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Umberto Galimberti: La grande tribù dei prevedibili
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Tratto da “la Repubblica”, 15 agosto 2002
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A nessuno è data la possibilità di scegliersi l’epoca in
cui vivere, né la possibilità di vivere senza l’epoca in cui è nato, non c’è
uomo che non sia figlio del suo tempo e quindi in qualche modo
"omologato". Accade però che, rispetto alle epoche che l’hanno
preceduta, la nostra epoca è la prima a chiedere l’omologazione di tutti gli
uomini come condizione della loro esistenza. Non dunque un’omologazione come
"dato di fatto", ma un’omologazione "di principio", le cui
ragioni vanno ricercate in quella condizione per cui, nell’età della tecnica
e dell’economia globale, "lavorare" significa
"collaborare" all’interno di un apparato, dove le azioni di ciascuno
sono già anticipatamente descritte e prescritte dall’organigramma per il buon
funzionamento dell’apparato stesso.
1. La coscienza omologata. Un’azione è omologata quando è conforme a una
norma che la prescrive, quindi quando non è un’azione, ma una conformazione.
E conformazioni sono tutte le azioni che si compiono in un apparato e in
funzione dell’apparato, al cui interno il fare da sé cessa dove incomincia
ciò che deve essere fatto in perfetto accordo con le altre componenti dell’apparato.
Gli scopi che l’apparato si propone non rientrano nelle competenze del singolo
individuo e talvolta, stante l’alta sofisticazione tecnica, nelle possibilità
della sua competenza. Ciò comporta che la "coscienza" dell’individuo
si riduce alla "coscienziosità" nell’esecuzione del suo lavoro, e
in questa riduzione è l’atto di nascita della "coscienza
conformista", a cui viene richiesta solo una buona qualità di
collaborazione, indipendente dagli scopi che sono di competenza dell'apparato.
2. Il sano realismo. Sarà per questo che fin da piccoli ci siamo sentiti dire
che il successo si consegue più facilmente se ci si adatta alle esigenze degli
altri (rinunciando ovviamente a realizzare se stessi), e così abbiamo fatto
quando imitavamo i tratti e gli atteggiamenti di tutte le collettività in cui
entravamo a far parte. Dal gruppo dei bambini con cui giocavamo, ai compagni di
classe, ai gruppi di lavoro, a nostre spese abbiamo imparato che ciò che paga
è l’uniformità più rigorosa, dove la capacità di adattarsi all’organizzazione
appariva come l’unica condizione per avere una certa influenza su di essa.
Alla minima obiezioni c’era sempre chi ci ricordava che questo atteggiamento
si chiama "sano realismo", mentre in noi sorgeva il sospetto che con
questa espressione non ci si riferiva tanto a una rappresentazione fedele del
reale, ma a quella determinata presa di posizione surreale che è l’accettazione
indiscussa dell’esistente. Il cui valore consiste semplicemente nell’essere
così come esso è, senza la minima cura della sua qualità morale.
3. L’incoscienza della coscienza omologata. Affinché l’adattamento non
venga avvertito come una coercizione è necessario che il mondo in cui viviamo,
che è poi il mondo della tecnica e dell’economia globale, non venga avvertito
come uno dei "possibili" mondi, ma come l’"unico" mondo
fuori dal quale non si danno migliori possibilità d’esistenza. Allora e solo
allora l’ordine e l’obbedienza non saranno più percepiti come fatti
coercitivi, allo stesso modo di come i pesci del fondo marino non percepiscono
come coercizione la pressione dell’acqua e gli animali di terra la pressione
atmosferica. Se il mondo dei beni da produrre e consumare riesce a costituirsi
come mondo coeso senza lacune, senza interruzioni, senza alternative, gli
obblighi imposti da questo mondo e le obbedienze richieste non saranno più
avvertiti come tali, bensì come "condizioni naturali" di essere nel
mondo. Ma quando un mondo riesce a farsi passare come l’unico mondo, l’omologazione
degli individui raggiunge livelli di perfezione tali che i regimi assoluti o
dittatoriali delle epoche che ci hanno preceduto neppure lontanamente avrebbero
sospettato di poter realizzare. 4. Il conformismo come condizione d’esistenza.
