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Slavoj Zizek: Né Pepsi né Coca. La scelta di Lenin
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Tratto da “il manifesto”, 21 gennaio 2004
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Vladimir Ilic Lenin è morto il 21 gennaio 1924, ottanta anni fa, e ci
chiediamo se l'imbarazzato silenzio che circonda il suo nome non significhi che
è morto due volte, che è morta anche la sua eredità. Effettivamente la sua
insensibilità nei confronti delle libertà personali è estranea alla nostra
sensibilità liberale e tollerante. Chi oggi non si sente rabbrividire al
ricordo delle parole con cui Lenin liquidò la critica che i menscevichi e i
socialisti rivoluzionari facevano del potere bolscevico nel 1922? "In
verità, le prediche che fanno i menscevichi e i socialisti rivoluzionari
rivelano la loro vera natura: "la rivoluzione si è spinta troppo
oltre(...)". Ma allora noi replichiamo: permetteteci di mettervi di fronte
a un plotone di esecuzione per aver detto queste parole. O vi astenete
dall'esprimere le vostre opinioni oppure, se insistete ad esprimerle
pubblicamente nelle circostanze attuali, in un momento in cui la nostra
posizione è di gran lunga più difficile di quando le guardie bianche ci
attaccavano apertamente, non potete biasimare altri che voi stessi se noi vi
trattiamo alla stessa stregua degli elementi peggiori e più perniciosi delle
guardie bianche". Questo atteggiamento sprezzante nei confronti del
concetto liberale della libertà spiega la cattiva reputazione di cui Lenin gode
fra i liberali. La loro tesi si basa soprattutto sul rifiuto della classica
contrapposizione marxista-leninista tra libertà "formale" e libertà
"reale": come non si stancano di ribadire anche i liberali di sinistra
del calibro di Claude Lefort, la libertà è intrinsecamente
"formale", per cui la "libertà reale" equivale all'assenza
di libertà. Lenin è ricordato soprattutto per la sua famosa risposta:
"Libertà - sì, ma per chi? Per fare cosa?". Per lui, nel caso appena
citato dei menscevichi, la loro "libertà" di criticare il governo
bolscevico equivaleva in effetti alla "libertà" di minare alle basi
il governo dei lavoratori e dei contadini, a favore della controrivoluzione ...
Oggi come oggi, dopo la terrificante esperienza del socialismo reale, non è
forse più che evidente in che cosa consiste l'errore di questo ragionamento? In
primo luogo, esso riduce una costellazione storica a una situazione chiusa, in
cui le conseguenze "oggettive" degli atti di una persona sono
completamente determinate ("indipendentemente dalle vostre intenzioni,
quello che voi adesso state facendo serve oggettivamente a ...."). In
secondo luogo, il suo "oggettivismo" apparente ne copre l'opposto
soggettivismo: sono io a decidere il significato oggettivo delle tue azioni,
dato che sono io a definire il contesto di una situazione: ad esempio, se io
considero il mio potere l'espressione immediata del potere della classe operaia,
chiunque si oppone a me è "oggettivamente" un nemico della classe
operaia.
Ma è proprio questa la conclusione del discorso? In che modo funziona di fatto
la libertà nelle democrazie liberali? Per quanto la presidenza di Bill Clinton
rappresenti alla perfezione la terza via della (ex) sinistra odierna subalterna
al ricatto ideologico della destra, il suo programma di riforme dell'assistenza
sanitaria costituirebbe comunque, nelle condizioni di oggi, un atto fondato sul
rifiuto dell'ideologia imperante del taglio della spesa pubblica: in un certo
senso, Clinton avrebbe "fatto l'impossibile". Non c'è da stupirsi,
quindi, che tale programma sia fallito: il suo fallimento - forse l'unico evento
significativo, ancorché negativo, della presidenza di Bill Clinton - conferma
una volta di più la forza materiale del concetto ideologico di "libera
scelta". Sebbene la grande maggioranza della cosiddetta "gente
comune" non fosse adeguatamente informata in merito al programma di
riforma, la lobby medica (due volte più forte dell'infame lobby degli
armamenti!) riuscì a inculcare nell'opinione pubblica l'idea fondamentale che,
con l'assistenza medica universale, si sarebbe in qualche modo minacciata la
libera scelta in questioni attinenti alla medicina.
