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Michele Serra: Quando passava Nuvolari
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Tratto da “la Repubblica”, 10 agosto 2003
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Cinquant’anni fa, l’11 agosto del ‘53, moriva a Mantova Tazio Nuvolari,
ricco quanto poteva essere ricco un campione sportivo di allora (cioè non
molto), famoso quando poteva essere famoso un campione sportivo prima della
televisione (cioè infinitamente più di adesso). La fama era allora un vento
propriamente mitologico: istantanee in bianco e nero, rare volte una voce
gracchiante alla radio, sui giornali la secca epica delle classifiche d’arrivo
e qualche tonante cronaca, poi l’infinita sequenza di punti irripetibili lungo
le strade di precario asfalto granuloso, quando la macchina appariva in fondo al
rettilineo e si intraversava verso la curva, e l’occhio umano poteva fissare
quella breve apparizione con ammirato sgomento.
Quando lo sbraito del motore lasciava dietro di sé solo eco e polvere, la gente
in piedi tra le stoppie poteva ben dire di avere visto Nuvolari: un paio di
lenti affumicate sotto un casco di cuoio, i mezzi guanti al volante, la bestia
di vernice che lo ingoiava per quanto era piccolo (uno e sessanta, "un
fascio di nervi spiccio e caustico" nella memoria di Enzo Ferrari). Sapere
come parlava e che cosa pensava, come vestiva da civile, che fidanzate o mogli
avesse, insomma che "personaggio" fosse, era il privilegio (o la
sfortuna) della sua cerchia privata e di lavoro, e dei pochi giornalisti al
seguito.
Per la folla, che è la sola vera depositaria dei miti, Nuvolari era solo un
nome filante a bordo della Chiribiri, dell’Alfa, dell’Auto Union, della
Ferrari: una folgore intravista da parecchi ma solo per pochi istanti, e
percepita da tutti come fenomenale icona della destrezza e del fegato, della
velocità e dello sprezzo della morte. Da fine anni Venti ai primi Cinquanta, l’epoca
d’oro dell’automobile e dell’automobilismo sportivo, quando si correva nel
territorio, tra il granturco e i pioppi, tra le case e i campi dell’Italia
contadina, con pochi denari, molta incoscienza e una cieca fede nel rombo
generoso di una modernità tutta ancora da verificare... Se partiamo proprio da
qui, cioè dalla coincidenza tra la scomparsa di Nuvolari e la comparsa, in
Italia, del piccolo schermo, possiamo capire meglio l’unicità del suo mito.
Non fece in tempo, come Bartali e Coppi, a partecipare al Musichiere e scherzare
con Mario Riva, dando al nascente pubblico di massa l’idea familiare e smagata
dei campioni come vicini di casa, il tiepido brivido di vederli in abiti
borghesi.
Morì che era ancora una fotografia, un breve e nebbioso filmato, una divinità
sfuggente e misteriosa. Morì che era puro talento, non inquadrato nell’umanamente
noto, il fantino prodigioso in grado di domare le infernali lamiere che già
allora sfioravano i trecento all’ora, ma su gomme quasi rudimentali, strette e
dalla presa avventurosa, con i freni a tamburo che si scioglievano dopo poche
strette di ganascia, senza l’elettronica correttiva che facesse da filtro tra
il corpo del pilota e la pazzesca ferraglia da indirizzare, bene o male, lungo i
declivi e le pianure della campagna italiana.
Si dice che il suo stile di guida consistesse in due fondamentali abilità: una
generica, pigiare sempre sull’acceleratore senza mai farsela sotto, l’altra
molto personale, le curve imboccate tutte in dérapage, anticipando con il muso
la traiettoria e ritrovandosi avvantaggiati sul dritto successivo, con la
macchina già puntata al rettilineo. Collezionava uscite di strada, incidenti,
fratture, ma fu tra i pochi, della sua leva, a chiudere gli occhi nel suo letto.
La fioritura di aneddoti e leggende sulla sua invulnerabilità è clamorosa,
appassionante e probabilmente infarcita di esagerazioni e frottole: tenuto
insieme a furia di cerotti, gesso e fil di ferro, riparato e raddrizzato come un
pezzo della meccanica complessiva macchina-pilota, nessun dolore lo fermava
perché era una creatura mossa dai nervi - non dai muscoli e dalle ossa. (Cose
simili si dissero di un altro esserino, più giovane di lui e quasi coevo, Edith
Piaff, minata dalla vita, da uscite di strada e da altri incidenti esistenziali
proprio come un pilota, ma amorosa e vibrante a oltranza, come un diapason. Gli
estremamente nervosi possono diventare estremamente sensibili, sapere meglio
degli altri come si prende una curva o una nota, come si sale a bordo della
storia). Nuvolari su Chiribiri è del resto, lo si sente subito, già una
canzone, e senza scomodare Roversi-Dalla si ammira, ancora oggi, la musicalità
di quel cognome, la sua predestinazione celeste. Anche i motori, che avevano
già cilindrate molto frazionate, otto e anche dieci cilindri, dovevano cantare
da far paura, e sentirli fuori dagli autodromi, lungo i circuiti tracciati nelle
comuni strade e per i paesi, sicuramente faceva un effetto strepitoso, anche per
il contrasto così novecentesco, e così italiano, tra l’immobile paesaggio
contadino e il mostro metalmeccanico che lo violava. Di quell’ossimoro
sociologico e cronologico - le stoppie e il bolide, i campi e la velocità - si
ha ancora traccia nell’Emilia della Ferrari, della Maserati e della
Lamborghini. Il Museo Maserati, amorevolmente messo assieme da un facoltoso
privato modenese, è custodito in una fattoria piena di vacche e forme di
parmigiano. Ma certo è ormai trascorso, è tramontato (e si è mutato in ferita
irrimediabile ai luoghi e allo spirito) quell’equilibrio magico e fragile tra
il cuore arcaico e rurale del nostro paese - specie nella grande pianura del
Nord - e la sua febbrile sapienza artigiana.
E a nessun pilota, oggi, potrebbe più accadere quanto accadde a Tazio Nuvolari
in una Targa Florio degli anni Trenta. La macchina uscì di strada e ruzzolò
tra i rovi, in fondo a un terrapieno. Il meccanico di bordo (la Florio si
correva in coppia), sbalzato dall’abitacolo già durante la sbandata, si
rialza e corre verso il ciglio della strada, guardando in basso e temendo il
peggio. Non vede Nuvolari. Grida spaventato: "Tazio! Tazio!" Nuvolari
sbuca intatto da un cespuglio, con il casco in mano, fa cenno al suo partner di
tacere e gli bisbiglia: "Fai silenzio, asino! C’è un nido di quaglie con
i piccoli. Li stiamo disturbando". Ruote all’aria, lì a fianco, la
macchina agonizza sfiatando vapori di benzina.
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