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Umberto Galimberti: Il successo della filosofia
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Tratto da “la Repubblica”, 22 ottobre 2003
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Ogni tanto mi viene il sospetto che la psicoterapia, la cura con la parola,
sia nata perché la filosofia ha disertato se stessa e, da pratica di vita, è
diventata il mestiere dell´insegnamento.
Ora questo mestiere si sta esaurendo, eppure le iscrizioni degli studenti alle
varie facoltà di filosofia non diminuiscono, nonostante la disapprovazione dei
genitori ("non ti dà un mestiere") e i continui inviti che da ogni
parte giungono a "professionalizzare" la scuola, a
"specializzarla" per i mestieri. Poi è sufficiente che al Teatro
Parenti di Milano si discuta di filosofia o a Modena si faccia addirittura un
Festival della filosofia e si riempiono le sale e le piazze. Ma perché? Qual è
la domanda a cui la filosofia ha smesso di dare una risposta?
La domanda, inutile girarci intorno, è la domanda di senso da parte di
esistenze che nascono, crescono, lavorano, producono, consumano, invecchiano,
muoiono, senza riuscire a rintracciare nella propria biografia una traccia di
sé in cui riconoscersi e a cui dare espressione. Di ciò ognuno di noi soffre,
anzi forse questa è l´essenza del dolore che deriva dal fatto che, forniti per
natura di una coscienza, viviamo vite irriflesse, a cui non prestiamo la minima
attenzione. E allora o ottundiamo la coscienza con il lavoro e l´evasione o la
lasciamo nel dolore di una domanda senza risposta.
Nel primo caso nessuno si occupa di noi dal momento che per primi abbiamo noi
deciso di non occuparci di noi stessi. Un po´ di lavoro, un po´ di consumo, un
po´ di famiglia, un po´ di sesso, un po´ di calcio, un po´ di tv e la vita
passa senza troppe domande. Nel secondo caso, quando la domanda di senso non ci
abbandona e si ripropone, non necessariamente nei momenti cruciali della vita,
ma quando andiamo al lavoro, quando facciamo acquisti, quando torniamo in
famiglia, quando facciamo l´amore, quando andiamo allo stadio o guardiamo un po´
di tv, allora veniamo subito rubricati nella patologia.
A questo punto o si va in farmacia a comprare qualche antidepressivo, su
indicazione medica naturalmente, o si va in psicoterapia. In questo caso o per
adattare se stessi al mondo in cui viviamo, dal momento che non si può cambiare
il mondo, o per cercare se stessi e cosa nella nostra vita emotiva è causa di
dolore.
A mio parere appartengono alle psicoterapie dell´adattamento il "cognitivismo"
che invita ad aggiustare le proprie idee e ridurre le proprie dissonanze
cognitive in modo da armonizzarle al mondo in cui ci si trova a vivere, e il
"comportamentismo" che invita ad adeguare le proprie condotte,
indipendentemente dai propri sentimenti e dalle proprie idee che, se difformi,
sono tollerati solo se confinati nel privato e coltivati come tratto originale
della propria identità, purché non abbiano ricadute pubbliche.
Si viene così a creare quella situazione paradossale in cui l´autenticità,
l´essere se stesso, il conoscere se stesso, che l´antico oracolo di Delfi
indicava come la via della salute dell´anima, diventa qualcosa di patologico,
come può esserlo l´esser centrati su di sé (self-centred), la scarsa
capacità di adattamento (poor adaptation), il complesso di inferiorità (inferiority
complex). Quest´ultima patologia lascia intendere che è inferiore chi non è
adattato, e quindi che "essere se stesso" e non rinunciare alla
specificità della propria identità è una patologia.
E in tutto ciò c´è anche del vero, nel senso che sia il cognitivismo sia il
comportamentismo, in quanto psicologie del conformismo, assumono come ideale di
salute proprio quell´esser conformi che, da un punto di vista esistenziale, è
invece il tratto tipico della malattia. Dal canto loro i singoli individui,
interiorizzando i modelli indicati dal cognitivismo e dal comportamentismo,
respingono qualsiasi processo individuativo che risulti non funzionale al mondo
in cui si vive.
Alla ricerca di sé, del proprio sé profondo, si dedica invece la psicoanalisi
per capire quanti imbrogli (razionalizzazioni) abbiamo fatto con noi stessi nel
tentativo di comporre i conflitti che nascono tra i nostri irrinunciabili
desideri e le richieste che ci vengono dall´esterno a cui non possiamo
sottrarci. Qui la razionalità deve confrontarsi con le regioni oscure di noi
stessi per scoprire ciò che è "difensivo" rispetto a qualcosa che
non si vuole o non si può accettare di sé, ciò che è
"compensativo" di nostre debolezze che mai abbiamo voluto prendere in
considerazione, e infine ciò che è veramente "espressivo" di noi
stessi e che ancora non abbiamo avuto il coraggio di esprimere.
Tutte le psicoterapie, se ben condotte, funzionano, sia per chi non vuol saper
nulla di sé, ma vuole semplicemente trovare un buon adattamento nel mondo, sia
per chi vuol sapere qualcosa di sé indipendentemente dai problemi di
adattamento. Ma per chi, adattato al mondo, e con una discreta consapevolezza di
sé ancora non reperisce un senso della propria esistenza, e quindi viene a
contatto non con questo o quel dolore, ma con l´essenza del dolore, per costui
non c´è rimedio in farmacia e forse neppure in psicoterapia. Per queste
persone, che a guardar bene sono la quasi totalità dell´umano, non restano che
due vie: la religione o la filosofia.
