiale previsto al Salone del Libro di Torino per l’8 maggio. E poi via «senza differenza alcuna tra Nord e Sud», come precisano orgogliosamente alla Mondadori. Al di là di tutto, sembra comunque necessario «in primo luogo» che la polemica non scivoli nell’attacco personale. Anche se si tratta di quelli che Scarpa aveva chiamato, con ironico disprezzo, «beejay» ovvero «book-jockey»: non critici ma veri e propri «fantini del libro».
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