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Umberto Galimberti: Se l’avventura combatte con la sicurezza
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Tratto da “la Repubblica”, 6 agosto 2003
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Si fa presto a dire "amore". Ma quel che c’è
sotto a questa parola lo conosce solo il diavolo. E quando dico
"dia-volo" dico lacerazione, tensione tra i massimamente distanti,
come massimamente distanti sono i punti della circonferenza che il dia-metro
congiunge. "Le macchine dell’eros" vogliono illustrare alcune di
queste tensioni tra forze incomponibili che agitano il fragile terreno dell’amore,
lacerato tra le avventure del desiderio e il richiamo della casa, tra il bisogno
di trascendenza, in cui propriamente consiste la natura dell’uomo che il
desiderio alimenta, e il terrore di perdere protezione, stabilità e sicurezza,
da cui l’uomo non può prescindere.
Amore è solo la chiave che ci apre le porte della nostra vita emotiva di cui
noi ci illudiamo di avere il controllo, mentre essa, ingannando la nostra
illusione, ci porta per vie e devianze dove, a nostra insaputa, scorre, in modo
tortuoso e contraddittorio, la vitalità della nostra esistenza. Tutti, chi più
chi meno, abbiamo fatto esperienza che l’amore si nutre di novità, di mistero
e di pericolo e ha come suoi nemici il tempo, la quotidianità e la
familiarità. Nasce dall’idealizzazione della persona amata di cui ci
innamoriamo per un incantesimo della fantasia, ma poi il tempo, che gioca a
favore della realtà, produce il disincanto e tramuta l’amore in un affetto
privo di passione o nell’amarezza della disillusione.
L’amore svanisce perché nulla nel tempo rimane uguale a se stesso,
specialmente quando si ha a che fare con le persone che la vita costringe a un
inarrestabile cambiamento. Ma non è il cambiamento a degradare l’amore, siamo
piuttosto noi a fare di tutto per degradarlo. E ci sono ottime ragioni per cui
siamo interessati a questo degrado. La prima ragione è l’"impotenza
psichica" di cui parla Freud a proposito dell’autolimitazione che noi
operiamo della nostra capacità di desiderare e di sostenere il desiderio, per
cui, scrive Freud: "Dove amiamo non proviamo desiderio, e dove lo proviamo
non possiamo amare".
Privo di desiderio, l’amore garantisce tenerezza, intimità, sicurezza, ma non
prevede l’avventura, la tensione e il senso del rischio che alimentano la
passione. Dal canto suo il desiderio senza amore è stimolante, eccitante,
vibrante, ma non ha l’intensità e il senso di un’elevata posta in gioco che
rende profonda la relazione. Non ci è dato, se non per brevi attimi, di fare
esperienza nello stesso tempo dell’amore e del desiderio verso la stessa
persona. E questo perché l’amore, che nasce sotto il segno della stabilità e
dell’eternità, vuole ciò che il desiderio rifiuta. Il desiderio, infatti,
non sa cosa vuole. È un atto infondato che trova insopportabile ogni gesto
della ripetizione volto a confermare se stesso. Come una forza incontrollata
irrompe nella stabilità dell’ordine, producendo nel senso, da tempo
codificato, quel contro-senso che fa ruotare i discorsi senza immobilizzarli
intorno a un dispositivo reale. Per questo nel discorso provoca la parentesi, l’interposizione.
Insinuandosi come un incidente nella propria vita la fa traboccare, esponendola
a un altro senso, quasi sempre fuorviante rispetto all’esigenza unitaria di
una biografia. E questo perché il desiderio, a differenza dell’amore che
vuole costruzione e stabilità, è un movimento verso un punto di perdita.
Estraneo a ogni logica, infatti, il desiderio gioca, ma il suo gioco non ha
regole, perché le regole sono la negazione del gioco, servono all’esclusione,
al "fuorigioco". Nel gioco del desiderio le mosse non rispondono a un
calcolo, non hanno un esito determinato. A regolare il campo non è la
correttezza con la sua funzione pedagogica e morale di cui si nutre l’amore,
perché il desiderio è scorretto. Con la sua natura paradossale rompe l’ortodossia
del discorso amoroso. Lasciando agire in modo ec-centrico delle fascinazioni
impreviste, de-centra l’ordine verso linee di fuga, dove si smarrisce il senso
che una biografia ha faticosamente accumulato. Ignorando il reciproco scambio
sempre sotteso a ogni relazione d’amore, il desiderio conosce solo il furto e
il dolo. Per questo l’amore tende a spegnere i desideri che teme come il suo
negativo più profondo, o di deviarli nella finzione dell’immaginario, come si
deviano le forze temute di un fiume, scavandogli un letto artificiale o
derivandone mille rigagnoli che si disperdono nella terra.
