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Paolo Di Stefano: Libreria africana
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Tratto da “Il Corriere della Sera”, 19 luglio 2003
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Romanzi, racconti, poesie, leggende, diari, guide. Sono i libri che vengono
venduti per le strade delle nostre città. Un fenomeno in crescita, destinato
forse a cambiare il mercato editoriale (i prezzi oscillano tra i 6 e gli 8 euro)
e la stessa letteratura, come è accaduto già in molti paesi europei. Basta
circolare sui marciapiedi di un qualunque centro urbano per imbattersi in
venditori ambulanti di giornali e libri dai titoli più vari: "Un tè a
Ramallah", "Radici e ali", "La sporca guerra", "Imbarazzismi",
"Neyla", "L’uomo mistero", eccetera. Ambulanti sempre più
numerosi. Vere e proprie figure professionali, per lo più provenienti dal
Senegal, dove vendere giornali per strada è un mestiere diffuso e socialmente
apprezzato.
Le case editrici non sono molte. C'è il Gruppo Solidarietà Come, che si occupa
di diversità dal 1990 pubblicando libri con le Edizioni dell'Arco e che dal ‘96
stampa il quindicinale "di strada" Come. E c’è Terre di Mezzo, che
nell’84 fondò il mensile omonimo. La prima si dedica quasi esclusivamente
alla letteratura prodotta da africani immigrati; la seconda spazia attraverso
generi diversi, dalle guide alla memorialistica, indipendentemente dalle origini
degli autori. Con bestseller da fare invidia ai titoli da libreria.
Ma come funziona la diffusione di strada? "I venditori - spiega Silvia
Melloni, responsabile editoriale di Terre di mezzo - si impegnano acquistando un
certo numero di copie al 40 per cento del prezzo di copertina e pagando
anticipatamente, poi tocca a loro occuparsi della vendita per strada". E'
un modo per promuovere l’"imprenditorialità" del venditore
immigrato e per favorire l’incontro e lo scambio con gli italiani. "La
diffusione per strada - continua Melloni - interessa la metà della nostra
produzione, il resto viene distribuito in libreria, nei negozi di commercio equo
e nei centri sociali". Per il momento le collane di Terre di Mezzo sono
due. Tutto cominciò dalla serie Pappamondo (guide ai ristoranti stranieri a
Milano, Genova, Roma) e dal suo successo (15 mila copie vendute). Seguirono
numerosi manuali, tra cui "Turisti responsabili" e "Fa la cosa
giusta", vademecum sul "consumo critico" a Milano e in Lombardia.
Si sono poi aggiunti i "diari", strettamente legati all’Archivio di
Pieve Santo Stefano, che raccoglie le memorie degli italiani. "I quaderni
di Luisa", per esempio, è la storia narrata in prima persona da una
contadina di Frosinone che ha vissuto una vita terribile accanto a un uomo
violento. Un libro da cui Moretti ha tratto un "corto" per la Sacher.
E così via: "La sporca guerra" è il resoconto di un ex ufficiale
algerino sulle stragi compiute dall’esercito del suo paese. E ci sono diari
sull’Afghanistan, sulla Palestina e sulla marginalità in Italia.
Niente a che fare con i libri di Come, scritti per lo più da autori africani
immigrati. Basta dare un’occhiata alle quarte di copertina per rendersene
conto: Alvaro Santo (nome evidentemente italianizzato), nato a Kalandula in
Angola nel 1971 e residente a Lodi; Mbacke Gadji, trentanovenne senegalese,
eletto consigliere nella zona 3 di Milano per Rifondazione comunista; Kossi
Komla-Ebri, cinquantenne del Togo che abita a Ponte Lambro in provincia di Como.