A questo punto tocchiamo il centro nervoso dell'ideologia liberale: la libertà
di scelta, questione di cruciale importanza nelle nostre "società del
rischio" - come le definisce Ulrich Beck - in cui l'ideologia dominante
tenta di "venderci" quella stessa insicurezza che è provocata dallo
smantellamento dello stato sociale, spacciandola per l'opportunità di nuove
libertà. Dovete cambiare lavoro ogni anno, facendo affidamento su contratti a
breve termine invece che su un lavoro stabile a lungo termine? Perché non
vedere in questo la liberazione dai vincoli di un lavoro fisso, la chance
di reinventare continuamente la propria vita, di prendere consapevolezza di sé
e di realizzare i potenziali latenti della propria personalità? Non potete più
fare affidamento sui sistemi pensionistici e mutualistici tradizionali, per cui
dovete scegliere una copertura integrativa e pagare di tasca vostra? Perché non
percepire in questo un'ulteriore possibilità di scelta: una vita migliore
adesso, o una maggiore sicurezza a lungo termine? E se vivete con angoscia un
frangente del genere, l'ideologo post-moderno o della "seconda
modernità" vi accuserà immediatamente di essere incapace di assumere la
libertà completa, di "rifuggire dalla libertà", in un'immatura
adesione alle vecchie forme di stabilità. Meglio ancora, se questo si iscrive
nell' ideologia del soggetto inteso come individualità psicologica, gravida di
capacità e tendenze naturali, ciascuno interpreterà automaticamente tutti
questi mutamenti come risultati della propria personalità, e non come
conseguenza del fatto di essere sballottato come un fuscello dalle forze del
mercato.
Fenomeni come questi rendono più che mai necessario oggi riaffermare la
contrapposizione fra libertà "formale" e libertà "reale",
in un senso nuovo e più preciso. Consideriamo la situazione dei paesi dell'Est
europeo intorno al 1990, quando il socialismo reale stava crollando.
All'improvviso, la gente si è trovata catapultata in una situazione di
"libertà di scelta politica"senza che le venisse posta la domanda
fondamentale: quale tipo di nuovo ordine desiderava realmente? Prima le si disse
che stava entrando nella terra promessa della libertà politica; subito dopo, la
si informò del fatto che questa libertà comportava privatizzazioni selvagge,
lo smantellamento della sicurezza sociale, ecc. ecc.. La gente ha ancora
libertà di scelta, se vuole, può tirarsi indietro; ma no, i nostri eroici
concittadini dell'Est europeo non volevano deludere i loro maestri occidentali,
e quindi hanno perseverato stoicamente nella scelta che non avevano mai
compiuto, convincendosi che era loro dovere comportarsi da soggetti maturi,
consapevoli che la libertà ha il suo prezzo ...
A questo punto si dovrebbe rischiare di reintrodurre la contrapposizione
leninista tra libertà "formale" e libertà "reale": il
nocciolo di verità nella caustica replica di Lenin ai suoi critici menscevichi
è che la scelta veramente libera è una scelta in cui io non mi limito a
scegliere tra due o più alternative all'interno di un insieme
prestabilito di coordinate, ma scelgo invece di modificare quell'insieme stesso
di coordinate. L'intoppo nella "transizione" dal socialismo reale al
capitalismo è stato che la gente non ha mai avuto la possibilità di scegliere
l'ad quem di tale transizione: all'improvviso si è vista catapultata
(alla lettera) in una situazione nuova, in cui si trovava di fronte ad un nuovo
insieme di scelte prestabilite (puro liberalismo, nazionalismo conservatore
....).
È questo il senso delle ossessive tirate di Lenin contro la libertà
"formale", in questo consiste il loro "nocciolo razionale"
che vale la pena di salvare ancora oggi. Quando Lenin sottolinea che la
democrazia "pura" non esiste, che noi dovremmo sempre chiederci a chi
giova la libertà specifica presa in considerazione, qual è il suo ruolo nella
lotta di classe, Lenin mira per l'appunto a salvaguardare la possibilità di una
vera scelta radicale. In questo consiste, in ultima analisi, la
distinzione tra libertà "formale" e libertà "reale": la
libertà "formale" è la libertà di scelta all'interno delle
coordinate dei rapporti di potere esistenti, mentre la libertà
"reale" designa un intervento che mina alle basi queste stesse
coordinate. In sintesi, Lenin non intende limitare la libertà di scelta, bensì
conservare la scelta fondamentale. Quando si domanda quale sia il ruolo di una
libertà all'interno della lotta di classe, quello che ci chiede è per
l'appunto questo: questa libertà contribuisce alla scelta rivoluzionaria
fondamentale, oppure la limita?
