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Umberto Galimberti: Pantani nel deserto dei depressi
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Tratto da “la Repubblica”, 18 febbraio 2004
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La cosa più sconvolgente nella tragedia di Marco Pantani forse non è la sua
morte, ma l'assoluta solitudine in cui era stata lasciato negli ultimi anni,
quando le glorie del campione cedevano il posto alle sofferenze mute e forse
abissali dell'uomo.
Educati come siamo alla cultura dell'applauso non sappiamo neanche dove sta di
casa la cultura dell'ascolto. Distribuiamo farmaci per contenere la depressione,
ma mezz'ora di tempo per ascoltare il silenzio del depresso non lo troviamo mai.
Con i farmaci, utili senz'altro, interveniamo sull'organismo, sul meccanismo
biochimico, ma la parola strozzata dal silenzio e resa inespressiva da un volto
che sembra di pietra, chi trova il tempo, la voglia, la pazienza, la
disposizione per ascoltarla? Tale è la nostra cultura. E allora il silenzio
diventa tumultuoso, e la depressione prende a parlare, non con le nostre parole
banalmente euforiche o inutilmente consolatorie, ma con quelle rotture simili
alla lacerazione delle ferite quando il corpo le conosce come ferite mortali.
È a questo punto che lo spettro della morte si annuncia e inizia a parlare con
il tono tranquillo di chi sa di tenere nelle proprie mani tutte le sorti.
Fine del baccano indiavolato in cui quotidianamente tentiamo di esprimere la
nostra gioia. Un baccano che è la parodia del grido d'angoscia che, se fosse
ascoltato, ci farebbe riconoscere un uomo nel deserto delle cose.
Un deserto che si espande da quel presente muto, in cui il depresso disabita per
invivibilità ogni evento, al passato che ha desertificato glorie, trionfi e
amori che non si sono radicati, progetti estinti al loro sorgere, ricordi che
non hanno nulla a cui riaccordarsi, in quella solitudine frammentata dove
l'identico, nella sua immobilità senza espressione, coglie quell'altra faccia
della verità che è l'insignificanza dell'esistere.
Non si può parlare neppure di disperazione, perché l'anima del depresso non è
più solcata dai residui della speranza. E le parole che alla speranza alludono,
le parole di tutti, più o meno sincere, le parole che non si rassegnano, le
parole che insistono, le parole che promettono, le parole che vogliono guarire
languono tutte attorno al depresso, come rumore insensato. Il rumore che gli
altri, quelli che un tempo applaudivano, si scambiano ogni giorno per far tacere
a più riprese quella verità che il depresso, nel suo silenzio, dice in tutta
la sua potenza.
Bisogna avere il coraggio di vivere fino in fondo anche l'insignificanza
dell'esistenza per essere all'altezza di un dialogo con il depresso. E solo
muovendosi intorno a questa verità, che è poi la verità che tutti gli uomini
si affannano a non voler sentire, può aprirsi una comunicazione.
Comunicazione rischiosa, non perché ci può trascinare nella depressione, ma
perché può tradire la nostra insincerità. Il depresso infatti è sensibile al
volto che smentisce la parola, e il suo silenzio smaschera la finzione e
l'inconsistenza. Per questo i volti dei depressi sono rigidi e pietrificati.
Abitando la verità dell'esistenza con tutto il suo dolore, essi non stanno al
doppio gioco della parola che danza disinvolta nell'insensatezza della vita, o
che, impegnata, indica una formazione di senso laggiù ai confini del deserto.
Il depresso sa che il confine, come l'orizzonte, è sempre al di là di ciò che
di volta in volta appare come confine e orizzonte, sa che non c'è felicità
nella sequenza dei giorni, che il sole che muore è lo stesso che risorge, e che
nel cerchio perfetto che il ritorno disegna naufraga il progetto che per un
giorno s'era levato per reperire un senso nella vita.
Si può spezzare questo cerchio tragico e perfetto? Sì, se siamo capaci di
ritrovare l'essenza dell'uomo che Hölderlin indica là dove dice: "Noi
siamo un colloquio" . Il colloquio è fatto solo di parole, ma le parole
non si dicono solo, si ascoltano anche. Ascoltare non è prestare l'orecchio, è
farsi condurre dalla parola dell'altro là dove la parola conduce. Se poi,
invece della parola, c'è il silenzio dell'altro, allora ci si fa guidare da
quel silenzio.
Nel luogo indicato da quel silenzio è dato reperire, per chi ha uno sguardo
forte e osa guardare in faccia il dolore, la verità avvertita dal nostro cuore
e sepolta dalle nostre parole. Questa verità, che si annuncia nel volto di
pietra del depresso, tace per non confondersi con tutte le altre parole.
Parole perdute per il senso profondo della nostra esistenza, che ogni giorno
tentiamo di disabitare dietro le maschere in cui è dipinta ovvietà,
incrostazioni di felicità, recitate euforie.
Esaltarci per i trionfi o piangere per la morte sono gesti insufficienti al
limite dell'ovvio, così come non basta batter le mani tanto per una vittoria
quanto per il passaggio di una bara. La depressione chiede di più: non
entusiasmi, non pianti, non applausi. La depressione chiede ascolto.
Quell'ascolto che tutti abbiamo negato a Marco Pantani e che, a partire dalla
sua morte, potremmo incominciare a inaugurare come primo segno di una cultura
meno plaudente perché più riflessiva, più attenta alla solitudine degli
uomini.
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