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2 settembre 2010
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copertina
Piano meccanico

Traduzione: Vincenzo  Mantovani
Collana: I Narratori
Pagine: 328
Prezzo: Euro 17
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In breve
Piano meccanico è l’appello di Vonnegut affinché l’America possa essere una società composta da individui che hanno scoperto di condividere sentimenti e scopi, che sanno distinguere chiaramente tra mezzi e fini e che affermano con convinzione che la cultura americana non è né vera né utopica, ma parziale e imperfetta.
Il libro
In un futuro non troppo lontano, dopo una guerra che – ovviamente – è stata l’ultima, l’America vive nel benessere grazie all’impiego su vasta scala della meccanizzazione. Le macchine hanno sostituito l’uomo in ogni lavoro manuale e forse stanno per prendere il suo posto anche nelle attività intellettuali. La società è divisa in due. Da un lato un pugno di tecnici e manager, che proprio durante l’ultima guerra hanno imparato a produrre senza le maestranze richiamate sotto le armi. Dall’altro tutti coloro che il basso quoziente d’intelligenza condannava a un lavoro manuale che oggi non esiste più. Il cittadino medio americano, gratificato da modeste e standardizzate comodità, è confinato in un ghetto, lontano dalle fabbriche automatizzate, difese come fortezze, dove dominano incontrastati le macchine e i loro signori. Sotto questa blanda dittatura di tecnici e manager freddi e razionali come le macchine che hanno brevettato, l’americano medio vive una vita senza scopo. È un rottame, uno scarto del processo industriale, e più nessuno sembra aspettarsi da lui un gesto di ribellione. Sarà il tecnocrate più giovane e promettente, Paul Proteus, il primo ad avere qualche dubbio sulla validità della propria missione. Infiltrato dai suoi capi in una bislacca setta rivoluzionaria, dopo un vano tentativo di evadere dalla realtà rifugiandosi in un sogno pastorale, Proteus sfugge al loro controllo e diventa rapidamente il capo dei congiurati. I cittadini si sollevano e si gettano su quello che credono il loro nemico: la civiltà delle macchine. Ben presto, tuttavia, si accorgeranno che l’obiettivo era sbagliato. La civiltà ha bisogno delle macchine e i ribelli, incapaci di cavarsela senza il loro aiuto, si vedranno costretti a ricostruirle. Colpire i tecnocrati, non le macchine: questa era la linea da seguire. Proteus l’aveva intuito, ma ormai è troppo tardi. La rivoluzione è sconfitta e la morsa dei tecnocrati si stringe intorno a lui.
La lezione di Vonnegut è chiara: i rivoluzionari non sono stati battuti dai loro nemici, ma dagli uomini che sognavano di liberare. Erano stati questi i primi ad accusare il sistema e a proclamarsi schiavi delle macchine, mentre senza quel sistema e senza quelle macchine non avrebbero potuto vivere. È una lezione amara, e significa che l’uomo ha, in fondo, quello che vuole. Prima di poter cambiare il mondo, dovrà imparare a cambiare se stesso.

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