Il protagonista del nuovo libro di Gianni Celati è Gianni Celati. Nel gennaio del 1997, Celati è partito per il Mali insieme al suo amico francese Jean Talon, che doveva studiare la possibilità di realizzare un documentario sui metodi dei guaritori dogon, usati nel Centro di Medicina Tradizionale di Bandiagara. Da lì lo scrittore e il regista hanno proseguito per il Senegal e la Mauritania: nel frattempo il progetto del documentario si sfalda sotto i loro occhi, per lasciar posto a un esercizio di contemplazione del presente, dove l'Africa si fa toccare e allo stesso tempo si sottrae, al di là dello schermo protettivo dei due turisti bianchi.
Ne sono scaturiti nove taccuini di viaggio molto freschi e diretti. Davvero qui le parole pullulano completamente imbevute di luce, come se una porzione di paesaggio si fosse depositata sulla pagina tirandosi dietro i mercati e le gare routière, gli autobus scalcagnati e la comica prosopopea delle guide, le manfrine delle contrattazioni e la petulanza delle prostitute. Il lettore si immerge in una "scrittura di cose", denotativa, febbrile, sotto gli occhi del paesaggio, in presenza del mondo, analoga ai taccuini preparatori di Zola.
Celati annota gustosissimi "casi esemplari di turismo africano", e con il suo consueto tono flemmatico scocca improvvise considerazioni fulminanti sull'identità occidentale, sul commercio come forma di contatto con l'estraneo, sulla natura del viaggio tormentata da un'ininterrotta sensazione di mancanza.