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In breve Ritratto di una famiglia inglese molto antica e disgustosa, i cui membri sono accomunati da una rapacità brutale e totalizzante: Thomas, un banchiere privo di scrupoli, Hilary, una giornalista senza opinioni definite, Roderick, un mercante d'arte lascivo e ignorante, Dorothy, crudele proprietaria di un'azienda agricola, Henry, un politico sempre pronto a cambiare partito. Ne emerge la ricostruzione degli anni ottanta.
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Il libro
Ricordate gli anni della Thatcher? Gli anni in cui la rapacità era la virtù, i beni della nazione venivano depredati e Saddam Hussein era un uomo con il quale volentieri si facevano gli affari? E' su questo periodo che Jonathan Coe, in uno dei romanzi più divertenti e mortalmente seri degli ultimi anni, butta uno sguardo giocoso e selvaggio. Ne esce un agghiacciante affresco socio - politico che rivela sorprendenti analogie con l'attuale realtà italiana. Nell'estate del 1990, mentre il mondo si prepara a entrare in guerra contro Saddam Hussein, un giovane scrittore è al lavoro sulla biografia della famiglia Winshaw. Quasi tutti i suoi membri sono ispirati da una rapacità brutale e totalizzante e, insieme, riescono a dominare gran parte della vita pubblica ed economica britannica. Lungo le vite di questi ameni personaggi vengono così ricostruiti i famosi anni ottanta: un'orgia di violenza, soprusi, ingiustizie provocata dall'assenza di controlli del potere. La straordinaria abilità di Coe sta non solo nel fondere in modo perfettamente armonico la vita privata degli Winshaw con i suoi risvolti pubblici, ma anche nell'utilizzare diversi codici narrativi (dalla detective story all'horror gotico, dalla farsa alla satira politica), tutti perfettamente funzionanti. "Al giorno d'oggi la maggior parte dei romanzieri europei pensa che sia necessario essere profondamente pessimisti e tremendamente seri per potersi qualificare come scrittori veri. Gli scrittori comici di talento sono molto rari. Ora, invece, quel club esclusivo - che tra i suoi membri annovera Thomas Love Peacock, Evelyn Waugh e P. G. Wodehose - vede l'ingresso di un giovane inglese di nome Jonathan Coe." |
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Approfondimento Il titolo originale del romanzo è What a carve up! che, più o meno, significa "Che fregatura!" e che è anche il titolo di un film giallo-rosa degli anni cinquanta. Come altri elementi anche quel film dimenticato entra a far parte della complessa architettura del romanzo. Lo scrittore Michael Owen soggiace a una impotenza creativa che lo spinge ad accettare un lavoro ben remunerato su commissione: la ricostruzione della storia di una importante famiglia, gli Winshaw. L'opera si blocca quando lo scrittore deve fare i conti con i rapaci Winshaw, quelli, si intende, vivi e vegeti, dominatori dell'economia britannica. A quel punto, però, una serie di nuovi personaggi mette Owen sulla pista di eventi misteriosi che rivelano sorprendenti coincidenze fra l'escalation degli Winshaw e la vita privata di Michael Owen. Emergono intanto, ritratto dopo ritratto, i membri della famiglia Winshaw: si va dal banchiere che spia il flusso del danaro così come spia attrici ignare per trarne egualmente piacere, alla inflessibile "vergine macellaia" che costruisce la propria ricchezza sullo sfruttamento intensivo di animali da allevamento e costringe il marito putativo al suicidio; dal truce mercante d'armi pronto a investire nei programmi militari di Saddham Hussein al mercante d'arte promotore di croste, alla opinion leader di un giornale ad alta tiratura che sgomita sino ad arrivare ai vertici delle news di un'importante rete televisiva. Come in un film - e il film è naturalmente What a carve up!, che non a caso ha traumatizzato Michael Owen da ragazzino - esiste però una resa dei conti: il giustiziere di tanto demonica genia è un membro "pentito" della famiglia che, fingendosi morto, fa assemblare tutti gli Winshaw in una dimora isolata per la lettura del testamento e li uccide uno per uno, scegliendo per ciascuno una morte adeguatamente crudele. Romanzo di invenzioni, di giochi, di incastri grotteschi, La famiglia Winshaw è anche un romanzo "di denuncia", un'impietosa rappresentazione della macchina della sopraffazione e della rapacità. L'autore cita Calvino (non v'è dubbio che quanto a "destini incrociati", Coe non lo batte nessuno) ma la vera sorpresa del romanzo è il suo respiro da grande narrativa di intrattenimento.
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