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Milano. Chiedono asilo, ricevono botte
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di Alessandro Braga, tratto da “il manifesto”, 22 aprile 2009
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Christian non parla italiano. Anzi, non parla proprio. Ha sei mesi, è nato in Italia. I suoi genitori sono arrivati qui un paio d'anni fa dal Corno d'Africa. Ragioni umanitarie. Un alloggio temporaneo per i primi tre mesi, poi la strada. Qualche riparo di fortuna. Fino a venerdì scorso, quando hanno deciso, insieme ad altri rifugiati, circa trecento, di occupare un vecchio residence fatiscente a Bruzzano, estrema periferia nord di Milano. Quattro notti al freddo, senza corrente elettrica, gas. Poco cibo, un po' d'acqua. Da ieri non possono stare più neppure lì. Perché le nostre “beneamate” forze dell'ordine li hanno cacciati anche da quella topaia, su richiesta della proprietà, un'immobiliare il cui titolare è inquisito per truffa. Si guarda in giro Christian, con due occhioni sbarrati, neri come il carbone. Non capisce quello che è successo ieri. Purtroppo e per fortuna. Purtroppo perché avrebbe capito che il suo papà ha manifestato, ha rischiato di prendersi manganellate in testa (quelle che alcuni suoi compagni si sono prese), per difendere i propri diritti. Per fortuna, perché altrimenti si sarebbe vergognato di essere nato in Italia, “civilissimo” paese del ricco mondo occidentale. Un paese tanto civile che non trova di meglio da fare che prendere a manganellate chi chiede solo che gli venga dato quello che gli spetta. Ieri, se ce ne fosse ancora bisogno, ne ha dato l'ennesima prova.
Otto e trenta. Davanti al residence è già schierato il cordone di polizia e carabinieri. Lì non entra più nessuno. Neppure quelli che ci hanno passato la notte, e sono usciti per recuperare un po' di cibo, acqua, per bersi un caffé al bar lì vicino. È la prima “scrematura”. Nel corso della giornata, utilizzeranno altri mezzi per “scremare”: quelli più consoni a chi dimentica, o vuole dimenticare, che viviamo (ancora) in uno stato di diritto. I manganelli. Intanto chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. Invisibili, inesistenti. Sebbene il giorno prima li avessero censiti tutti. Scoprendo, con somma sorpresa del vicesindaco De Corato, che lì, di “maledetti clandestini”, non ce n'erano. I freddi numeri della questura parlano di 299 persone, più due bambini. 230 eritrei, 44 etiopi, 22 sudanesi, un somalo, un ghanese e un nigeriano. Tutti con permesso di soggiorno rilasciato per motivi umanitari, richiedenti asilo politico. Delle loro storie, a loro non importa niente. Storie di guerra, di fughe dalla povertà. “Ho 30 anni, dovrei essere un padre, un marito - dice Asheid - invece non posso neanche sognare un futuro”.
Il Comune di Milano in mattinata ha incontrato una delegazione dei rifugiati, gli ha fatto la sua proposta: qualche posto, circa un centinaio, nei dormitori della città, strutture protette per le donne. Briciole. Che poi, dopo un certo periodo, sono ancora tutti per strada. Non ci stanno: non vogliono elemosina, vogliono vedere riconosciuti i loro diritti. Solidarizzano tra loro, e non ci stanno a vedere spezzata la loro unità. Per questo cercano di rientrare nel residence. Non li fanno entrare. Allora occupano i binari della ferrovia. Fermano un treno. Un funzionario della polizia intima di sgomberare i binari, altrimenti “si prenderanno provvedimenti”. È la prima avvisaglia di quello che sarà. I ragazzi si sdraiano sulle rotaie, mani alzate in segno di pace. Lo urlano pure: “Vogliamo pace, vogliamo diritti”. I celerini partono: li strattonano, li trascinano sui sassi della ferrovia. Qualcuno si fa male. E ci mancherebbe: alcuni vengono trascinati di peso, ammanettati, identificati. Qualche calcetto, tanto per tenerli tranquilli, ci scappa. Gli altri vengono spinti verso la stazione di Bruzzano, fuori dai binari. Le Ferrovie Nord potranno dire che “a mezzogiorno il traffico ferroviario ha ripreso ad essere regolare”. Contenti loro. Dopo il “pranzo”, qualche cibaria portata lì in qualche modo, di nuovo scontri. I rifugiati vogliono riunirsi ai loro compagni davanti al residence, prendere una decisione tutti insieme, la risposta delle forze dell'ordine è la stessa: i manganelli.
“Andiamo in Svizzera, quello si che è un paese civile”, dicono i rifugiati. Detto fatto. Ai giardinetti di fronte all'ex ospedale psichiatrico Paolo Pini fanno un'assemblea. Loro, la democrazia partecipativa sanno cos'è. La decisione viene confermata: Svizzera. Per chi è abituato alla guerra, cinquanta chilometri a piedi non sono nulla. E allora via, in corteo, verso la superstrada Milano-Meda. Direzione Lugano. “Yes we can, yes we can!”, scandiscono. Loro possono, alla faccia di Penati e De Corato. Sulla superstrada ci arrivano. E la bloccano. Vogliono andare in Svizzera, non scherzano. Parte la nuova carica, stavolta più violenta. Un ragazzo si ritrova con la guancia aperta in due da un manganello. Una giovane donna si tiene la mano livida. Un altro, ha un bozzo sulla fronte. Si torna verso i giardinetti. La tensione sale. Si fa strada l'idea di andare a Milano, in centro. Altri insistono: la Svizzera è di là. La polizia, ancora una volta, dà il “meglio” di sé: carica di nuovo. Un ragazzo cade a terra, esce sangue dalla testa. Altri vengono pestati. Arriva un'ambulanza. Ma i rifugiati ormai hanno paura, e non vogliono nemmeno farsi curare da chi, lo stato italiano, poco prima li ha presi a bastonate. Urlano “fascisti”, “assassini” a chi di fronte a loro resta impassibile, dietro caschi e scudi. Si torna verso i giardinetti, sempre scortati dagli “angeli custodi” in tuta blu. C'è una nuova assemblea: quello che si decide, è top secret. Parlano in aramaico, non vogliono che altri capiscano. “Altrimenti poi lo dite alla polizia, e quelli ci aspettano di nuovo con i manganelli”. Hanno paura. Alla fine decidono che, almeno per la notte, restano lì a dormire. Ma, dicono, “non è finita”. La battaglia per vedere riconosciuti i loro diritti non la vogliono abbandonare: “Siamo rifugiati, chiediamo al governo italiano di rispettarci”. Christian si guarda intorno, non capisce quello che è successo. Non è l'unico.
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