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Pierre Bourdieu: Gli agguati del teleschermo
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Tratto da "la Repubblica", 20 maggio 2003
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Nel numero dedicato all´"homo videns", la rivista "Reset"
ripropone un significativo intervento di Pierre Bourdieu, il sociologo francese scomparso lo
scorso anno, sul potere censorio esercitato dalla Tv. La riflessione nasce
dall´agguato tesogli nel gennaio del 1996 dal conduttore di un programma della
Tv pubblica, "Arrêt sur images", nel corso della quale lo studioso
non aveva potuto esporre serenamente la sua analisi sui media. Un´analisi che
si rivela oggi di straordinaria attualità.
La trasmissione Arrêt sur images ha illustrato perfettamente quello che avevo
intenzione di dimostrare: l´impossibilità di tenere alla televisione un
discorso coerente e critico sulla televisione. Prevedendo che non avrei potuto
esporre la mia argomentazione, mi ero proposto di lasciare i giornalisti fare il
loro gioco abituale (tagli, interruzioni, deviazioni) e di osservare, poi, che
era la perfetta illustrazione della mia tesi.
Fin dalla prima conversazione (con Daniel Schneidermann, il conduttore, ndr),
avevo chiesto espressamente che le mie prese di posizione durante gli scioperi
di dicembre non fossero menzionate. Non era quello il punto, e quell´allusione
poteva far apparire l´analisi sociologica come una critica per partito preso.
Ora, fin dall´inizio della trasmissione, la giornalista, Pascale Clark,
annuncia che io ho preso posizione in favore dello sciopero e che mi sono
mostrato "molto critico circa la rappresentazione che i media (ne) hanno
data", mentre non avevo fatto nessuna dichiarazione pubblica su questo.
Avevo espresso il desiderio che (i miei due contraddittori) non abusassero del
vantaggio che in tal modo si dava loro. In realtà, trascinati dall´arroganza e
dalla certezza del loro buon diritto, non hanno smesso di prendere la parola, di
tagliarmela, pur ostentando rispetto: in quella trasmissione dove in teoria
avrei dovuto presentare, come invitato principale, un´analisi sociologica di un
talk show, credo di aver parlato al massimo venti minuti, meno per esporre idee
che per battermi con interlocutori che rifiutavano in blocco il mio lavoro di
analisi. (...) Conclusione (che avevo scritta prima della trasmissione): non si
può criticare la televisione alla televisione, perché i dispositivi della
televisione si impongono anche alle trasmissioni di critica del piccolo schermo.
La televisione, strumento di comunicazione, è uno strumento di censura
(nasconde mostrando) sottomesso a una censura molto forte. Sarebbe bello
servirsene per dire il monopolio della televisione, degli strumenti di
diffusione (la televisione è lo strumento che permette di parlare al maggior
numero di persone, uscendo dai limiti del campo specialistico). Ma, in questo
tentativo, si può aver l´aria di servirsi della televisione, come gli
intellettuali mediatici, per conquistare un potere simbolico nel campo
intellettuale, illegittimo perché ottenuto grazie alla celebrità (male)
acquisita presso il pubblico profano, cioè fuori dal campo intellettuale. Gli
intellettuali dovrebbero verificare sempre che vanno alla televisione per (solo
per) trarre partito dalla caratteristica specifica di questo mezzo: il fatto che
permette di rivolgersi al maggior numero di persone; dunque bisognerebbe
servirsene per dire cose che meritano di essere dette alla maggioranza delle
persone: per esempio, che non si può dire nulla alla televisione. (...)
Il presentatore impone la problematica, in nome del rispetto delle regole
formali a geometria variabile e in nome del pubblico, con intimazioni
("Cioè...", "Siamo precisi...", "Risponda alla mia
domanda...", "Si spieghi...", "Lei non ha ancora
risposto...", "Lei non ha ancora detto quale riforma
auspica..."), vere ingiunzioni di comparire, che mettono l´interlocutore
sul banco degli imputati. Per dare autorità alla sua parola, si fa portavoce
degli uditori: "La domanda che tutti si pongono", "È importante
per i francesi...". Può persino invocare il "servizio pubblico"
per porsi dal punto di vista degli "utenti" nella descrizione dello
sciopero.
Il presentatore distribuisce la parola e i segni d´importanza (tono rispettoso
o sdegnoso, attento o impaziente, titoli, ordine di parola, per primo o per
ultimo, ecc.). Crea l´urgenza (e se ne serve per imporre la censura), taglia la
parola, non lascia parlare, (e questo in nome delle supposte attese del
pubblico, cioè dell´idea che gli uditori non capiranno o, più semplicemente,
del suo inconscio politico o sociale). [...]
La composizione della platea: è il risultato di tutto un lavoro preliminare di
inviti selettivi (e di rifiuti). La peggior censura è l´assenza; le parole
degli assenti sono escluse in modo invisibile. Da cui il dilemma: il rifiuto
invisibile (virtuoso) o la trappola. Obbedisce a una preoccupazione di
equilibrio formale (con, per esempio, la parità dei tempi di parola nei
"faccia a faccia") che maschera disuguaglianze reali.
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