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Marco D’Eramo: Piccole guerre crescono
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agosto 2003
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"Una splendida guerricciola" (A splendid little war), così
l’ha definita il segretario di stato. "Benevola assimilazione" è il
nome della politica presidenziale che guida le forze di occupazione Usa.
"Lo scopo primario e più serio dell’amministrazione militare – scrive
il presidente – dovrebbe essere quello di guadagnarsi la fiducia, il rispetto
e l’affetto degli abitanti, assicurando loro in ogni modo il godimento totale
dei diritti individuali e delle libertà che costituisce l’eredità di un
popolo libero, sostituendo a una tirannia arbitraria il mite impero della
giustizia e del diritto".
"Non male come descrizione degli scopi della guerra e del dopoguerra degli
Stati uniti in Iraq", nota il professor Frank Gibney, presidente del
Pacific Basin Institute, che però aggiunge: "Ma è alquanto datata. La
guerra in questione avveniva nel 1899. Segretario di Stato era John Hay.
Presidente era William F. McKinley e l’argomento era l’occupazione americana
delle Filippine dopo la vittoria Usa nella guerra ispano-americana (1898). Gli
attuali successori di Hay e McKinley dovrebbero studiare più attentamente
questo precedente storico. La confusione strategica, lo scarica barile
amministrativo, la contradditorietà dei messaggi, e il crescente numero di
perdite Usa in Iraq mostrano un’impressionante – e preoccupante –
somiglianza con quel che successe nelle Filippine un secolo fa".
Il professor Gibney non è il solo a paragonare la guerra in Iraq (2003-?) con
quella nelle Filippine (1899-1902). Scrive Max Boot sulla "Week in Review"
del New York Times: "Dopo una serie di schiaccianti vittorie
militari, il presidente dichiarò che la guerra era finita. Ma invece di
arrendersi, le forze che resistevano all’occupazione americana si dettero alla
tattica di guerriglia. Sentinelle isolate furono uccise da assalitori che
pretendevano di essere amichevoli civili. Pattuglie di ronda in campagna
cadevano in stupide trappole. Un’imboscata accuratamente preparata spazzò via
mezza compagnia di fanteria. Le forze americane rispondevano con dure
contromisure che portarono ad accuse di brutalità. Potrebbe suonare come un
ritratto dell’Iraq di oggi, ma in realtà descrive le Filippine di un secolo
fa. Dopo aver cacciato la Spagna, gli Stati uniti decisero di tenersi l’arcipelago
per sé. Molti filippini resistettero al potere americano. Il presidente William
McKinley ritenne che la guerra fosse finita già all’inizio del 1900, quando l’esercito
regolare filippino fu sbaragliato, ma gli ostinati insorti gli dimostrarono che
aveva torto. Alla fine gli Stati uniti vinsero, ma fu una sgobbata lunga e dura
che costò la vita a più di 4.200 soldati americani, a 16.000 ribelli e a
200.000 civili. Anche dopo la fine formale delle ostilità, il 4 luglio 1902,
una resistenza saltuaria si prolungò per anni (fino al 1913, ndr)".
D’altronde, già nel settembre 2002, e cioè quando l’amministrazione
orchestrava la campagna per attaccare l’Iraq, un editorialista dello stesso
giornale, l’economista Paul Krugman, osservava: "Fino all’11 settembre,
pensavamo che Karl Rove (attuale consigliere capo del presidente George W. Bush
e vero architetto della sua politica, ndr) ammirasse la strategia
politica interna di McKinley. Ma McKinley fu pure il presidente che conquistò
possedimenti d’oltremare (anche con l’annessione delle Hawaii nel 1900, ndr).
E oggi nell’aria spira di nuovo un preciso profumino di ambizione imperiale.
Certo, è ispirata a un alto scopo morale la nuova dottrina Bush – secondo cui
gli Stati uniti perseguiranno "cambi di regime" in ogni nazione che a
nostro giudizio potrebbe costituire una futura minaccia. Ma anche gli
imperialisti dell’era di McKinley pensavano di essere moralmente giustificati.
