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Ahmed Rashid: Gli altri fronti
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Tratto da "Internazionale" N. 476, 21 febbraio 2003
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Per non scordarci dell’altro fronte, facciamo attenzione a quanto segue: da
oltre due settimane i caccia B-1 e gli elicotteri americani combattono contro il
gruppo più consistente di ribelli afgani riaffiorato finora nell’Afghanistan
meridionale. La battaglia, cominciata il 27 gennaio, coinvolge circa
quattrocento soldati Usa e del governo afgano, alla ricerca di quel che resta di
un gruppo di ottanta ribelli. Finora ne hanno uccisi almeno diciotto.
Il problema non è la presenza dei ribelli, ma che abbiano ottenuto in Pakistan
armi pesanti, sofisticati dispositivi di comunicazione per allestire una
stazione radio clandestina, poster e opuscoli che annunciano una guerra santa
contro le forze Usa e il governo del presidente Hamid Karzai, e scorte
sufficienti a creare un campo base – e un ambulatorio medico – nelle
montagne a sud di Spin Baldac, ad appena 25 chilometri dal confine pachistano.
Il loro obiettivo era, chiaramente, bersagliare il campo dell’ottantaduesima
divisione aviotrasportata vicino a Kandahar, circa duecento chilometri più a
ovest.
Centinaia di altri estremisti si stanno mobilitando nel Waziristan, nella
cintura tribale pachistana al confine con l’Afghanistan orientale, per un’offensiva
primaverile studiata per coincidere con un attacco statunitense in Iraq.
Provengono da una serie di gruppi: alcuni arabi di al Qaeda, ex taliban, afgani
fedeli al comandante rinnegato Gulbuddin Hekmatyar, membri del Movimento
islamico dell’Uzbekistan, gruppi estremisti pachistani. I campi delle forze
speciali statunitensi lungo il confine afgano-pachistano sono bombardati quasi
ogni giorno. Razzi e mine sono esplosi intorno al quartier generale dell’esercito
Usa a Bagram, fuori Kabul. Nella capitale sono state lanciate granate contro
guardie e veicoli del contingente di ottomila soldati americani e 4.800
effettivi della Forza di assistenza per la sicurezza internazionale (Isaf), che
garantisce la sicurezza a Kabul.
Doppia strategia
Che succede? Il Pakistan è un amico o un nemico del terrorismo?
Il Pakistan è un alleato statunitense di primo piano nella lotta al terrorismo.
Il presidente Pervez Musharraf ha consegnato alle agenzie di sicurezza americane
più di quattrocento terroristi dell’organizzazione di Osama bin Laden, mentre
la maggior parte dei leader di al Qaeda ora detenuti a Guantanamo sono stati
arrestati in Pakistan negli ultimi quattordici mesi. Alla frontiera con l’Afghanistan
sono dislocati circa sessantamila soldati e miliziani pachistani, con una decina
di consiglieri delle forze speciali statunitensi, che devono fermare chi cerca
di passare in Afghanistan.
Ma i diplomatici occidentali a Kabul, i leader afgani e i politici laici
pachistani sono convinti che il Pakistan stia seguendo una duplice strategia.
In una conversazione avuta a gennaio a Kabul il presidente Karzai mi ha detto di
non capire perché Musharraf permetta a questi estremisti di indebolire il suo
governo e la cintura pashtun.
Alcuni elementi dei servizi segreti pachistani e i partiti religiosi del paese
stanno permettendo ai taliban di raggrupparsi sul lato pachistano del confine. E
il 90 per cento degli attacchi che subiscono arriverebbero da gruppi basati in
Pakistan. Lo affermano alcuni diplomatici occidentali a Islamabad e Kabul,
funzionari afgani e ufficiali dell’esercito Usa a Bagram.
Detto in parole povere la strategia del Pakistan sembra quella di continuare a
dare la caccia ai membri non afgani di al Qaeda che si nascondono nel paese, in
modo da tenere in piedi un certo livello di cooperazione con gli Stati Uniti, ma
allo stesso tempo di permettere ai taliban di etnia pashtun e ad altri di
restare in Pakistan.
Islamabad ha smentito le accuse e dice di essere ancora un’alleata di
Washington contro il terrorismo. E la Casa Bianca non ha sollevato la questione
apertamente temendo di destabilizzare il governo Musharraf e aprire un altro
fronte in un paese musulmano dove l’antiamericanismo è già alto, proprio
mentre gli Usa preparano una guerra in Iraq.
Il Pakistan è preoccupato per la crescente influenza di India e Russia su
Kabul. New Delhi e Mosca stanno armando e finanziando gli eserciti di diversi
signori della guerra non pashtun, e forniscono sostegno al ministro della difesa
afgano, il tagico Mohammed Fahim, che controlla il più grande esercito etnico
del paese ed è considerato un alleato da Washington.
L’interferenza in Afghanistan di tutti i suoi vicini è di nuovo in crescita,
ma mentre India, Russia, le repubbliche dell’Asia centrale sostengono questo o
quel signore della guerra o gruppo etnico, il Pakistan sembra appoggiare ancora
gli estremisti. Islamabad vuole conservare un’influenza nella cintura pashtun
nell’Afghanistan meridionale e orientale.
L’esercito pachistano non riesce a capire che il suo ruolo dovrebbe essere
quello di moderare l’estremismo pashtun, in modo da rafforzare la posizione di
Karzai che cerca di dare all’Afghanistan un governo multietnico. Il silenzio
americano non fa che incoraggiare i partiti islamici pachistani – che oggi
governano la provincia North West Frontier – a fornire più aiuti agli
estremisti afgani e pachistani. L’esercito pachistano ha fatto volentieri il
loro gioco, truccando le elezioni dello scorso ottobre in modo che i partiti
islamici avessero un successo senza precedenti, facendo uscire di prigione i
leader di gruppi terroristici messi al bando e incoraggiandoli a organizzare
manifestazioni filoirachene.
Tutto rientra in un gioco di potere più ampio, in cui il generale Musharraf
può dire agli americani di avere bisogno di un maggiore sostegno statunitense
perché è minacciato dai fondamentalisti. È un gioco portato avanti da ogni
regime pachistano con Washington, e dal 1980 a oggi ha sempre funzionato. Il
silenzio occidentale su queste ultime pagliacciate dell’esercito è
demoralizzante per le forze progressiste e i partiti democratici laici del
Pakistan, per non parlare degli sventurati afgani, che vogliono stabilità e
sviluppo economico.
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