Nell’introduzione a "Pap, Ngagne, Yatt e gli altri", Mbacke Gadji
illustra così il meccanismo mentale da cui nascono i suoi racconti, tra
leggenda e testimonianza: "Sono di madrelingua wolof, dialetto del Senegal,
di lingua ufficiale francese, ma scrivo direttamente in italiano (una lingua che
ho imparato parlandola e vivendo in questo paese). Potete immaginare le
contorsioni e le sovrapposizioni mentali necessarie per pensare in una lingua
(bantu), tradurre mentalmente in francese e produrre in italiano". Il
risultato è davvero apprezzabile. Ma sono i due libri del medico Kossi
Komla-Ebri (Neyla e Imbarazzismi) quelli che più convincono sul piano
letterario. Il primo è un romanzo-apologo che narra un ritorno in Africa, la
rabbia per la decadenza presente, l’attrazione per la bella Neyla e la
tragedia finale. Il secondo raccoglie una serie di mini-racconti di quotidiana
discriminazione italiana, che è "meno diretta di quella che c’è in
altri paesi, ma non meno pericolosa". In Italia non ci sono ancora i Ben
Jelloun e i Mahfuz, scrittori immigrati che hanno arricchito la letteratura
francese, né tanto meno si possono fare analogie con gli indiani o i pakistani
che scrivono in inglese, ma qualcosa di nuovo sta accadendo, come segnala da
anni uno studioso come Armando Gnisci. Alla letteratura dei migranti in lingua
italiana è dedicato il libro di Davide Bregola "Da qui verso casa"
(Edizioni Interculturali).
Mauro Baffico è presidente della Società Cooperativa Come e ha alle spalle un’iniziativa
editoriale maturata in collaborazione con gli homeless (da cui nacque la rivista
Scarp de tennis, che ora è gestita dalla Caritas). Oggi il quindicinale Come
raggiunge una tiratura di diecimila copie al numero, che è un risultato di
tutto rispetto. Né Baffico né Melloni pensano all’impiego di immigrati come
a una iniziativa caritatevole o assistenziale. "Noi puntiamo solo sulla
qualità dei nostri prodotti", dice Melloni.
Il senegalese Amed, che è anche un musicista del gruppo interculturale
SinAfrica, si occupa di coordinare il lavoro degli ambulanti per Terre di Mezzo.
Dice: "Cerco di insegnare ai venditori che devono presentarsi in un certo
modo, non devono insistere con i passanti, devono proporsi con un sorriso ed
essere discreti. Spiego che ognuno è anche un po' responsabile della
considerazione di cui gode il suo paese di provenienza. I venditori devono
essere in regola con il permesso di soggiorno ma a volte succede che un
collaboratore passi i giornali o i libri a un amico o a un parente non ancora a
posto con i documenti. E' una battaglia continua. Del resto, da noi si dice che
nessuno si lava quando il cugino ha sete...". Amed spiega che ci sono
venditori storici, che riescono a vendere anche mille copie del giornale al
mese, come il famoso Ndary di piazza Fontana a Milano, che aveva il cardinal
Martini tra i suoi clienti. Poi ci sono quelli del Duomo, della Bicocca, di
Piola, di Cadorna. "Alcuni ambulanti vengono alla sede di Terre di Mezzo
all’inizio del mese, caricano la macchina di giornali e libri per 4-5 mila
euro e non li vedi più fino al mese dopo", dice Amed. I senegalesi sono i
più fedeli, ma provvisoriamente, in attesa di trovare un altro impiego, anche
immigrati di altri Paesi si dedicano alla vendita per strada (che però spesso,
non conoscendone la tradizione illustre, considerano un lavoro poco dignitoso).
Il fenomeno non è ancora diffuso al Sud, ma presto ci arriverà. Negli ultimi
cinque anni si sono visti in Italia un migliaio di "ambulanti" di
circa venti nazionalità diverse.
Anche Mustafa Gueye è senegalese, laureato in economia aziendale, ha quattro
figli, 41 anni e risiede in Italia da due. Dice di avere il commercio nel
sangue, perché "in Senegal lo scambio è l’attività principale".
Vende libri soprattutto ad Arcore, Lecco e Como e fa notare che i luoghi più
redditizi sono i mercati del mattino. "Quando non ci sono i mercati,
bisogna andare negli uffici e nei caffè. La vendita è un’arte, bisogna avere
la sensibilità di capire il cliente, sapere come avvicinarsi". L’arte di
vendere per strada non contempla la permalosità. Spiega Amed: "Lo dico
sempre, se qualcuno ti tratta male, è aggressivo o cattivo, bisogna lasciar
perdere, non litigare mai. Il venditore del Duemila deve essere aperto ed
elastico".
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