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Risultati: in rosso i libri; in nero gli autori
19 maggio 2013
In Universale Economica
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copertina
Pantumas

Collana: I Narratori
Pagine: 176
Prezzo: Euro 16
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In breve
"La luna era piena di misteri da svelare e cerchiata di rosso, di quel rosso che accende la follia e fa sentire da lontano l’odore dell’amore". A Chentupedes, un antico villaggio scavato fra i monti di un paesaggio sontuosamente barbarico, la tradizione vuole che i coniugi legati da un vincolo d’amore muoiano insieme, come insieme sono vissuti. Purtroppo non è andata così per mannoi Lisandru e mannai Rosaria Niala. Lisandru è morto e Rosaria è così convinta...
Il libro
“Salvatore Niffoi è una persona giovane e antica, contemporanea e arcaica, divertente, affettuosa, magica. Uno dei pochi che ha sempre il coraggio e la voglia di andare al fondo delle cose.”
Daria Bignardi

A Chentupedes, un antico villaggio scavato fra i monti di un paesaggio sontuosamente barbarico, la tradizione vuole che i coniugi legati da un vincolo d’amore muoiano insieme, come insieme sono vissuti. Purtroppo non è andata così per mannoi Lisandru e mannai Rosaria Niala. Lisandru è morto e Rosaria è così convinta che il Cielo se l’è preso anzitempo che ha continuato ad aspettarlo. Lo ha aspettato così forte che, quando arriva, fantasma acceso da vita che si rinnova, lo accoglie come una moglie accoglie il marito dopo un lungo viaggio.
Lisandru è tornato per morire con lei. Ma prima che ciò accada è necessario sbrogliare il filo del passato. Sapere come sono andate le cose. Mettere alla prova la memoria con un’altra memoria, che viene da lontano e si srotola, magica e luminosa, quasi fosse un film, anzi come un vero film, sulle pareti calcinate della cucina dei Niala. I fantasmi, le pantumas, tornano per narrare, come in un racconto infinito, il gesto infinito dell’amore, il sapore dolcissimo del sangue.

Approfondimento

Un estratto

1. Dei Niala-Carbia, fondatori di Chentupedes


A Chentupedes, il giorno dei Morti, le anime lasciano il campusantu di Muriscari e se ne tornano in paese a manicare, bere e ballare con tutti i santi che non hanno voglia di stare in cielo. Correva l’anno 1964 ed era un novembre di quelli diacciosi che fanno thirriare i cani legati alla catena e indemoniare i cristiani. Le raffiche di maestrale erano così forti che facevano volare le ultime galline rimaste per strada. Io allora avevo quindici anni e la mia famiglia viveva nel vicinato di Sos Bodiolos, quello dei poveri che erano sempre a panza bodia. L’anno prima, il giorno di Ferragosto, ero caduto dal tetto della chiesa di Cuccureddu mentre per scommessa con gli amici cercavo di toccare la punta del parafulmine. Da allora ho imparato a rispettarli, i santi, e a brullare poco con l’aldilà, che forse è solo vita che continua al buio, come diceva sempre mannai Rosaria Lutzeri quando dava le condoglianze ai funerali.

Con quattro costole rotte e un taglio lungo un palmo sulla coscia che perdeva sangue a trumughine, mi ero messo a bestemmiare contro santu Coseme e Damianu e a maledire zia Mundica, suora di clausura che aveva lasciato tutto all’ordine delle clarisse e a noi niente, soriches e ballaroddas, topi e bacche di quercia, che da queste parti è peggio di uno sputo. Zia Mundica Lutzeri si era sposata giovane con un gros- so proprietario terriero che gli era morto dentro il letto la prima notte di matrimonio senza riuscire a consumare, poi aveva sentito la chiamata e dopo un anno era partita suora in continente. Io la storia di quella chiamata me la ricordavo strana, come quella del servizio militare che ti arrivava con la cartolina verde insieme al biglietto per la lettorina e per la nave. Zia Mundica, sa beata vergine, come la chiamavano a sfuttidura quelli di Chentupedes, aveva ereditato terreni da pascolo a Murta Levrina, bestiame in pastore a Molentinas e la licenza di una cava di talco a Punta Lizzos che valeva oro. Ma quella monza baffuta che avevo visto solo in fotografia si era scomodata appena una volta in vita sua per mandarci mezzo litro d’acquasanta e un pacco di immaginette della Prodigiosa Traslazione della Santa Casa di Loreto.

