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Michele Serra: È finito l’ingorgo operaio. Ora va la coda intelligente
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Tratto da “la Repubblica”, 4 agosto 2003
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Prima o poi doveva succedere. I due ingorghi più lunghi e impervi dell’esodo
agostano si sono formati di notte e hanno raggiunto il loro glorioso culmine all’alba,
quando il gallo canta e il casellante, di norma, fa i cruciverba. Code
antelucane, centinaia di migliaia di italiani che hanno visto sorgere il sole,
come in un seguito assurdo di Ecce Bombo, inscatolati nelle lamiere e
tutti orientati dalla stessa parte, non si sa se quella giusta...
E così, anche l’ex nicchia delle "partenze intelligenti" è satura
di lamiere. Ci ha messo pochi anni, giusto il tempo di massificare anche l’estro
di chi, disgustato dall’immobile promiscuità meridiana, decideva di partire a
mezzanotte o alle quattro di mattina. Perché questa è la legge inesorabile
della società di massa: fai una cosa diversa, e in breve tempo diventerà
uguale, basta aspettare. Il classico ingorgo da evo industriale, che dava i suoi
primi rintocchi di clacson subito dopo la chiusura simultanea dei cancelli delle
fabbriche, ha ceduto il passo all’ingorgo flessibile, diffuso, imprevedibile,
spalmato lungo i giorni e i chilometri dell’estate in parti quasi uguali, l’ingorgo
interclassista e liberista del popolo delle partite Iva, tutti liberi
professionisti, tutti liberi di partire e intrupparsi quando pare a loro.
A rompere gli argini dell’ingorgo classico, quello del venerdì sera, del
primo luglio e del primo agosto, e a farlo tracimare anche negli orari un tempo
desolati e assorti ("da solo lungo l’autostrada/alle prime ore del
mattino", Giorgio Gaber, L’illogica allegria), è stato di certo l’assottigliarsi
della civiltà della fabbrica, il fluidificarsi degli orari e degli impegni. Ma
ci si è messo, dopo, anche il giudizioso zelo dei tutori del traffico, delle
varie campagne di sensibilizzazione e svezzamento del gregge motorizzato.
A furia di marchiare a fuoco certi giorni e certi orari (allarme rosso, evitare
accuratamente), sono gli altri giorni e gli altri orari a ricevere l’urto
massiccio dei partenti intellligenti. Che intelligenti, magari, lo sono anche, e
nell’esaudire i consigli delle autorità ci mettono pure qualche dose di
civismo: non è colpa loro se è il nudo numero dei partenti, il sovrannumero
pauroso di quanti siamo, a rendere impossibile lo snellimento delle strade, dei
viaggi, delle vite. Siamo troppi litri per la stessa bottiglia, questo è il
dannato punto. E dunque sì, tutti in fila come una volta gli operai, costretti
a mettere in moto l’auto quando decideva il padrone, e a ripercorrere la
stessa strada al richiamo della catena da riavviare. Il ritmo padronale, che
aveva qualcosa di autoritario ma anche di solenne, non incide più di tanto,
ormai, nel calendario italiano. Ma nell’impadronirsi diffuso del proprio tempo
ci si ritrova poi a cozzare, come milioni di individualisti di massa, nell’impiccio
clamoroso e brulicante delle libertà altrui: a metterci in macchina quando pare
a noi, siamo ormai a milioni. Tanti quanti possono permettersi vacanze e beni di
consumo "esclusivi": esclusivo è ormai sicuro sinonimo di qualunque e
di pacchiano, perfino i pubblicitari non lo usano più, sanno che i pesci hanno
abboccato troppe volte per cascarci ancora... Poi, attenzione, ci hanno messo lo
zampino anche gli sconti e gli aiutini promessi dai gestori autostradali, che a
orari (apparentemente) più sgombri vogliono associare tariffe agevolate. Il
mito dello sconto (pochi centesimi di euro), quello non cambia mai, se serviva
un piccolo scatto per trasformare le già appetibili albe autostradali in esodi
biblici, ora ce l’abbiamo. La voce che il Telepass avrebbe leggermente
abbassato le sue pretese, a notte fonda, è corsa più veloce di un baleno, e ha
scatenato l’entusiasmo popolare. Come quando scattano i saldi, e un sacco di
gente scopre di avere urgentissimo bisogno di borsette e golfini, e in realtà
ha soltanto bisogno della gioiosa consolazione di avere risparmiato qualche
spicciolo. Partenze "esclusive" per tutti, e per giunta in
liquidazione. Non poteva che finire con un ingorgo pauroso.
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