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Il libro
La grande occasione di Nicola Rubino, trentenne operaio pugliese, è
finalmente arrivata. Una multinazionale, "leader nel settore" della
produzione dei motori diesel, lo ha assunto con un contratto di formazione. Un
futuro garantito e tutelato dal mitico posto fisso lo aspetta come un miraggio
al termine del periodo di prova. In mezzo, ci sono sei mesi di lavoro infernale:
ritmi di produzione pazzeschi sotto il ricatto continuo del licenziamento, le
vessazioni dei capi, l’incomprensione dei colleghi. Nicola, del resto, è quel
che si dice una testa calda, svelto di mani e di parola: praticamente
ingestibile. Però osserva e registra tutto, lasciandoci assistere alla messa in
scena di sogni e frustrazioni della classe operaia precarizzata in luoghi e
momenti topici del lavoro in fabbrica: davanti alle macchine, durante la
pausa-caffè, in mensa. Il tutto filtrato da una "ironia solforica"
talmente vitale e genuina da restare costantemente al di qua dell’ideologia.
La fabbrica – oggi come negli anni sessanta, quando erano scrittori come
Parise, Volponi e Testori a raccontarci la grande industria del Nord – è
ancora un mostro capace di stritolare le risorse umane attraverso un meccanismo
perfetto di consumazione del corpo e di annullamento della volontà. "La
fabbrica si prende tutto," divorando perfino lo spazio narrativo: non c’è
quasi nulla nel romanzo che accada fuori dai suoi cancelli. |