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Marco D'Eramo: Brown-black, sfida nella tana di Bush
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Tratto da “il manifesto”, 24 ottobre 2002
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La campagna elettorale di mezzo termine sembra lontanissima quando ti aggiri
sotto l'immensa volta, buia come uno spazio interstellare, del gigantesco
Convention Center, dove ogni stand promette a luci forti una meraviglia più
strabiliante dell'altra, qui al World Space Salon che per una settimana ha
occupato Houston downtown. Già: a Francoforte si tiene la fiera del
libro, a Detroit il salone dell'auto e a Houston quello dello spazio ... L'Houston
Chronicle parla di 13.000 partecipanti. Io ne vedo molti meno, e al
settimanale alternativo Houston Press sfottono il quotidiano: "I
texani sono famosi per essere ballisti; e questa è grande così": In
realtà gli specialisti presenti sono circa 4.000; poi ci sono le scolaresche e
i curiosi come me. Ma quel che colpisce è lo stile da imbonitore, imbonitore
spaziale, si direbbe nello slang giovanile. Uno stile che ricorda i
piazzisti della politica, che ogni sera nei martellanti spot tv ti vendono il
loro marchio per le cariche più disparate, da giudice di contea a direttore del
distretto idrico. Qui, allo Space Salon, ci promettono di solcare il silenzio
degli infiniti spazi su galeoni sospinti da vele al plasma; di assicurare
energia alla terra grazie a immani lenzuoli di batterie solari stesi per
chilometri quadrati in orbita attorno alla terra, convoglianti energia che ci
verrebbe rispedita grazie a raggi laser. Ci balenano la possibilità di sanare
mali incurabili grazie alle ricerche in assenza di gravità. L'industria
spaziale ci presenta di volta in volta un volto benigno ed ecologico con la
sorveglianza satellitare del Niño, o arcigno e bellicoso con i satelliti di
sorveglianza e le armi di "guerre stellari". Entri in navicelle
spaziali, dove ti mostrano come bere liquidi e urinare in assenza di gravità.
Ti fanno pilotare simulazioni video di sorvoli su Marte (i bambini ne vanno
matti). Ovunque respiri un'aria di sogni infantili alla disperata ricerca di
tradursi in realtà tecnologiche: adulti che si trastullano con giocattoli da
miliardi di dollari, immedesimandosi negli albi di Nembo kid che leggevano da
bambini. C'è persino un modello, grandezza naturale, del veicolo che ha
esplorato Marte, il Pathfinder, costruito dalla Lego con 80.000 pezzi: sarebbe
un programma per stimolare nei ragazzi delle medie la passione per lo spazio.
La verità è che, esclusi i satelliti messi in orbita per gli scopi più
diversi (militari, sorveglianza, comunicazioni, astrofisica, meteorologia),
l'industria spaziale è al lumicino: finita la sbornia degli ani `60, nessuno si
sogna più di far tornare gli umani sulla luna, immaginiamo su Marte o,
addirittura sulle lune di Giove! La verità è che saloni come questo sono un
disperato tentativo, da parte della Nasa e di altri operatori spaziali, per
salvare dall'estinzione un settore in crisi irreversibile, anche se lo stato del
Texas ha dato la licenza per la costruzione di tre "spazioporti
commerciali" (cioè rampe di lancio per mettere in orbita satelliti). Un
tentativo per salvare uno degli assi portanti dell'economia di Houston, il
centro spaziale della Nasa, appunto.
Perché, oltre che sul turismo sanitario verso il celeberrimo Houston Medical
Center (che - come una città a sé - torreggia con i suoi molti grattacieli di
fronte al mio motel), l'economia di Houston è cresciuta a ritmi ruggenti sull'hi
tech, sulla Nasa e sul petrolio
L'area metropolitana di Houston è cresciuta del 50% in 20 anni, passando da 2,8
a 4,2 milioni di abitanti. Qui ha sede la Halliburton, di cui è stato
amministratore delegato l'attuale vicepresidente Dick Cheney. Qui s'innalza il
grattacielo, oggi semiabbandonato, della Enron, il cui fallimento ha innescato
gli scandali a catena che hanno spinto alle dimissioni e all'incriminazione gli
amministratori delegati di Worldcom, Tyco, Adelphia, Qwest (e la lista è
lunghissima). A Houston ha appena chiuso il proprio settore energetico anche la
Dinegy (che lo scorso anno stava per comprare la Enron). E in questi giorni è
nella bufera anche un'altra grande distributrice texana di energia, la El Paso.
