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Marco D'Eramo: Suburbs. Questo è il sogno americano
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Tratto da "Amica", 14 febbraio 2003
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In Europa, la borghesia agiata vive nei centri delle grandi città e i coatti
sono relegati in periferia, nella banlieue, nell'hinterland. Negli
Stati uniti avviene il contrario: i poveracci, l'underclass, vivono nel
centro città – e infatti i ghetti urbani si chiamano inner cities –,
mentre i benestanti si ritirano nei suburbi, fatti di sterminate distese di
casette unifamiliari costruite con la tecnica balloon frame, quella con
cui, nell'omonimo film, in un solo giorno i sette fratelli costruiscono
le case delle sette spose: a tutt'oggi il 79,7% degli americani vive in
casette unifamiliari che al 96% sono in legno.
I suburbi americani non esisterebbero senza la casetta unifamiliare e senza
l'automobile. E neanche senza una incredibile disponibilità di spazio. È lo
spazio che consente, anche economicamente, a famiglie della classe media di
possedere una villetta unifamiliare. Basti pensare che, se avessero una densità
di popolazione pari a quella italiana, gli Stati uniti sarebbero abitati da 1,7
miliardi di umani e non dai 280 che invece ci vivono. Ecco perché – tranne
rare, opulentissime eccezioni – i suburbi all'italiana hanno quest'aria un po'
meschinella, affollata, costipata, con villette multifamiliari.
Quando si parla di "sogno americano", pochi europei sanno che consiste
solo in una casetta unifamiliare di proprietà col praticello e l'automobile
davanti: tutto qui. Ma questo "sogno" è il centro della american
way of life. Vivere nel suburbio è anche il sogno di vivere vicino alla
metropoli per il lavoro, i divertimenti, gli acquisti (centri commerciali, Malls),
ma lontano dalle sue brutture, dall'inquinamento, dalla criminalità, dal
traffico, cioè immersi nell'innocenza della natura. Ecco come Robert Mumford ci
descrive l'utopia suburbana nella sua classica La città nella storia:
"In città i poveri facevano dimostrazioni, i mendicanti tendevano le mani
per strada, e le malattie si diffondevano rapidamente dai quartieri più
miserabili alle dimore dei benestanti attraverso i fattorini, le lavandaie, le
guardarobiere e altro indispensabile personale di servizio; l'occhio, se non si
cercava scientemente di volgerlo altrove, poteva in una passeggiata di cinque
minuti rivolta in qualsiasi direzione posarsi su uno slum o almeno su un bimbo
degli slum... Nel sobborgo invece si poteva vivere e morire senza che nulla
deturpasse l'immagine di un mondo innocente, a meno che una traccia del
suo male inciampasse in una colonna di giornale. Esso era pertanto un asilo per
la conservazione delle illusioni. Qui la domesticità poteva fiorire senza
preoccuparsi dello sfruttamento su cui tanto era basata. Qui l'individualità
poteva prosperare, dimentica dell'irreggimentazione che pure la permeava. Non
era solo un ambiente in funzione dei bambini; era una visione infantile del
mondo, in cui il principio di realtà era sacrificato al principio di
piacere." Due volte "innocente" – verso la natura e verso gli
umani – è il suburbio americano: innocente del bosco (abbattuto) di cui
scimmiotta la radura, innocente dell'inner city (devastata) dalla cui
violenza rifugge.
Nel suburbio il bambino può giocare per strada, l'adulto può persino
passeggiarvi, addirittura percorrerla in bici. Quel che sarebbe sconveniente in
città, rivolgere la parola a un passante, diventa qui atto di cortesia poiché
il passante è un vicino. Mentre la villetta europea è circondata da un
recinto e il suo giardino è situato davanti, la casa unifamiliare
americana si presenta inerme, con il prato davanti senza recinto; però
dove la famiglia vive all'aperto e picnicca a barbecue, è il cortile dietro
la casa, nascosto alla vista.
Negli Stati uniti, ogni bambino europeo rimane perciò estasiato dal binomio
suburbio/casetta unifamiliare, col suo corollario di prati ben curati e giochi
all'aperto. La vita vi è davvero innocente, come diceva Mumford; la
domesticità vi prospera, l'individualità vi fiorisce.