Mannoi Lisandru Niala, che Dio lo onorava e lo faceva rispettare, quando gli riferirono delle mie bestemmie venne a cercarmi e mi sollevò per un orecchio, prima di aggiustarmi uno schiaffo tra capo e collo. “Ma non ti vergogni, piscialettos che non sei altro, a cercare chi non ti cerca, ah! Mira che non ti sentano più imprecare a quella maniera, perché giuro che prima ti cambio i connotati e poi il cognome! D’ora in avanti ricordati sempre il proverbio dei Niala: ‘Per i Morti e per i Santi, mantello e guanti!’.” Quello fu l’unico schiaffo che mi diede mio nonno, e forse fece più male a lui che a me, perché poi mi prese sottobraccio e per tornare in pace mi portò di nascosto a vedere la sua collezione di denari e sesterzi. “Perdona il colpo Lisandrè, ma non dimenticare mai quello che ti ho detto, che noi siamo sempre stati gente di fede!”

A quell’età io credevo poco nei santi e molto nei miracoli. L’ultimo mi era capitato proprio la sera prima che morisse mannoi Lisandru Niala, quando avevo visto volare la figlia di tzia Sepedda Murcione dalla finestra della sua stanza fino alla punta di Monte Furriajolu. Paulina aveva i capelli sciolti, le titte nude e uno strascico di seta bianca che bruciava nell’orlo come una cometa. In paese tutti l’hanno data per morta, rapita, o fuggita via con lo stagnaro di Crastulè. Cento e centouna, gliene hanno inventate a quella poveritedda, gli invidiosi che non sapevano volare. Io credo invece che Paulina sia diventata una stella, quella nuova che splende ogni notte sopra la collina di santu Franziscu.

Dopo l’interru di mannoi Lisandru, che era stato sepolto insieme alla mulinaia Ignazia Pithinni e tra cerimonia e condoglianze aveva visto tramontare il sole, mi avevano mandato a dormire a casa di mannai Rosaria Lutzeri, nell’ultima casa del vicinato di Cambuzzones. Per farle compagnia la notte, mi dissero, che da sola se la poteva mangiare la tristura, e i parenti grandi avevano paura che prendesse qualche brutta decisione. La resurrezione di mannoi Lisandru Niala, noto Zumpeddu, non fu di sicuro solo un miracolo. Fu un colloquio tra tutte le stelle della Via Lattea, che si misero d’accordo con Paulina per allungare la coda di quell’amore grande tra i miei nonni, nato su un letto di neve e cresciuto all’ombra delle sughere di Musciadinos. Fu la magia di una strega imbriagola che forse di nascosto lo voleva per sé almeno un’altra notte. Amore di fuoco, quello di Lisandru Niala e Rosaria Lutzeri, spento solo dalle acque del fiume Ghilinzone, dense come olive pestate coi sassi, profumate come i gelsomini di Predas Ruias.

Alle otto di sera di quella notte del ’64 mannai Rosaria imbandì la tavola con collane di salsicce, lardo novello alto quattro dita, papassinos decorati con la treggea, formaggio nuovo, pane modde e tanto vino nero da farci annegare vivos e mortos. Se ne stava seduta di fronte al camino, stiriolando i grani di legno del rosario e battendo i piedi a intermittenza sul pavimento. Tunc, tunc, tunc. Aspettava pregando il ritorno del marito, la buonanima di Lisandru Niala. Quella mattina, il grande evento glielo aveva predetto anche l’oroscopo di un settimanale della diocesi che prendeva sempre all’uscita della parrocchia per tenersi aggiornata sulla pagina dei defunti nel circondario: Preparatevi ad accogliere con letizia una persona cara che non vedete da tempo! E chi aveva lei di più caro in questo e nell’altro mondo della buonanima del marito? Lisandru Niala se n’era andato giusto un anno prima, contravvenendo a quella che era diventata una regola sacra per Chentupedes: morire insieme, soprattutto quando si era veramente innamorati. E se non si era innamorati pazienza, l’importante era viaggiare in coppia verso l’aldilà. Così si sapeva da secoli, esattamente dal 4 marzo del 1392, quando, in presenza del notaio Nicola Salaris di Mudduzzori, le famiglie Niala e Carbia, di fronte a una piccola assemblea di pastori e contadini, avevano fondato Chentupedes.


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