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2 settembre 2010
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L'isola sotto il mare

Traduzione: Elena  Liverani
Collana: I Narratori
Pagine: 432
Prezzo: Euro 19,5
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da Il male spagnolo

Toulouse Valmorain arrivò a Saint-Domingue nel 1770, lo stesso anno in cui il Delfino di Francia sposò l’arciduchessa austriaca Maria Antonietta. Prima di partire per la colonia, quando ancora non sospettava che il destino si sarebbe beffato di lui facendolo finire sepolto tra i canneti nelle Antille, era stato invitato a Versailles a una delle feste in onore della nuova Delfina, una ragazzina bionda di quattordici anni che sbadigliava ostentatamente nonostante il rigido protocollo della corte francese.
Tutto ciò riguardava il passato. Saint-Domingue era un altro mondo. Il giovane Valmorain aveva un’idea piuttosto vaga del luogo in cui suo padre impastava alla bell’e meglio il pane di famiglia con l’ambizione di trasformarlo in un tesoro. Aveva letto da qualche parte che gli abitanti originari dell’isola, gli arahuaco, la chiamavano Haiti prima che i conquistadores le cambiassero il nome in La Española e massacrassero tutti i nativi. In meno di cinquant’anni non era rimasta nemmeno l’ombra di un arahuaco: erano morti tutti, vittime della schiavitù, delle malattie portate dai bianchi e suicidi. Erano uomini dalla pelle rossastra, capelli spessi e neri, dall’imperturbabile dignità, così miti che uno spagnolo da solo poteva batterne dieci a mani nude. Vivevano in comunità poligame, coltivando con cura la terra per non esaurirla: patate dolci, mais, zucche, arachidi, peperoni, patate e manioca. La terra, come il cielo e l’acqua, non ebbe padrone fino a quando gli stranieri non se ne impossessarono per coltivare piante mai viste grazie al lavoro forzato degli arahuaco. A quei tempi ebbe inizio l’usanza di aperrear, uccidere persone indifese aizzando contro di loro i perros, i cani. Quando ebbero sterminato gli indigeni, importarono gli schiavi rapiti in Africa e i bianchi dall’Europa, galeotti, orfani, prostitute e ribelli.
Alla fine del 1600 la Spagna aveva ceduto la parte occidentale dell’isola alla Francia, che l’aveva chiamata Saint-Domingue e che sarebbe diventata la colonia più ricca del mondo. All’epoca in cui Toulouse Valmorain arrivò lì, un terzo delle esportazioni della Francia, grazie a zucchero, caffè, tabacco, cotone, indaco e cacao, proveniva da quell’isola. Ormai non c’erano più schiavi bianchi, e quelli neri ammontavano a centinaia di migliaia. La canna da zucchero, l’oro dolce della colonia, era il prodotto più duro da coltivare; tagliare la canna, triturarla e ridurla a sciroppo non era lavoro da esseri umani ma da bestie, come sostenevano i piantatori.
Valmorain aveva appena compiuto vent’anni quando venne richiamato alla colonia tramite una pressante lettera dell’agente commerciale di suo padre. Al momento dello sbarco era vestito all’ultima moda, polsini di pizzo, parrucca incipriata e scarpe con i tacchi alti, ed era certo che le sue letture di testi sulle esplorazioni lo rendessero in grado di sostituire suo padre come consulente per qualche settimana. Viaggiava con un valet, aitante quasi quanto lui, vari bauli per il guardaroba e i molti libri. Si definiva un uomo di lettere e pensava di dedicarsi alla scienza una volta rientrato in Francia. Ammirava i filosofi e gli enciclopedisti, che tanta influenza avevano avuto in Europa negli ultimi decenni, e concordava con alcune delle loro idee liberali; a diciott’anni Il contratto sociale di Rousseau era stato il suo testo di riferimento. Appena sbarcato, dopo una traversata che, quando dovettero fronteggiare un uragano nei Caraibi, per poco non finì in tragedia, ebbe la prima spiacevole sorpresa: il suo progenitore non era ad aspettarlo al porto. Lo accolse l’agente, un ebreo gentile, vestito di nero dalla testa ai piedi, che lo mise al corrente delle precauzioni necessarie per spostarsi sull’isola, gli fornì i cavalli, un paio di muli per i bagagli, una guida e un miliziano che li accompagnassero alla habitation Saint-Lazare. Il giovane non aveva mai messo piede fuori dalla Francia e aveva prestato ben poca attenzione agli aneddoti – banali, peraltro – che il padre era solito raccontare nel corso delle sue sporadiche visite alla famiglia a Parigi. Non aveva mai immaginato che un giorno si sarebbe recato alla piantagione; il tacito accordo prevedeva che il padre avrebbe consolidato la sua fortuna sull’isola, mentre lui si sarebbe occupato di sua madre e delle sorelle supervisionando gli affari in Francia. La lettera che aveva ricevuto alludeva a problemi di salute del padre; aveva ipotizzato che si trattasse di una febbre passeggera, ma quando arrivò a Saint-Lazare, dopo aver viaggiato senza sosta un giorno intero attraverso una natura vorace e ostile, si rese conto che suo padre stava morendo. Non soffriva di malaria, come aveva pensato, ma di sifilide, che devastava allo stesso modo bianchi, neri e mulatti. La malattia aveva raggiunto l’ultimo stadio e suo padre era quasi completamente invalido, coperto di pustole, con i denti indeboliti e la mente annebbiata. Le cure da inferno dantesco a base di salassi, mercurio e cauterizzazioni del pene con filo di ferro arroventato non gli avevano giovato, ma continuava a sottoporvisi come atto di contrizione. Aveva appena compiuto cinquant’anni e si era trasformato in un vecchio che dava ordini assurdi, urinava senza controllo e se ne stava su un’amaca con i suoi animali da compagnia, un paio di ragazzine di colore che avevano a malapena raggiunto la pubertà. […]

Scheda libro

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