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In breve Con questo secondo volume diventa finalmente possibile, per la prima volta in lingua italiana, apprezzare in tutta la sua portata la complessità e lo spessore del grande romanzo dello scrittore tedesco e acquisire un quadro ormai già chiaramente delineato di tutti quei temi la cui esposizione era rimasta non sviluppata nella prima parte.
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Il libro
Il secondo volume de I giorni e gli anni abbraccia il periodo dal dicembre 1967 all’aprile 1968: ritroviamo Gesine Cresspahl e sua figlia Marie immerse nella turbolenta e variopinta quotidianità di New York; nel frattempo continua a dipanarsi il racconto dell’infanzia della protagonista, dalla seconda metà degli anni trenta alla fine della guerra. Il respiro lungo del racconto johnsoniano comincia a ripagare il lettore e dare i suoi frutti; permette ormai di recuperare appieno quegli elementi che sembravano a prima vista gratuiti nell’insistito collage metropolitano: lo svolgersi della vicenda nel passato è in grado di illuminare anche retrospettivamente di bagliori lo “strano” sguardo di Gesine nel presente newyorkese e, d’altra parte, il “bosco simbolico” di Manhattan, che inghiotte e ricrea ogni immagine, lingua, esperienza, è lo sfondo d’elezione per il suo proposito di “raccontare ricreando” vicende cruciali di un’infanzia per la quale non sono più disponibili testimoni e documenti. L’evento principale nella vicenda del presente compresa nei giorni di questo secondo volume è l’assassinio di Martin Luther King, che fa da chiosa significativa al confronto fra madre e figlia, già delineatosi nel primo volume, riguardo alle relazioni e le tensioni fra le razze nella metropoli e nell’America della fine degli anni sessanta. La vicenda ricostruita nel passato ha il suo culmine in un episodio altrettanto drammatico: la “notte dei cristalli” del novembre 1938, nella quale si svela definitivamente il destino che attende di lì a poco gli ebrei europei; questo momento cruciale segna anche il compimento tragico della vicenda terrena di Lisbeth Cresspahl – la madre di Gesine – e rappresenta, anche nell’economia complessiva dell’opus johnsoniano, un vero e proprio punto focale nonché un vertice del suo genio di scrittore. E infatti il personaggio di Lisbeth, del quale invano si cercherebbe un equivalente nel romanzo tedesco del dopoguerra, attinge piuttosto alla dimensione tragica di certe eroine di Bergman o di Von Trier e rappresenta l’invenzione attorno alla quale si delinea l’originale (e inane) risposta di Gesine Cresspahl e del “Compagno Scrittore” al problema della responsabilità della generazione dei nati sotto il nazismo di fronte alle colpe dei padri: la figura di Lisbeth Cresspahl e il modo originalissimo con il quale se ne narra la vicenda è forse il risultato letterariamente più alto della tensione nella quale è nata ed è vissuta, almeno fino alla caduta del Muro di Berlino, la letteratura tedesca contemporanea. “Johnson, con il suo flemmatico virtuosismo, ha elevato la proverbiale pignoleria meclemburghese al rango di uno stile classico. Questo non piccolo risultato è raggiunto e reso definitivo nel presente volume.” Günter Blöcker |