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Maurizio Maggiani: Un buon ricordo
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Tratto da “Il Secolo XIX”, 10 marzo 2003
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So cos’è l’ospedale dei bambini. Sono uno tra le molte migliaia di
provinciali che le prime cose che ha saputo di Genova le ha viste da un
finestrino del "15". L’ho vista così tanto tempo fa, la mia prima
Genova, che allora l’autobus era un tramvai e io così piccolo che arrivavo
appena a poggiare il mio nasone sul bordo freddo di metallo e con il mio respiro
appannavo il vetro, così che più che vedere intravedevo, e ogni cosa mi pareva
misteriosa e leggiante in una indefinita vastità.
C’ero arrivato a Genova quella prima volta con la littorina delle 6,30; un
viaggio iniziato nel buio dell’ultima notte. La prima parola che ho potuto
leggere ai primi chiarori dell’aurora è stata Lavagna grandi lettere
maiuscole in un cartello appoggiato ad un’altissima muraglia. E mi era venuto
in mente la scuola, la cartella con dentro i colori e l’odore dell’inchiostro
appena versato nel calamaio. E allora mi è anche venuto in mente che io non ero
a scuola, ma ero lì a fare un viaggio verso un posto sconosciuto dove guarivano
i bambini malati. Forse sì, forse no, perché così avevo sentito bisbigliare
tra mio padre e mia madre: forse sì forse no. E forse, sprofondato nel velluto
setoso e tiepido del sedile della littorina, non mi dispiaceva poi così tanto
essere malato e viaggiare nella notte come in un sogno e nel giorno che si
andava facendo su un mare mai visto, come in un sogno che non sarebbe finito
mai.
Sono entrato per il portale del Gaslini con una mano nella mano di mio padre e l’altra
nella mano di mia madre, infagottato in un cappottone con la martingala così
abbondante - nonostante tutto c’era la viva speranza che io crescessi ancora,
almeno da riempire quel bel cappotto - che l’orlo mi solleticava i polpacci. I
polpacci erano nudi perché allora i bambini portavano i calzonetti fino all’insorgere
del primo pelo e anche oltre, con loro somma vergogna.
Sono entrato al Gaslini e mi è sembrato il posto più bello del mondo, di certo
il posto più bello che avessi mai visto.Per via del parco con le palme e le
grandi finestre dei palazzi arrotondati. E la camera dove mi hanno portato, la
camera dove io avrei abitato per quindici giorni, il posto migliore che un
bambino avrebbe potuto desiderare. Venivamo da una piccola casa di campagna,
prima di quella mattina non avevo mai saputo che avrei potuto avere una camera
per me. E la prima cosa che mi è successa non è stato che mi hanno fatto un’iniezione,
né nessun’altra delle cose orribili che un bambino sa dell’ospedale, ma
strani giochi con formelle colorate.
Tutto quello che ricordo di quei quindici giorni in cui ho cercato di mettercela
tutta per guarire da un male che non conoscevo è un buon ricordo, come se
qualcosa dentro di me si fosse sforzato di portarmi in vacanza dal mio male. O,
forse, come se qualcosa nell’ospedale dei bambini, del come era fatto e del
come funzionava, fosse riuscita portarmi in vacanza.
Ho un avuto un compagno di stanza in gita con me per molti di quei giorni. Lui
si ricorda ancora di me e io di lui. Non ci siamo mai più incontrati, ma ogni
tanto ci mandiamo messaggi; è incredibile, sono passati 45 anni, siamo stati
insieme forse dieci giorni, ma siamo in qualche modo, particolarissimo e strano,
amici. Abbiamo cercato tutti e due di guarire, abbiamo giocato un sacco per
riuscirci, e parlato e fantasticato ogni sera prima di addormentarci. Io non ho
mai più avuto un amico così vicino la sera, nell’ora delicata e sensibile
che porta al sonno e ai sogni. E so che quella è stata una buona medicina. Come
so che nel tramvai che mi riportava a Brignole e alla littorina del ritorno, col
naso appiccicato al finestrino guardavo passare corso Italia e le sue meraviglie
e intanto sentivo nostalgia per il mio amico di stanza, per la minestra con le
stelline e i giochi complicati che certi dottori mi facevano fare tutti attenti
e speranzosi, come se fossero le più grandi imprese del mondo.
Dicono che il Gaslini sia il migliore ospedale per bambini del mondo. Io non lo
so questo, e forse non è neppure importante un primato così ardito. Quello che
so è che se sono qui a scrivere è perché ci sono stato una volta per una
lunga gita assieme a un mio nuovo amichetto. Quello che so è che il mio amico
Gianfranco aveva lo stesso identico sguardo di mio padre la mattina che è
entrato per quel portale con la sua figlioletta in braccio. Quello che so è che
lo sguardo di Gianfranco era, ancora come quello di mio padre, assai diverso il
pomeriggio che da quel portale è uscito con la sua bambina per mano.
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