Lo spettacolo televisivo più popolare degli ultimi anni in Francia, con indici
di ascolto altissimi, che hanno addirittura doppiato il successo dei reality
shows tipo Il Grande Fratello, è stato C'est mon choix su
France 3. Si tratta di un talk show che ospita ogni volta una persona che
ha effettuato una scelta particolare, determinante per tutta la sua vita: uno
che ha deciso di non indossare mai biancheria intima, un altro che cerca
continuamente di trovare un partner sessuale più adeguato per il padre e la
madre, e così via. I comportamenti stravaganti sono ammessi, addirittura
incoraggiati, ma con l'esclusione esplicita delle scelte che possono
disturbare il pubblico : ad esempio, una persona che scelga di essere e
agire da razzista è esclusa a priori. Non si può immaginare un esempio più
calzante di quello che la "libertà di scelta" rappresenta realmente
nelle nostre società liberali. Possiamo continuare ad effettuare le nostre
piccole scelte, a "reinventare noi stessi" compiutamente, a patto che
queste scelte non incidano veramente sull'equilibrio sociale e ideologico
generale. Per fare una cosa davvero di sinistra, C'est mon choix avrebbe
dovuto concentrarsi per l'appunto sulle scelte "spiazzanti": invitare
come ospiti persone che fossero razzisti impegnati, cioè persone la cui scelta
incide veramente, fa la differenza. È anche questo il motivo per cui,
oggi come oggi, la "democrazia" è sempre più un falso problema, un
concetto talmente screditato dal suo uso prevalente che, forse, si dovrebbe
correre il rischio di abbandonarlo al nemico. Dove, come, da chi sono effettuate
le decisioni chiave riguardanti i problemi sociali globali? Avvengono nello
spazio pubblico, con la partecipazione impegnata della maggioranza? In caso di
risposta affermativa, è di secondaria importanza vivere in uno stato a partito
unico, o altro. In caso di risposta negativa, è di secondaria importanza che si
viva in un sistema di democrazia parlamentare e di libertà delle scelte
individuali.
Quanto alla disintegrazione del socialismo di stato venti anni fa, è doveroso
non dimenticare che, approssimativamente nello stesso periodo, è stato inferto
un colpo durissimo anche all'ideologia dello stato sociale delle
socialdemocrazie occidentali, che ha cessato anch'essa di operare come
immaginario coesivo delle passioni collettive. L'idea che "l'epoca dello
stato sociale è tramontata" è ormai largamente acquisita e condivisa.
L'elemento comune a queste due ideologie sconfitte è il concetto che
l'umanità, in quanto soggetto collettivo, ha la capacità di limitare in
qualche modo lo sviluppo storico-sociale anonimo ed impersonale, di guidarlo
nella direzione desiderata. Attualmente, tale concetto viene sbrigativamente
accantonato come "ideologico" e/o "totalitario": di nuovo,
si percepisce il processo sociale come dominato da un Fato anonimo, che
trascende il controllo sociale. L'ascesa del capitalismo globale si presenta a
noi nelle vesti del Fato, contro cui non è possibile combattere: o ci
adattiamo, oppure la storia ci lascia indietro, ci travolge. L'unica cosa che si
può fare è rendere il capitalismo globale quanto più umano possibile,
combattere per un "capitalismo globale dal volto umano" (questo è, o
piuttosto era, in ultima analisi, la terza via)
La nostra scelta politica fondamentale - essere socialdemocratico o
cristiano-democratico in Germania, democratico e repubblicano negli Stati uniti,
ecc. - non può non ricordarci l'imbarazzo della scelta quando chiediamo un
dolcificante artificiale in un bar: l'alternativa onnipresente fra bustine rosa
e bustine blu, fra sweet'n'low e dietor, e la ridicola pervicacia
con cui ognuno sceglie fra le due evitando quella rosa perché contiene sostanze
cancerogene o viceversa, servono semplicemente a evidenziare l'insignificanza
totale dell'alternativa. E lo stesso discorso si ripete per la Coca e la Pepsi.
Ancora, è un fatto ben noto che il pulsante "chiudi porte" degli
ascensori è quasi sempre un placebo assolutamente inefficace, piazzato lì
soltanto per dare ai singoli individui l'impressione di partecipare, di
contribuire in qualche modo alla velocità del viaggio in ascensore; ma quando
premiamo quel pulsante, la porta si chiude esattamente alla stessa velocità di
quando ci limitiamo a premere il pulsante del piano. Questo caso estremo di
falsa partecipazione è una metafora efficace della partecipazione degli
individui nel processo politico della nostra società "postmoderna"
...
È questo il motivo per cui, attualmente, tendiamo a evitare Lenin: non perché
egli fosse un "nemico della libertà", ma piuttosto perché ci ricorda
i limiti ineluttabili (imprescindibili) delle nostre libertà; non perché non
ci offra una scelta, ma piuttosto perché ci ricorda il fatto che la nostra
"società delle scelte" preclude qualsiasi vera scelta.
(traduzione di Rita Imbellone)
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