Ma è enorme il prezzo umano e ambientale di questo sogno. Ogni casetta tra
alberi e prati deve avere accesso alla strada. Quindi per ogni due villette
unifamiliari, vi deve essere un tratto di strada sui cui due lati queste case si
affacciano. Se una casa col suo prato si affaccia per 20 metri, a diecimila
famiglie occorrono 100 chilometri di asfalto senza contare le trasversali, le
arterie principali, le strade veloci, le vie in cui sono situati i servizi
urbani, i centri commerciali. L'esigenza di vivere nella natura, di abitare tra
alberi e prati produce più asfalto per abitante di qualunque cementificata,
artificiale metropoli. E moltiplica la rete fognaria, quella telefonica,
elettrica, dell'acquedotto. Il numero di infrastrutture per abitante cresce
all'infinito. Per costruirle e farle funzionare serve una quantità mostruosa di
energia (senza contare che ogni casa ha il suo riscaldamento e raffreddamento).
Per lavare ogni suo abitante bipede, quadrupede, o quadriruote, per innaffiare
il suo praticello, ogni casa beve una dose d'acqua letteralmente insensata.
Dietro la sua apparenza innocente, dietro la sua levità, il suburbio con la
casetta balloon frame nasconde una voracità sconfinata, voracità di
legna, di asfalto, di energia, di acqua.
Il suburbio risucchia risorse anche umane. La sua popolazione è talmente
diradata che proteggerla richiede un costosissimo dispiegamento di polizia (per
secoli la gente si è ammucchiata nei paesetti medievali, nelle città, per
proteggersi, per stare al sicuro). Ciononostante il suburbio vive nel
timore dello psicopatico, dello sconosciuto e, nella sua variante moderna, del
pedofilo. Segnali stradali incoraggiano i cittadini a vigilare, a segnalare alla
polizia qualunque incontro insolito: su questi pannelli è tracciata l'immagine
nera, in ombra cinese, del viso di uomo con un feltro dalla tesa minacciosa. A
timore estremo, rimedio estremo: l'ultima forma che hanno assunto i suburbi è
quella delle città private, delle comunità recintate (gated communities),
veri fortini con le proprie polizie private.
L'automobile ha reso possibile questa forma di esistenza umana, ma a sua volta
il suburbio esclude qualunque sistema di trasporto che non sia l'automobile. La
densità abitativa è talmente bassa che qualunque forma di trasporto in comune
perde senso. I suburbi sono stati finanziati e costruiti grazie a una politica
che ha smantellato i pubblici trasporti; ma una volta creato il suburbio,
diventa impossibile reintrodurvi autobus o tram, la nuova organizzazione non li
consente più. E così il sogno del pendolare, di vivere a contatto della
natura, richiede che la maggior parte della propria vita trascorra al volante,
tra i gas di scarico (il suburbano medio passa in auto almeno tre ore al
giorno).
Corollario di questo dato è che bambini e adolescenti, i teens – che
ancora non guidano – vanno accompagnati ovunque, dagli amici, in piscina, al
cinema (ecco perché la patente negli Usa is può prendere a 16 anni). Le mamme
sono chauffeuses. Il suburbio è costruito e pensato per una casalinga
che qui dovrebbe, mamma e moglie, vivere felice, lontana dalle ansie del lavoro,
della città, della folla, degli sconosciuti. Per Betty Friedan il
suburbio è il campo di concentramento in cui è racchiusa la donna americana,
quella particolare specie umana che è la "casalinga suburbana"
(assonnate con "subumana").
Altro corollario è che, appena escono dall'infanzia, i ragazzi si annoiano da
morire: nel suburbio non c'è niente, solo erba e casette. Quindi si rifugiano
nelle gangs.
Non c'è niente da fare: più lo si guarda da vicino e più l'idillio suburbano
nasconde un inferno sotterraneo. Il paradosso è che gli americani sembrano
essersene accorti (meglio tardi che mai), e infatti per la prima volta
nell'ultimo decennio la popolazione dei centri urbani è cresciuta. Mentre gli
europei si scoprono una tardiva, subitanea infatuazione suburbana. Ma, si sa, la
regressione infantile colpisce indifferentemente dalla sponda dell'Atlantico in
cui ci si trova.
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