La guerra con la Spagna – che governava le sue colonie con feroce brutalità,
ma non costituiva nessuna minaccia per gli Usa – fu giustificata con un
apparente atto di terrorismo, l’affondamento della corazzata Maine, anche se
nessuna prova mai collegò quest’attacco alla Spagna (come fu poi appurato, lo
scoppio che affondò la Maine fu dovuto a un incendio in un vicino magazzino, ndr).
E lo scopo della nostra conquista delle Filippine era, come dichiarò McKinley,
"di educare i filippini, edificarli, civilizzarli e
cristianizzarli"".
È straordinario come il paragone corrisponda nei minimi dettagli, linguistici,
ideologici e militari. La "benevola assimilazione" di McKinley
richiama in modo irresistibile il "compassionevole
conservatorismo" che è stato lo slogan di Bush nella sua campagna del
2000. Di fronte ai fallimenti dei militari e del "governatore Brennan",
oggi Bush il giovane vuole mandare a Baghdad James Baker, l’ex segretario di
stato di Bush il vecchio, proprio come McKinley mandò a Manila William Howard
Taft a governare "i nostri fratellini scuri" (our little brown
brothers). Anche McKinley riteneva che – come gli iracheni di oggi – i
filippini "non potessero essere lasciati a se stessi perché sono
impreparati (unfit) per l’autogoverno".
Comune è anche la totale ignoranza del paese da conquistare. McKinley dovette
cercare sul mappamondo dove si trovavano le Filippine, e disse che voleva
"cristianizzarli" quando l’arcipelago era a grande maggioranza
cattolico. Erano considerati "aborigeni", ma avevano già una
letteratura nazionale (da pochi anni José Rizal aveva pubblicato Noli me
tangere, considerato il capolavoro della letteratura filippina). Allora come
oggi, si trattava di esportare la "democrazia" e lo "stato di
diritto".
Per ragioni di "correttezza politica", Bush il giovane non può più
dirlo, ma anche lui ritiene imprescindibile farsi carico del "fardello dell’uomo
bianco", come lo aveva chiamato il letterato colonialista inglese Rudyard
Kipling: "Il fardello dell’uomo bianco raccogliete…/ le guerre selvagge
della pace…/ Riempite le bocche della fame, /Arrestate le malattie/ E quando
il traguardo è vicino/ La meta per altri perseguita/ Guardate l’ignavia e la
follia pagana/ Annullare ogni vostra speranza".
Altra similitudine: la guerra filippina spaccò gli intellettuali Usa. All’inizio
Mark Twain si schierò a favore: "Un tempo ero un ardente imperialista,
volevo che l’aquila americana sorvolasse il Pacifico. Perché non sulle
Filippine? (…) Mi dicevo: ecco gente che ha sofferto per tre secoli. Possiamo
renderli liberi come noi siamo, dare loro un governo e un paese tutto per loro,
mettere a galleggiare nel Pacifico una miniatura della costituzione americana,
varare una repubblica nuova di zecca che entri nel consesso delle libere nazioni
del mondo. Ma ho letto il trattato di Parigi e ho visto che noi intendiamo non
liberare, ma soggiogare il popolo delle Filippine. Siamo andati per conquistare,
non per redimere. Ci siamo impegnati nel paese per mantenere e proteggere l’abominevole
sistema stabilito nelle Filippine dai frati" (New York Herald, 15
ottobre 1900). È straordinario come i destini si ripetano e ora in Iraq gli Usa
siano costretti a salvaguardare e proteggere il potere della gerarchia sciita e
dei mullah che tanto aborrono, almeno quanto i puritani detestavano papisti e
"fratacchioni".
La guerra con la Spagna segnò l’ingresso degli Stati uniti nella scena
mondiale, oltre oceano. In Iraq il secolo americano si chiude nello stesso
identico modo con cui si era aperto, con una guerra espansionista motivata da un
atto di terrore. E il nuovo secolo americano (il XXI) comincia come era iniziato
il vecchio (il XX), con una lezione di democrazia contro cui gli allievi si
rivelano straordinariamente recalcitranti, e quindi con una guerriglia endemica.
