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Gianfranco Bettin: Da Portopalo a Treviso
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Tratto da “il manifesto”, 24 agosto 2002
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Un peschereccio, l'altra notte, ha tirato dritto dopo aver incontrato una
carretta del mare carica di immigrati. Troppo rischioso trainarli a riva, come
al solito, come si fa da secoli sulle rotte del mare quando si incontra chi ha
bisogno. Troppo rischioso dopo l' iniziativa della procura di Modica che ha
incriminato un intero equipaggio per aver accompagnato in un porto italiano,
invece che a Malta, la nave di clandestini che aveva incrociato. E' la logica
della Bossi-Fini, applicata alla giustizia corrente ma anche introiettata nel
carattere e nel profilo psicologico di chi vi si allinea. Siate squali, o
comunque cinici, e rispetterete la legge. La scelta di "disobbedirle",
annunciata da molte associazioni di volontariato, è, proprio per questo, come
sempre nella pratica della disobbedienza civile, scelta di applicare principi di
superiore civiltà.
A Bologna, invece, la brutta avventura corsa dai quattro giovani marocchini
scambiati per terroristi insime all'insegnante padovano che li accompagnava a
regolarizzarsi (una delle molte persone, per fortuna, che magari improvvisando,
sono diventate punto di riferimento per gli immigrati nella latitanza quasi
totale delle istituzioni), rivela anche il carico di paranoia che distingue,
insieme alla tendenza alla spettacolarizzazione delle proprie imprese, l'attuale
gestione della sicurezza in Italia. Come ha scritto ieri questo giornale, un
errore può certo capitare a chi lavora in un settore così delicato, ma
l'allestimento della notizia, la teatralizzazione della cattura e dell'intera
operazione, tradiscono un di più di avventatezza e, peggio, una vocazione a
esasperare la situazione e ad amplificare il "caso" che esprimono
un'attitudine, un metodo. C'è del metodo, in questo errore, insomma. Del resto,
da più di un anno, non passa settimana senza che qualche ministro, con supporto
di servizi e apparati, non annunci attentati e catastrofi varie.
Come l'impagabile Martino di qualche settimana fa: "Non si sa quando, non
si sa dove, non si sa a opera di chi, ma di sicuro avverrà prossimamente un
attentato in Occidente". "Ricordati che devi morire", ripeteva il
Savonarola messo in caricatura da Benigni e Troisi tornati indietro nel tempo in
"Non ci resta che piangere". "Mo' me lo scrivo", rispondeva
scocciato Troisi all'ennesima profezia portasfiga. Converrebbe associarsi,
tanto, anche quando ci prendono (o c'azzeccano i servizi: come nel caso di Marco
Biagi), questi lasciano che il peggio accada, e a volte lasciano pensare che il
peggio lo auspichino (così da poter dire di averlo detto, e da rimestare nel
dopo evento choc).
Ancora, ieri a Treviso alcune famiglie di immigrati regolari, con almeno una
ventina di bambini, sono state brutalmente cacciate dalle case che occupavano
abusivamente e si sono dovute accampare prima dentro e poi sul sagrato del Duomo
perché una qualche soluzione cominciasse a essere cercata. Naturalmente, per
iniziativa del prefetto e soprattutto della chiesa trevigiana, non certo
dell'amministrazione leghista del sindaco Gentilini. Il comune ha
incredibilmente dichiarato che, non essendo residenti a Treviso, questi
immigrati, tutti regolarmente occupati in aziende della zona, non possono essere
assistiti. E' chiaro? Io non ho la casa, e quindi non ho la residenza, e dunque
non posso chiedere una casa perché non ho la residenza, anche se lavoro qui
onestamente, anche se ho i bambini con me. Sarebbe una farsa, se non fosse un
dramma. Se non fosse la più coerente traduzione nella vita reale di una vecchia
vignetta di Altan. "L'economia ha bisogno degli stranieri", dice un
tale azzimato. "Sarò xenofobo solo dopo le otto di sera e nei giorni
festivi", gli risponde un suo clone. Fedeli interpreti, entrambi, della
schifosa miscela di cinismo e ipocrisia di cui è fatta la morale dominante.
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