Senza interruzione, senza lacune, senza sospensione, non ci rendiamo conto da
quante catene ci ha reso dipendenti l’età della tecnica e dell’economia
globale e, se nel secolo scorso Marx poteva dire che la maggioranza dell’umanità
"non aveva niente da perdere tranne le sue catene", oggi si dovrebbe
dire che senza queste catene non avrebbe di che sopravvivere. Questa è la
ragione per cui, quando le catene si spezzano (sciopero dei mezzi di trasporto,
interruzione dell’energia elettrica, ritardo nei rifornimenti alimentari), da
parte di tutti ne viene invocata subito la saldatura. Questa richiesta è l’indice
non solo del tasso di dipendenza di ciascun individuo dal mondo della tecnica e
dell’economia globale, ma anche del tasso di collaborazione spontanea, quindi
di omologazione e di conformismo, affinché questo mondo permanga il più
possibile garantito e assicurato senza interruzioni, rischi o possibilità di
cedimento, anche se al suo interno non è preclusa, anzi è sollecitata, la
possibilità di continuare a ripetere il vocabolario dell’individuo.
5. I mezzi di comunicazione come mezzi di omologazione. La società conformista,
nonostante l’enorme quantità di voci diffuse dai media, o forse proprio per
questo, parla nel suo insieme solo con se stessa. Alla base infatti di chi parla
e di chi ascolta non c’è, come un tempo, una diversa esperienza del mondo,
perché sempre più identico è il mondo a tutti fornito dai media, così come
sempre più identiche sono le parole messe a disposizione per descriverlo. Il
risultato è una sorta di comunicazione tautologica, dove chi ascolta finisce
con l’ascoltare le identiche cose che egli stesso potrebbe tranquillamente
dire, e chi parla dice le stesse cose che potrebbe ascoltare da chiunque. In un
certo senso si può avanzare l’ipotesi che la diffusione dei mezzi di
comunicazione che la tecnica ha reso esponenziale tende ad abolire la necessità
della comunicazione perché non si dà esigenza di comunicazione là dove è
abolita la differenza specifica tra le esperienze del mondo che sono alla base
di ogni bisogno comunicativo. Con il loro rincorrersi, infatti, le mille voci
che riempiono l’etere aboliscono progressivamente le differenze che ancora
sussistono tra gli uomini, e perfezionando la loro omologazione, rendono
superfluo, se non impossibile, parlare in prima persona. In questo modo i mezzi
di comunicazione cessano di essere dei "mezzi", perché nel loro
insieme compongono quel "mondo" fuori dal quale non è dato avere
altra e diversa esperienza. Questa è la ragione per cui in una società
omologata come la nostra, "parlare" non significa come ha sempre
significato "comunicare", ma eliminare le differenze che ancora
potrebbero sussistere con i nostri simili, in modo che l’anima di ciascuno,
già coestensiva al mondo di tutti, diventi coestensiva e al limite
sovrapponibile all’anima di chiunque.
6. Cognitivismo e comportamentismo come psicologie del conformismo. Questo
spiega perché nella nostra epoca sono diventate egemoni quelle "psicologie
dell’adattamento" il cui implicito invito è di essere sempre meno se
stessi e sempre più congruenti all’apparato. Non diversamente si spiega il
declino della psicoanalisi come indagine sul proprio profondo, e il successo del
cognitivismo e del comportamentismo. Il primo per aggiustare le proprie idee e a
ridurre le proprie dissonanze cognitive in modo da armonizzarle all’ordinamento
funzionale del mondo; il secondo per adeguare le proprie condotte,
indipendentemente dai propri sentimenti e dalle proprie idee che, se difformi,
sono tollerati solo se confinati nel privato e coltivati come tratto
"originale" della propria identità, purché non abbiano ricadute
pubbliche. Si viene così a creare quella situazione paradossale in cui l’"autenticità",
l’"essere se stesso", il "conoscere se stesso", che l’antico
oracolo di Delfi indicava come la via della salute dell’anima, diventa nelle
società conformiste e omologate qualcosa di patologico, come può esserlo l’esser
centrati su di sé (selfcentred), la scarsa capacità di adattamento (poor
adaptation) il complesso di inferiorità (inferiority complex). Quest’ultima
patologia lascia intendere che è inferiore chi non è adattato, e quindi che
"essere se stesso" e non rinunciare alla specificità della propria
identità è una patologia. E in tutto ciò c’è anche del vero, nel senso che
sia il cognitivismo sia il comportamentismo, in quanto "psicologia del
conformismo" assumono come ideale di salute proprio quell’esser conformi
che, da un punto di vista esistenziale, è invece il tratto tipico della
malattia. Dal canto loro i singoli individui, interiorizzando i modelli indicati
dal cognitivismo e dal comportamentismo, respingono qualsiasi processo
individuativo che risulti non funzionale alla società omologata, dove la
differenza, la specificità e la peculiarità individuale, oltre a non essere
remunerative, destano persino qualche sospetto.
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