Che la religione, tutte le religioni abbiamo svolto una terapia di massa dell´umanità
non c´è alcun dubbio. La fede iscrive ogni biografia in un grandioso orizzonte
di senso dove ogni domanda trova la sua risposta, ogni azione la sua
giustificazione, ogni vita e perfino la morte il suo significato. E per chi non
crede in Dio e negli dèi le alternative non possono essere la farmacia o la
psicoterapia. E allora? Allora per chi rifiuta di trovare il senso della propria
vita in un dogma a cui si accede per fede, non resta che la filosofia, nata in
Grecia nel V secolo a.c. non solo come conoscenza, ma come pratica di vita. Tali
erano le scuole filosofiche greche prima che la filosofia, amputando se stessa,
si disinteressasse della vita e divenisse solo conoscenza teorica, assestandosi
su un terreno che oggi le scienze di giorno in giorno erodono.
Nessuno di noi abita il mondo, ma esclusivamente la propria visione del mondo. E
non è reperibile un senso della nostra esistenza se prima non perveniamo a una
chiarificazione della nostra visione del mondo, responsabile del nostro modo di
pensare e di agire, di gioire e di soffrire. Questa chiarificazione non è una
faccenda di psicoterapia. Chi chiede una consulenza filosofica non è
"malato", è solo alla ricerca di un senso. E dove è reperibile un
senso, anzi il senso che, sotterraneo e ignorato, percorre la propria vita a
nostra insaputa se non in quelle proposte di senso in cui propriamente consiste
la filosofia e la sua storia?
Karl Jaspers, dopo aver rivoluzionato la psichiatria, rendendola da
"esplicativa" (cos´è la schizofrenia, la depressione, la paranoia?)
a "comprensiva" (come m´intendo io con questo schizofrenico, con
questo depresso, con questo paranoico?), avvertì che ancora non si era sfiorato
il problema del senso, e che non lo si sarebbe potuto accostare se non facendo
filosofia e utilizzando strumenti filosofici. Nacque così dopo la
Psicopatologia generale (il Pensiero Scientifico Editore), la Psicologia delle
visioni del mondo (che Astrolabio Ubaldini ha appena ripubblicato purtroppo in
una vecchia traduzione dove non si capisce niente) e Filosofia (Mursia, Utet)
dove si discute di "Orientazione filosofica nel mondo" e
"Chiarificazione dell´esistenza".
Dopo Jaspers, la pratica filosofica ha fatto passi innanzi in sede psichiatrica
con Eugenio Borgna, di cui segnalo l´ultimo splendido libro Le intermittenze
del cuore (Feltrinelli), e in sede filosofica Pierre Hadot Esercizi spirituali e
filosofia antica che Einaudi farebbe bene a ripubblicare alla svelta. Di questi
giorni è l´uscita dell´ottimo libro di Romano Madera e Luigi Vero Tarca: La
filosofia come stile di vita. Introduzione alle pratiche filosofiche (Bruno
Mondadori editore) in cui la concezione della pratica filosofica, oltre che ai
modelli teorici da loro elaborati, si sostanzia dell´esperienza seminariale
condotta all´università Ca´ Foscari di Venezia e all´università di Milano
che ha messo capo a un gruppo di ricerca che si chiama "Compagnia di
Ognuno". A partire dall´interesse suscitato da questa esperienza la
Regione Veneto ha stanziato un finanziamento per un indirizzo di corso di laurea
in "Consulenza filosofica".
Esiste poi a Torino una scuola di consulenza filosofica, la SICOF diretta
Ludovico Berra, autore tra l´altro de La voce della coscienza, un ottimo lavoro
dove si cerca di far dialogare psichiatria, psicoanalisi e filosofia, superando
le reciproche diffidenze, perché è bene ricordare agli psicoanalisti che la
filosofia non è una difesa alla conoscenza di sé, e ai filosofi che la
psicoanalisi non è solo clinica empirica. A quando un po´ di filosofia nelle
scuole di psicoterapia dove ci si occupa di tutto fuorché di filosofia? Da che
cosa ci si difende con questa esclusione?
"Phronesis" è un´altra società di consulenza filosofica nata a
Torino grazie ad Andrea Poma e Neri Pollastri con sedi regionali a Milano,
Firenze, Palermo e in Veneto. A cura di "Phronesis" la casa editrice
Apogeo, affiliata alla Feltrinelli, pubblicherà nel prossimo anno alcuni
classici della consulenza filosofica tra cui Gerd Achenbach e Ran Lahaw, nonché
un saggio dello stesso Neri Pollastri in cui si descrive la storia della
consulenza filosofica e la mappa degli scenari dove può trovare applicazione.
È interessante che Apogeo, una casa editrice di informatica, si occupi di
consulenza filosofica, perché questa pratica non riguarda solo le sorti
individuali, ma anche scenari aziendali dove reperire un senso è sempre più
difficile. Ce lo ricorda Pier Luigi Celli che di aziende ne ha visitate molte,
dall´Eni alla Rai e oggi all´Unicredit e ha capito che in un´azienda o si
reperisce un senso o l´azienda deperisce. Dei libri di Celli ricordo, per chi
si volesse muovere in questi scenari: L´illusione manageriale (Laterza),
Passioni fuori corso (Mondadori) e l´ultimo, uscito in questi giorni Graffiti
aziendali (Sellerio).
Questo è lo stato dell´arte in Italia. Fuori dai nostri confini la pratica
filosofica è molto diffusa negli Stati Uniti, in Francia, Germania, Olanda,
Israele. In questi paesi, prima di noi, hanno capito che non tutto il dolore è
patologia. Spesso il dolore, anzi l´essenza del dolore, è solo ignoranza di
sé.
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