Ma tutto questo non sembra influire più di tanto sul clima politico e sociale.
Prima di diventare presidente nel 2000, George W. Bush è stato governatore del
Texas per otto anni: questa è più che la sua patria, è la sua tana. E la sua
popolarità rimane immensa, mi dicono ovunque da Austin, a San Antonio: il culto
va a tutta la famiglia, come si capisce già atterrando all'aeroporto
internazionale George Bush (senior) di Houston.
"L'economia è sì un po' rallentata, ma qui il boom edilizio
continua", mi di dice Tim Fleck, responsabile della politica all'Houston
Press (120.000 copie diffusione), che fa parte di una delle due grandi
catene - quella della New Times e quella del Village Voice - di free
weeklies (settimanali liberi o gratis, a seconda di come intendi free)
che si mantengono grazie agli introiti pubblicitari e che costituiscono quanto
di più simile alla controinformazione e alla stampa alternativa c'è negli
Stati uniti (insieme alle radio pubbliche locali). Però, deve ammettere Tim
Fleck, anche il suo settimanale ha dovuto licenziare 3 redattori (su 10),
perché gli altri settimanali texani della catena vanno male per il calo della
pubblicità, causa la crisi.
A Houston, dove vive un quinto di tutti i texani, si gioca la battaglia più
importante per questa campagna elettorale di midterm, che per la prima
volta potrebbe interrompere la schiacciante supremazia repubblicana che dura
ininterrotta dalla fine degli anni `70: un tempo il Texas era saldamente in mano
ai democratici conservatori del sud: il loro massimo campione fu Lyndon Johnson,
il texano vicepresidente di John Fitzgerald Kennedy, che poi da presidente
scatenò nel 1965 la guerra del Vietnam.
Oggi in Texas i democratici mettono infatti in campo un dream team (dicono
loro): un nero, Ron Kirk per il senato di Washington, e un miliardario di
origine latina, Tony Sanchez, per la carica di governatore del Texas. Il disegno
è chiaro: con la coalizione brown-black, bruna-nera, sperano di fare il
pieno dei voti ispanici (è latino il 32% dei 21 milioni di texani) e di quelli
neri (l'11,5% del totale).
Negli Stati uniti i democratici dispongono di due fedelissimi serbatoi
elettorali, i neri (che votano democratico al 90-95%) e i sindacati (con
l'eccezione dei Teamsters, i camionisti). Ma negli Usa i sindacati sono più
deboli che in Europa, perché a un dipendente non è consentito iscriversi
individualmente a un sindacato, ma è necessario che tutti i dipendenti di una
ditta votino a maggioranza di iscriversi al sindacato (di unionize), e
che la proprietà accetti la sindacalizzazione. E qui, nello "stato della
stella solitaria" (il Texas è l'unico caso negli Usa a essere stato una
repubblica indipendente prima di aderire alla Confederazione), i sindacati sono
ancora più deboli che altrove: "In Texas, come in altri 21 stati, anche
quando un'azienda è sindacalizzata, un dipendente può rifiutare di
iscriversi", mi dice ad Austin Ed Sills della Alf-Cio.
Perciò in Texas il fattore dominante è etnico. "Qui fra un po' le
minoranze diventeranno maggioranza, e i bianchi saranno minoritari", mi
dice a San Antonio un altro sindacalista, Bob Salvatore. A Houston città questo
è già vero: il 37,4% è latino e il 25,3% è nero; insieme costituiscono una
solida maggioranza del 62,7% e i bianchi in senso stretto sono solo il 30%.
