 |
 |
 |
|
J.G. Ballard, un profeta nel suo cottage
|
|
di Samuel Blumenfeld, tratto da “Le Monde”, 19 settembre 2003
|
 |
Shepperton, la cittadina nei sobborghi londinesi dove vive J.G. Ballard,
sembra un set cinematografico. I celebri studi di ripresa non si trovano molto
lontano, proprio di fianco all’aeroporto di Heathrow. La casa di Ballard si
trova dietro alla stazione, in una strada dove le case sono disposte in fila,
come nel viale centrale di Disneyland. Ci manca solo Topolino lì pronto ad
accogliervi…
Nel suo adattamento di Crash, David Cronenberg aveva trasposto
perfettamente l’universo futurista immaginato da Ballard, percepito come una no
man’s land dove macchine e case sembravano essere concepite soprattutto
per non turbare lo sguardo.
Questo futuro era agevolmente adattabile al grande schermo.
Uno sguardo verso il cottage di Ballard, un altro verso la sua auto ammaccata
parcheggiata davanti alla porta, e si comprende che gli sarebbe bastato restare
a casa per leggere nel futuro.
"Sono incline a pensare," scrive Ballard all’inizio de La mostra
delle atrocità "che mi sono trasferito a Shepperton trent’anni fa
sapendo incoscientemente che un giorno avrei scritto un romanzo sulle mie
avventure ai tempi della guerra di Shangai, e che avrebbero potuto girarne le
scene in questi stessi studi. Le nostre vite sono attraversate da profonde
determinazioni: non ci sono coincidenze."
La casa di Ballard all’interno è come una matrioska. L’entrata è spaziosa,
ma la stanza dove l’autore vi invita con la promessa di un bicchiere di vino
bianco somiglia a una camera di decompressione, con un falso Delvaux dipinto da
uno sconosciuto a partire da una tela del pittore belga distrutta a Londra
durante la seconda guerra mondiale.
In fondo alla stanza si intravede una porticina in legno. Si tratta del terzo
girone della casa di Ballard, delle segrete di Shepperton? La sensazione di
claustrofobia è tangibile. Ed essa era già presente in uno dei primi romanzi
dello scrittore, The Concentration City, faticosa visione di una città
senza limiti dove il cittadino gira sempre in tondo senza alcuna possibilità di
uscita. E tale sensazione è ancor più presente in La mostra delle atrocità,
libro-saggio iniziato nel 1966, e completato e dato alle stampe solo negli anni
novanta.
Questa summa gigantesca, a lungo rimasta allo stato di work in progress,
è consacrata alle turpitudini della nostra civiltà, e agli stati d’animo
provati da Ballard, testimone di un’epoca in cui non si ritrova più.
Nel suo La mostra delle atrocità, il protagonista principale, un medico
in preda alla depressione nervosa il cui nome -
Tallis, Talbot o Traven - cambia con il susseguirsi
delle pagine, si evolve in un universo totalmente fermo poiché si rivela una
proiezione della nostra psiche.
È prigioniero del suo stesso cervello.
"La morte dello stato affettivo è uno dei fatti salienti della nostra
epoca. L’emozione, che una volta era un fattore di coesione, è ora scomparsa
dalle relazioni umane.
Abbiamo visto così tante cose spaventose alla televisione… il timore di una
guerra nucleare ci ha reso meno sentimentali. Noi abbiamo una cultura dell’entertainment,
guidata dal consumismo, e non possiamo certo trovare soddisfazione in quest’ultima."
L’assassinio di JFK
Al momento della sua pubblicazione, La mostra delle atrocità era
evidentemente un sasso lanciato nello stagno. La sua struttura frammentata,
senza un vero e proprio filo conduttore narrativo, rinviava, come riconosce
Ballard stesso, al movimento del lettrisme o alle esperienze dell’Oulipo.
"Le persone hanno trovato il libro difficile da leggere. Ma bisogna aprire
una pagina a caso, scegliere un paragrafo, leggere quello di fianco, e lasciare
che il libro si organizzi secondo i propri desideri."
Ed è questo stesso desiderio a porre dei problemi ne La mostra delle
atrocità. Nel futuro previsto da Ballard, gli individui, alla ricerca di
sensazioni sempre più forti, guardano con tutta serenità dei reportage sul
Biafra e sul Vietnam, o delle immagini di reali incidenti d’auto.
Talbot letteralmente evolve all’interno di un universo di fantascienza,
poiché l’alleanza della scienza e della finzione crea un’alterazione del
reale.
"Ho cominciato a scrivere nel 1966, e ho continuato nel 1969. La mia
ispirazione principale era l’assassinio di John F. Kennedy. La televisione
cominciava a cambiare la visione del mondo, e abbiamo praticamente assistito in
diretta al suo assassinio, e poi a quello di Lee Harvey Oswald. Nello stesso
modo abbiamo potuto vedere delle immagini spaventose della guerra in Vietnam,
che non è stata censurata come invece è stata la guerra del Golfo. In quel
momento ho avuto l’impressione che stavamo perdendo il nostro senso della
continuità. Si vedeva un reportage sulla guerra in Vietnam, poi una
trasmissione comica, e infine un documentario sulla moda, il tutto inframmezzato
dalla pubblicità. Diventava impossibile sapere. Niente era vero, e nello stesso
tempo niente era falso. La mostra delle atrocità è un tentativo di
trovare la verità. La politica era diventata un annesso dello showbusiness dopo
Kennedy. E c’erano delle risonanze strane tra la corsa allo spazio e la
cultura della droga, tra la politica e lo spettacolo. Il mio personaggio
riassume ciò che stava accadendo. Un medico, nella nostra società, è proprio
colui che è tenuto a verificare il nostro stato mentale. Oppure, è il primo
che comincia a deragliare."
La cultura della celebrità, la frontiera sempre più fluida tra la finzione e
la realtà, la nascita di un totalitarismo dolce e amichevole (simboleggiato nel
libro dall’irruzione di Ronald Reagan, all’epoca governatore della
California e immagine dell’alleanza tra la politica e il marketing), sono
delle ipotesi già note, denunciate con impressionante intensità nel romanzo La
mostra delle atrocità.
La posizione di Ballard nei confronti del suo libro è sorprendente. Letto oggi,
La mostra delle atrocità non appare tanto un testo profetico, quanto
invece un tuffo nostalgico in un passato compiuto, della stessa stirpe dello
sconvolgente Impero dei sensi, il racconto della sua infanzia in Cina
durante la seconda guerra mondiale.
Dopo La mostra delle atrocità, a Ballard non resta che fermarsi e
guardare la catastrofe.
Ed è quello che ha fatto, nel suo cottage a Shepperton.
|
|
|
 |
|