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Marosia Castaldi: L'ultima spiaggia
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Tratto da "il Mattino" del 31 luglio 2002
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L’estate è una costellazione dell'anima. Ognuno ne ha tante o ne ha una
sola. Io ne ho avute due: quelle senza barca e quelle con la barca. Nel mezzo
c'è l'estate passata a casa con mia madre ad aiutarla nei lavori domestici e ad
arrostirmi sul balcone fino a sudare come una fontana. Se scavo dentro la
memoria non c'è nessuna estate che si staglia sulle altre, ma cicli di vita che
si sono susseguiti scandendo epoche ed età che vivevano e morivano dentro il
corpo. Dentro la memoria.
All'inizio, quando eravamo piccolini, noi tre fratelli passavamo l'estate a
Napoli. La mattina venivamo portati sulla spiaggia di Miliscola o di Miseno dove
restavamo a mollo dentro l'acqua, fino a che la punta delle dita diventava
bianca, spampanata, tutta solcata di piccoli canali. E le madri a chiamarci:
"Salite! Non vedete che vi siete ridotti a baccalà?" Per noi quel
salire era una caduta, di cui ci consolavamo costruendo con sabbia fine come
seta enormi castelli pieni di rametti e di conchiglie o piste lunghissime e
tortuose in cui lanciavamo le biglie di vetro colorate. Ho un sacco di
fotografie di quelle estati. Ritraggono una bambina con un costumino a due
pezzi, anche se seno non ne ha, tre bambini che scavano la sabbia in riva al
mare, due bambini che mangiano un gelato a un tavolino. Eravamo noi quei
bambini. Poi uno dei bambini è morto. Non era più un bambino. Era passato nel
mezzo il tempo dell'adolescenza con i bagni a Villa Beck, sulle rocce di tufo
dove si faceva a gara a chi faceva i tuffi più vigorosi e io, i tuffi, non li
sapevo fare. Allora spesso mi stufavo di quelle gare di bravura e preferivo
restarmene con mia madre in casa e aiutarla a preparare la parmigiana di
melanzane e i peperoni imbottiti. È stato allora che ho imparato a cucinare.
Mi stendevo sul letto quando ero stanca e guardavo il mio corpo che cresceva, le
gambe che si allungavano, le dita con un anellino con tante pietrine verdi
false. Era il mio mare addomesticato. In questo primo mare della spiaggia, del
tufo e della casa, non c'era mai una barca. Noi non ce l'avevamo. Nessuno degli
amici ce l'aveva. Il mare si guardava dalla terra ed era placido, privo di
avventura.
Ma lì, nella sabbia di Miseno e Miliscola e dentro il tufo, ho sentito
risuonare da una distanza più remota una voce che già avevo conosciuta e che
ancora canta nelle canne e dentro la mia mente. È la voce della Sibilla Cumana
che aveva chiesto ad Apollo di essere immortale ma aveva dimenticato di chiedere
che i suoi fossero anni di eterna giovinezza. E così Sibilla invecchiava
eternamente . Stanca di questa eternità continua ancora a rispondere al Dio che
le chiede "Cosa vuoi?" Voglio morire.
Nelle canne, nel tufo, nella sabbia che si sparge nel vento della zona flegrea
ho formato i piedi ed il respiro con i quali ho affrontato la seconda estate:
quella con la barca.
Morti l'infanzia, l'adolescenza e quel bambino della fotografia che raccoglieva
sabbia insieme a noi fratelli, la nave della vita ha virato verso l'altra parte
del golfo, verso la costiera amalfitana, dove avevano la casa dell'estate gli
amici che nel frattempo avevo conosciuto. Nulla restava delle vecchie estati. La
nostra vita pareva in preda al vento. Chiunque avrebbe potuto portarci dove
voleva. Io fui portata nelle case e nelle barche che affollano i porticcioli
della penisola sorrentina.
