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Michele Serra: Così la scienza ci ruba le malattie dell'infanzia
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Tratto da “la Repubblica”, 8 gennaio 2004
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Arriva il vaccino per la varicella, ultima delle malattie infantili ancora a
piede libero, e subito l'antimodernista che si annida in ciascuno di noi ha un
sussulto. Il dolce ricordo delle lungodegenze domestiche, tra nuvole di
borotalco e montagne di figurine e giornali a fumetti, ci impedisce di
accogliere la notizia con l'entusiasmo prescritto. Nella varicella dei nostri
figli abbiamo riconosciuto una delle poche esperienze replicabili attraverso le
generazioni.
Vi abbiamo visto quella pustolosa estasi da assenza scolastica, e quel decubito
ancora così imberbe, e fresco, che della malattia ha solo i primi bruschi
accessi (il vomito, la febbre), e poi diventa solo un pigro indugiare tra il
letto e il divano.
Più in generale, qualcosa ci dice che nella smania salutista dell'Occidente
sterile (sterile nel suo doppio senso di mondato dalle infezioni come pure dalle
gestazioni) c'è un quid di efficientismo malsano, ad ogni epidemia influenzale
c'è qualcuno che quantifica nervosamente i danni da uffici vuoti, da produzione
inceppata, ed è come se la malattia diventasse un torto inflitto al prodotto
interno lordo, una indecorosa diserzione sociale. E farmaci e pillole, laddove
non si tratti più di salvare vite, ma solo di instradarle verso l'ossessione
salutista, sempre più spesso rasentano il doping, la spinta chimica a
scavalcare a piè pari tutti quegli intoppi (la stanchezza, l'ansia, addirittura
la timidezza) che ormai sono ufficialmente sindromizzati, e indicati come
"malattie" da espellere dal consorzio umano?
Le vaccinazioni di massa hanno avuto, nel recente passato, detrattori ostinati,
parecchi con venature ecoreazionarie, molto dispiaciuti per la possibile
estinzione di virus e altri animaletti, altri arciconvinti che la circolazione
dei vaccini dipenda solo e soltanto dall'ingordigia speculativa delle solite
multinazionali del farmaco. L'antimodernismo (che è in noi) degenera spesso in
un patetico ringhio antiscientista. Ne diffidiamo, e per giunta confidiamo nella
competenza delle autorità sanitarie (le quali, non per caso, prescrivono per il
più insidioso morbillo la vaccinazione fin dalla prima infanzia, e per la più
blanda varicella solo dai dodici anni in su).
E tuttavia ci resta il sospetto di un accanimento terapeutico contro il concetto
di malattia in sé, contro l'improduttività del febbricitante, contro quel
momentaneo tilt del corpo che spesso induce, e ognuno di noi lo sa, a "resettare"
se stessi, i propri pensieri, le proprie abitudini, quasi sempre migliorandosi.
La malattia è esperienza, esattamente come lo sono la convalescenza e la
guarigione. Che sia, a volte, un'esperienza dolorosa, è vero, e il dolore,
almeno per quanto riguarda la nostra cultura moderna e post-penitenziale, non è
mai augurabile e spesso mortifica. Ma laddove la malattia non mortifichi, non
debiliti, non dia umiliazione e soggezione, e sia solamente una normale e direi
naturale fatica del corpo, siamo sicuri che estirparla con ogni mezzo, specie
chimico, sia così necessario?
E se anche le malattie meno gravi vengono messe all'indice, quali pacifiche
occasioni resteranno, ai nostri corpi, per allenarsi a produrre anticorpi contro
le infezioni, e ai nostri spiriti per accettare l'idea che una sosta, un
intoppo, un accidente possano anche essere una buona occasione per riposarsi,
crescere, magari addirittura riflettere?
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