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Michele Serra: Che fatica essere bestie nella società dell’usa e getta
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Tratto da “la Repubblica”, 15 giugno 2003
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Gli animali, si sa, sono persone di famiglia. Ma chiunque abbia dimestichezza
con loro, anche se non ha letto Konrad Lorenz, sa che comportamento e linguaggio
delle bestie non sono i nostri. Per questo i cani abbaiano anche durante le
(nostre) ore di sonno, i gatti adorano fare pipì nei vasi d'appartamento, i
criceti figliano a raffica e i pesci rossi saltano fuori dalla loro boccia di
contenzione per andare a boccheggiare sul pavimento.
La società contadina affrontava la questione secondo consolidati criteri
utilitaristici. Le bestie tiravano i carretti, aravano i campi, facevano le uova
e il latte, davano carne, aiutavano nella caccia, sorvegliavano l'aia, insomma
lavoravano in schiavitù. Solo per questo erano sopportate e (mal)nutrite. Oggi
che ci ritroviamo in casa dei liberti pelosi, redenti dalla catena e dal
bastone, mangiapane a ufo, il rapporto è più equo ma anche parecchio più
complicato. E irrisolto.
Una maniera abbastanza irritante di affrontarlo è l'antropizzazione forzata
degli animali. Li si tratta come figli o parenti, li si agghinda e tortura con
atroci capetti di vestiario, e il catalogo di gadgets per animali domestici è
ormai un sinistro riassunto delle patologie affettive degli umani: si va dai
cosmetici alle lapidi per tombe, dall'acqua minerale per gatti ai video per
animali da salotto. Non mancano gli psicanalisti per cani, per ora non ancora
scissi in freudiani e junghiani. Tutto questo, in una parola sola, si chiama
snaturamento. Cioè, letteralmente, separazione delle bestie, che sono natura,
dalla natura. E non è una cosa bella: perché trasformare un onesto derivato
del lupo e dello sciacallo in un nevrotico pagliaccio da compagnia è un piccolo
grande sopruso dell'uomo sugli animali, il sopruso uguale e contrario a quello
che facevano i nostri avi contadini, troppo bastone ieri, troppa carota oggi, e
sempre in nome dell'arbitrio umano nei confronti dei conviventi non umani.
I cani hanno l'ovvio diritto di rimanere cani, e i gatti gatti. Per arrivarci,
dovremmo imparare che non sempre i nostri usi e costumi sono compatibili con le
loro esigenze (e viceversa). L'ormai arcinoto e arcidiscusso scandalo
dell'abbandono estivo deriva proprio dall'assurda pretesa, da parte degli umani,
che il cane sia un ninnolo trasportabile, oppure un qualunque parente o
sottoparente a carico, il cui imprevisto ingombro diventa insopportabile quando
si tratta di caricare la macchina e partire. Non averci pensato prima è tipico
di chi ignora che cosa sia, chi sia un cane o un gatto, e se lo mette in casa
come un qualunque oggetto da consumare, scaricandolo alla prima occasione come
un qualunque oggetto consumato. Se non si dispone di spazi e tempi adeguati, se
non si ha quel minimo di premura bastante a cercare un albergo che accetti anche
gli animali, o prenotare in città una pensione per cani (ce ne sono di ottime),
è meglio dedicarsi ad altri hobby, e lasciare perdere. Avere cura di un animale
è faticoso, richiede spirito di osservazione e dunque una motivazione forte,
altrimenti l'ospite diventa un ingombante alieno che non capisci e non ti
capisce.
La moda degli animali domestici, quando è solo una moda, diventa ingorda e
sprecona come tutte le manie di massa, moltiplica crudelmente le cucciolate solo
perché è commovente vedere partorire le cagne e le gatte (salvo poi riempire
le strade e le campagne di randagi), abitua a considerare le bestie "un
divertimento" senza aggiungere che è anche un severo impegno (ho due cani
e tre gatti), diffonde una cultura zoofila superficiale e infantile. Il
risultato è che le sacrosante campagne dei veterinari per la sterilizzazione di
cani e gatti (animali in largo eccesso, qui in Italia, rispetto all'equilibrio
ambientale) vengono considerate "crudeli" per un molto malinteso
pietismo animalista. Che padroni incapaci e maleducati disseminano i marciapiedi
urbani di escrementi canini (ed è come se li avessero fatti loro). Che migliaia
di cani e gatti malcustoditi o abbandonati muoiono sull'asfalto. Che anche le
bestie, al pari di altre mille manie cretine che ci ammorbano la vita, finiscono
per partecipare alla civiltà dell'eccesso, vittime di una voglia momentanea che
sfuma ai primi caldi, quando una carezza ipocrita saluta per sempre il
cosiddetto amico dell'uomo, magari ingozzato di troppo cibo per mesi e poi
lasciato a crepare su una corsia d'emergenza.
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