Inoltre Houston è la città più nera del Texas: qui è eletta Sheila Lee
Jackson, la deputata nera del Congresso più contraria alla guerra contro
l'Iraq. Dovrebbe essere perciò caccia facile per il candidato democratico nero
al senato Ron Kirk, che è stato sindaco di Dallas.
Ma così non è, e per tre ragioni: la prima è che qui a Houston la base nera
è più proletaria e con idee "di sinistra" (se questo termine si può
usare negli Usa), mentre Ron Kirk è un democratico sì, ma conservatore,
favorevole all'uso libero delle armi, tutto legge e ordine. Per di più, come si
è visto nel dibattito televisivo che lo ha opposto al candidato repubblicano al
senato, John Cornyn (che è l'attuale ministro della giustizia del Texas
uscente, attorney general), ambedue i candidati sono legati amni e piedi
alla Enron: lo studio legale di cui è socio Kirk ha ricevuto parcelle per
183.000, mentre sono state finanziate dalla Enron tutte le campagne elettorali
di Cornyn (anche la carica di attorney general è elettiva, come pure
quella di lieutenant governor, ambedue più importanti di quella di
governatore, più simbolica anche se più di prestigio). Sono tutti e due uomini
dell'establishment petrolifero texano.
La seconda ragione è che in genere i rapporti non sono proprio idilliaci tra le
comunità nera e ispanica, come si vide a Los Angeles nella sommossa del 1992
che fu in sostanza uno scontro tra neri e latinos. Il deputato statale
nero Rodney Ellis (che ha anche fatto funzioni di vicegovernatore) mi dice che
sì, lui chiama spesso i latinos a parlare nelle chiese nere (dove più
attivamente si svolge la campagna), "ma loro non ci chiamano mai ai loro meeting
e comizi".
L'ultima ragione è che tra neri e ispanici l'astensionismo è più alto che tra
i bianchi. Nel caso dei neri, è dovuto al fatto che gli Usa sono diventati la
società carceraria al mondo, con 2 milioni di prigionieri e 5 milioni in
libertà provvisoria o condizionale. Quasi la metà di questi 7 milioni di
persone sotto controllo giudiziario è nera. Chiunque è sotto controllo
giudiziario non può votare. Così 5 milioni di americani hanno perso il diritto
di voto. Su scala nazionale ben il 13% dei nero ha perso il diritto, secondo la
Naacp (National association for advancement of colored people). In stati
come Alabama, Florida e Mississippi, i condannati sono privati del diritto di
voto per sempre, anche dopo aver finito di scontare la pena. In quegli
stati la percentuale di neri che non possono votare sale al 30%. In Texas, vi
sono 400.000 condannati tra detenuti e in libertà provvisoria. Ma molti ex
detenuti non sanno che dal 1997 una legge consente loro di votare quando uscente
hanno finito di scontare la pena.
Ancora minore è la partecipazione la voto dei latinos che costituiscono
il 32% della popolazione texana, ma solo il 17,5% dei votanti. Uno degli
interrogativi della campagna è se la coalizione, il ticket brown-black
riuscirà o meno a spingere alle urne gli astensionisti: negli Stati uniti, per
potere votare, è necessario registrarsi (e questo limita molto la
partecipazione), ma anche tra chi si è registrato, molti non vanno a votare.
Per di più, molti ispanici che vivono in Texas non sono cittadini, sono
immigrati, e non hanno diritto di votare. A Houston, nella sede dell'high
tech e dell'industria spaziale, la mattina all'alba sui marciapiedi,
all'angolo puoi vedere frotte di giovani ispanici fermi, in attesa che i
caporali vengano a sceglierli per una giornata di lavoro a 6 dollari lordi l'ora
(senza mutua).
Che sullo stesso marciapiede coesistano Nasa e caporalato è forse un altro
aspetto di quell'indomita libertà di cui i texani sono tanto fieri da vantarsi,
presagendo l'avventura spaziale, di "non rispettare neanche la legge di
gravitazione universale".
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