Ma non è vero che gli Stati uniti non imparano mai nulla dalle disavventure
precedenti. Come ha ricordato Max Boot, negli anni ’30 un gruppo di ufficiali
dei marines pubblica un Manuale delle piccole guerre (ristampato negli
anni ’80) con l’intento di trarre partito dalle battaglie che gli autori
hanno combattuto contro i "banditi" (così li chiamano) ad Haiti,
Santo Domingo, Nicaragua e altrove. Il manuale consiglia di 1) mantenere sempre
l’offensiva contro i ribelli: "Rinviare l’uso della forza sarà sempre
interpretato come segno di debolezza"; 2) accoppiare al bastone la carota:
"Nelle piccole guerre, tolleranza, simpatia e gentilezza, dovrebbero essere
la chiave dei nostri rapporti con la massa della popolazione"; 3) lasciare
i compiti sgradevoli alle forze locali: "Le truppe indigene, sostenute dai
marines, devono essere usate sempre più e il più presto possibile perché i
governi locali possano assumersi le loro responsabilità nel restaurare la legge
e l’ordine nei loro paesi". Vi ricorda nulla?
Quella "splendida guerricciola" del 1899-1902
Nel gennaio 1898 la corazzata Maine si presentò davanti al porto
dell'Avana, a Cuba. Il 5 febbraio la corazzata saltò in aria e morirono 266
uomini dell'equipaggio (su 354). Oggi è quasi certo che l'esplosione fu
accidentale, ma allora il vicesegretario alla marina, Theodore Roosevelt,
scrisse: "Il Maine è stato affondato da un atto di sporco
tradimento spagnolo" e il grido di guerra divenne: "Remember the
Maine! To Hell with Spain!". Madrid rifiutò la responsabilità
dell'affondamento. Gli Usa imposero condizioni che alla fine la Spagna si
rassegnò ad accettare, ma inutilmente. L'11 aprile il presidente William
McKinley mandò al Congresso un messaggio di guerra.
Il primo maggio cominciarono le ostilità con la Spagna. Quel giorno l’ammiraglio
George Dewey attaccò la flotta spagnola del Pacifico nelle Filippine. La
battaglia della Baia di Manila durò poche ore. Da parte americana vi furono un
morto per insolazione e nove feriti, invece tutta la squadra spagnola fu
affondata, compresi due incrociatori e cinque cannoniere; morirono 371 spagnoli.
A Cuba, a capo del corpo di spedizione Usa c'era il veterano della guerra
civile, generale William Shafter, 62 anni obeso e gottoso. Gli Usa avevano di
fronte un esercito e una flotta demoralizzati e male armati.
Dopo dieci settimane la guerra era finita. Fu una vittoria ingloriosa. Il capo
del dipartimento della guerra fu cacciato per corruzione, incompetenza e
inefficacia. Ma gli Stati uniti – altro elemento costante – ci ricavarono
leggende di eroismo. Theodore Roosevelt, con le sue scaramucce alla testa dei Rough
Riders ("I duri cavalieri", che però erano a piedi), si spianò
la via alla Casa Bianca. Allora fu lanciata la nuova arietta musicale di Sousa The
Stars and Stripes Forever. Altri eroi vennero inneggiati, come "Fighting
Bob" Evans, il tenente Victor Blue, il capitano Philip. Solo pochi
anti-imperialisti, come Mark Twain, si opposero al trattato di Parigi del 10
dicembre 1898 con cui la Spagna cedeva Cuba, Portorico, l'isola di Guam e
vendeva le Filippine per 20 milioni di dollari. Il 21 dicembre 1898 il
presidente McKinley emanò il famoso decreto sulla "Benevola
assimilazione".
Finché avevano dominato gli spagnoli, gli Usa appoggiarono il movimento
indipendentista filippino, ma quando Washington diventò padrone dell’arcipelago,
si rifiutò di riconoscere il governo repubblicano filippino che il 4 febbraio
1899 dichiarò guerra agli Stati uniti. Dopo una serie di sconfitte, il 12
novembre 1899 il governo rivoluzionario filippino dissolse l’esercito regolare
e dette il via alla guerriglia. A quel punto nell’arcipelago stazionavano
75.000 soldati americani, i due terzi di tutte le forze armate Usa. La guerra fu
ufficialmente conclusa solo il primo luglio 1902: erano morti 4.234 soldati
americani, ne erano stati feriti 3.000, altre migliaia ne sarebbero morti di
malattie negli anni successivi. Tra i filippini, morirono 20.000 insorti e un
generale americano calcolò che c’erano stati 600.000 morti nella popolazione
civile.
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