Un'amica mi portò per la prima volta in barca. Mi insegnò a tenere il timone,
ad accendere il motore, ad affrontare le onde di traverso e non di fianco:
"Altrimenti la barca si rovescia". Stavo in piedi con la barra del
timone in mano e mi risuonavano alle orecchie le parole di Starbuck ad Achab:
"O capitano, mio capitano…" Mi sembrava di fendere il mondo con ali
d'acciao in mezzo a quelle rupi di Ieranto e Nerano e Mitigliano che si
gettavano a strapiombo dentro l'acqua. Ero uscita dalla pozzanghera domestica e
finalmente affrontavo il mare. La terra la guardavo da lontano. Erano estati
belle felici piene di uva vino e amori, quando dalle terrazze nella sera,
guardando il mare limpido e lucente, sembrava che tutta la vita potesse esser
navigata. Quel mare, quelle terrazze, quelle barche mi levarono dalle spalle il
peso della morte. Il peso leggero di quel bambino che non c'era più.
Solo molti anni dopo ho ritrovato la mia sola estate. Ho aperto un cassetto e,
sfogliando tra fotografie, ho rivisto mia madre sulla spiaggia di Bagnoli.
Napoli era stata da poco liberata dagli Americani. Lei è una donna alta bionda
e bella, come una normanna. È circondata da qualcuno. O è sola. Spesso, sullo
sfondo, ci sono dei soldati. Ora, dalla carta ingiallita, lei mi guarda. Poso
mia madre sopra un tavolo e vedo una bambina in piedi sulla stessa spiaggia in
cui sua madre è stata. È molto piccola. Non è ancora andata nella sabbia di
Miliscola e di Miseno. Di me non c'è fotografia, se non quella impressa dentro.
Nella mente. Da quella spiaggia, sotto la casa della nonna, si lanciava nel
mare, come una saetta, il pontile che portava alla fabbrica i carichi d'acciaio.
Tutta la casa era impregnata di ruggine e salsedine, stretta com'era tra il mare
e l'Italsider. In mezzo c'era una piazza con una palma al centro che piegava al
vento le sue foglie alate. E c'era un balcone dove, nei pomeriggi dell'estate,
mia madre e sua madre si sedevano a parlare o solo a guardare la gente. Da lì
vedevamo all'improvviso il cielo esplodere di rosso nella sera, quando, nel
corpo di balena della fabbrica, veniva colato l'acciaio fuso.
A noi bambini veniva raccontato che agli operai era dato latte per
disintossicarsi dalle inalazioni ferrose. E noi vedevamo bianco latte e rosso
fuoco fondersi in un'unica visione. Stavamo sotto un cielo senza stelle,
ottenebrato da vampe di calore, vicino quasi al nero. E si faceva l'ora di
tornare a casa. Mia madre si alzava dalla sedia sul balcone. Salutava la nonna
che baciava noi bambini. A me non piaceva l'odore della nonna e le sue guance
molli e non credo di aver mai dormito a casa sua.
L’estate entrata dentro i miei passi, dentro il mio respiro, è quella che
quasi non ricordo o che non mi appartiene. È l' estate di mia madre sulla
spiaggia di Bagnoli. È l'estate di una bambina tenuta per mano dallo zio che
guarda il lungo pontile che si avventa dentro il mare. La mia estate non è una
stagione. È un luogo. È un patto tra la fabbrica la spiaggia il mare e la
bambina. L'estate è rimasta lì, scolpita. Bianca come una dea di latte e
ferrosa come la fabbrica di fuoco. Immobile dentro le stagioni che corrono
veloci, feroci, e fanno fuggire, estate dopo estate, tutte le estati della vita.
Se sono felice, ancora oggi, poso la testa sopra un cuscino come se fossi sopra
quella spiaggia dove l'estate non finisce mai. Ai bambini il Dio chiede
"Cosa vuoi?". Tutte le estati. Da qui all'eternità. Poi scappano.
Dissolti nello spazio, nel tempo, nella vita. Ma se si guarda bene, per un
istante lo si vede quel patto che l'estate stringe per sempre tra un luogo ed un
bambino. Gli brilla sulla testa, tra i capelli. È un lampo di ferro, di sole.
Un vibrare d'aria o d'acqua. Qualcosa che solo gli Dèi possono toccare,
perché, come l'estate, i bambini sono fuori della propria morte. Sono
"allegri innocenti e senza cuore".
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