Un estratto
1. Dei Niala-Carbia, fondatori di
Chentupedes
A Chentupedes, il giorno dei Morti,
le anime lasciano il campusantu
di Muriscari e se ne tornano in paese a manicare, bere e ballare con
tutti i
santi che non hanno voglia di stare in cielo. Correva l’anno
1964 ed era un
novembre di quelli diacciosi che fanno thirriare i cani legati alla
catena e
indemoniare i cristiani. Le raffiche di maestrale erano così
forti che facevano
volare le ultime galline rimaste per strada. Io allora avevo quindici
anni e la
mia famiglia viveva nel vicinato di Sos Bodiolos, quello dei poveri che
erano
sempre a panza bodia. L’anno prima, il giorno di Ferragosto,
ero caduto dal tetto
della chiesa di Cuccureddu mentre per scommessa con gli amici cercavo
di
toccare la punta del parafulmine. Da allora ho imparato a rispettarli,
i santi,
e a brullare poco con l’aldilà, che forse
è solo vita che continua al buio,
come diceva sempre mannai Rosaria Lutzeri quando dava le condoglianze
ai
funerali.
Con quattro costole rotte e un taglio
lungo un palmo sulla coscia
che perdeva sangue a trumughine, mi ero messo a bestemmiare contro
santu Coseme
e Damianu e a maledire zia Mundica, suora di clausura che aveva
lasciato tutto
all’ordine delle clarisse e a noi niente, soriches e
ballaroddas, topi e bacche
di quercia, che da queste parti è peggio di uno sputo. Zia
Mundica Lutzeri si
era sposata giovane con un gros- so proprietario terriero che gli era
morto
dentro il letto la prima notte di matrimonio senza riuscire a
consumare, poi
aveva sentito la chiamata e dopo un anno era partita suora in
continente. Io la
storia di quella chiamata me la ricordavo strana, come quella del
servizio
militare che ti arrivava con la cartolina verde insieme al biglietto
per la
lettorina e per la nave. Zia Mundica, sa
beata vergine, come la chiamavano a
sfuttidura quelli di Chentupedes, aveva ereditato terreni da pascolo a
Murta
Levrina, bestiame in pastore a Molentinas e la licenza di una cava di
talco a
Punta Lizzos che valeva oro. Ma quella monza baffuta che avevo visto
solo in
fotografia si era scomodata appena una volta in vita sua per mandarci
mezzo
litro d’acquasanta e un pacco di immaginette della Prodigiosa
Traslazione della
Santa Casa di Loreto.
Mannoi Lisandru Niala, che Dio lo
onorava e lo faceva rispettare,
quando gli riferirono delle mie bestemmie venne a cercarmi e mi
sollevò per un
orecchio, prima di aggiustarmi uno schiaffo tra capo e collo.
“Ma non ti
vergogni, piscialettos che non sei altro, a cercare chi non ti cerca,
ah! Mira che
non ti sentano più imprecare a quella maniera,
perché giuro che prima ti cambio
i connotati e poi il cognome! D’ora in avanti ricordati
sempre il proverbio dei
Niala: ‘Per i Morti e per i Santi, mantello e
guanti!’.” Quello fu l’unico schiaffo
che mi diede mio nonno, e forse fece più male a lui che a
me, perché poi mi
prese sottobraccio e per tornare in pace mi portò di
nascosto a vedere la sua
collezione di denari e sesterzi. “Perdona il colpo
Lisandrè, ma non dimenticare
mai quello che ti ho detto, che noi siamo sempre stati gente di
fede!”
A quell’età io
credevo poco nei santi e molto nei miracoli. L’ultimo
mi era capitato proprio la sera prima che morisse mannoi Lisandru
Niala, quando
avevo visto volare la figlia di tzia Sepedda Murcione dalla finestra
della sua
stanza fino alla punta di Monte Furriajolu. Paulina aveva i capelli
sciolti, le
titte nude e uno strascico di seta bianca che bruciava
nell’orlo come una
cometa. In paese tutti l’hanno data per morta, rapita, o
fuggita via con lo
stagnaro di Crastulè. Cento e centouna, gliene hanno
inventate a quella
poveritedda, gli invidiosi che non sapevano volare. Io credo invece che
Paulina
sia diventata una stella, quella nuova che splende ogni notte sopra la
collina
di santu Franziscu.
Dopo l’interru di mannoi
Lisandru, che era stato sepolto insieme
alla mulinaia Ignazia Pithinni e tra cerimonia e condoglianze aveva
visto
tramontare il sole, mi avevano mandato a dormire a casa di mannai
Rosaria
Lutzeri, nell’ultima casa del vicinato di Cambuzzones. Per
farle compagnia la
notte, mi dissero, che da sola se la poteva mangiare la tristura, e i
parenti
grandi avevano paura che prendesse qualche brutta decisione. La
resurrezione di
mannoi Lisandru Niala, noto Zumpeddu, non fu di sicuro solo un
miracolo. Fu un
colloquio tra tutte le stelle della Via Lattea, che si misero
d’accordo con
Paulina per allungare la coda di quell’amore grande tra i
miei nonni, nato su
un letto di neve e cresciuto all’ombra delle sughere di
Musciadinos. Fu la
magia di una strega imbriagola che forse di nascosto lo voleva per
sé almeno
un’altra notte. Amore di fuoco, quello di Lisandru Niala e
Rosaria Lutzeri,
spento solo dalle acque del fiume Ghilinzone, dense come olive pestate
coi
sassi, profumate come i gelsomini di Predas Ruias.
Alle otto di sera di quella notte del
’64 mannai Rosaria
imbandì la tavola con collane di salsicce, lardo novello
alto quattro dita,
papassinos decorati con la treggea, formaggio nuovo, pane modde e tanto
vino
nero da farci annegare vivos e mortos. Se ne stava seduta di fronte al
camino,
stiriolando i grani di legno del rosario e battendo i piedi a
intermittenza sul
pavimento. Tunc, tunc, tunc. Aspettava pregando il ritorno del marito,
la
buonanima di Lisandru Niala. Quella mattina, il grande evento glielo
aveva
predetto anche l’oroscopo di un settimanale della diocesi che
prendeva sempre
all’uscita della parrocchia per tenersi aggiornata sulla
pagina dei defunti nel
circondario: Preparatevi
ad accogliere con letizia una persona cara che non
vedete da tempo! E chi aveva lei di più caro
in questo e nell’altro mondo della
buonanima del marito? Lisandru Niala se n’era andato giusto
un anno prima,
contravvenendo a quella che era diventata una regola sacra per
Chentupedes:
morire insieme, soprattutto quando si era veramente innamorati. E se
non si era
innamorati pazienza, l’importante era viaggiare in coppia
verso l’aldilà. Così
si sapeva da secoli, esattamente dal 4 marzo del 1392, quando, in
presenza del
notaio Nicola Salaris di Mudduzzori, le famiglie Niala e Carbia, di
fronte a
una piccola assemblea di pastori e contadini, avevano fondato
Chentupedes.