Di qui il successo dell’amore online. La fantasia di scatenare il proprio
desiderio con una persona che non c’è o non è accessibile, con l’estraneo
misterioso, offre non solo la possibilità di esplorare il proibito e il
precario, ma anche l’opportunità di fantasticare sul proibito e sul precario
da un luogo più sicuro rispetto alle nostre relazioni reali, nelle quali non
intendiamo permettere a noi stessi di destabilizzarci. E così, per ridurre il
rischio, separiamo la stabilità, a cui l’amore tende, dall’avventura che il
desiderio agogna. E quando dico "avventura" non alludo a qualcosa di
banale, ma a quel tratto che fa di un uomo un uomo che, a differenza dell’animale,
è sempre proteso oltre di sé, in quella dimensione di cui si alimenta anche la
cultura cristiana quando parla di "trascendenza", di
"oltrepassamento" di ciò che ci è semplicemente dato. Il desiderio
è trascendenza. Ma salvo rare eccezioni, nessuno è disposto a giocare tutto se
stesso nel fascino ignoto dell’avventura. Perché anche per avventurarsi
bisogna partire da un luogo che mi dia il senso del "da dove vengo",
"a cosa appartengo" e magari un giorno "dove desidero
tornare". Non riusciamo infatti a immaginare una persona o una cultura che
non si orienti a partire da un qualche senso di "casa" che Robert
Forst in un suo libro definisce come "il posto in cui, quando ci devi
andare, ti devono accogliere". Per questo "famiglia" e
"familiare" hanno la stessa radice. Oltre all’avventura noi
cerchiamo la continuità e l’identità per ancorarci, e quindi ciascuno a modo
suo stabilisce una casa che difende dal rischio dell’avventura. Per questo
diciamo che non è la quotidianità, la familiarità, l’abitudine a estinguere
nella casa la passione amorosa, ma siamo noi a usare la quotidianità, la
familiarità e l’abitudine per estinguere nella casa la passione amorosa allo
scopo di difendere il nostro nido dal rischio destabilizzante dell’avventura
che potrebbe sottrarci la sicurezza e l’accoglienza di cui, al pari dell’avventura,
abbiamo un assoluto bisogno. Impieghiamo infatti molto tempo a delimitare uno
spazio familiare e a costruire una casa, ma fatichiamo a pensarci così bloccati
dal bisogno di sicurezza da non sentire attrazione di essere, come dice Kerouac,
ancora "on the road". Così come è difficile immaginare dei nomadi
così attratti dall’avventura da non sentire il monito di Nietzsche:
"Guai a chi non ha casa!".
E non si dica che gli uomini dipendono meno delle donne dal senso di
familiarità e sicurezza. Al contrario l’identità maschile è destabilizzata
più radicalmente di quella femminile dalla mancata accoglienza in una casa,
come documentano le storie dei separati che sterminano la famiglia che più non
li accoglie. Allo stesso modo le donne non sono meno avventurose degli uomini,
ma hanno più paura dell’impatto che il loro spirito di avventura ha sugli
aspetti tradizionali dell’identità femminile. Come conciliare il bisogno di
sicurezza e il desiderio di avventura? Come comporre la lacerazione di queste
due istanze così profondamente radicate nel profondo della natura umana? Una
strada ci sarebbe ed è quella di accorgersi e di accettare il cambiamento
continuo a cui ogni abitante della casa va soggetto nel corso della sua vita
giorno dopo giorno. Un cambiamento che riconfigura la quotidianità, sbilancia
la familiarità, infrange le abitudini, rende insolito e nuovo il tempo. Infatti
quanto è conoscibile e prevedibile un’altra persona? Quanto siamo prevedibili
e conoscibili noi stessi? Non è che la prevedibilità, la conoscibilità, la
quotidianità, la familiarità, l’abitudine sono i prodotti della nostra
disattenzione all’altro, o addirittura strumenti che noi usiamo per spegnere
la curiosità e la passione, che sono gli ingredienti del desiderio, allo scopo
di garantirci la sicurezza? In fondo l’amore senza passione è noioso, ma
sicuro. Quanta felicità barattiamo in cambio della sicurezza? Quanti
cambiamenti dell’altro ignoriamo per garantirci un partner prevedibile? L’abitudine
uccide il desiderio. E siccome in qualche modo lo sappiamo non è raro che
trasformiamo in abitudini le persone che amiamo, e attraverso questa
degenerazione protettiva ci garantiamo la sicurezza della casa, e ci difendiamo
dalla vulnerabilità intrinseca dell’amore. Se ci persuadiamo che l’esperienza
umana è per natura mutevole e ciascuno di noi va incontro a un cambiamento
continuo, allora diciamo che la sicurezza è una nostra fantasia che cerchiamo
di realizzare immobilizzando l’altro in un nostro schema, mentre l’avventura
che promuove il desiderio è la realtà. Ma per il timore che l’avventura ci
destabilizzi non la ospitiamo in casa, al massimo le concediamo fuori casa il
tempo di una notte. Troppo poco per rispondere allo spirito d’avventura, di
novità e di cambiamento che caratterizza l’uomo e il suo lacerato modo di
amare.
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