VI. La struttura ideologica dei "Promessi sposi"
Il libro apparso dopo una così lunga e tormentata gestazione, durante la
quale, come si è detto, la rielaborazione sia da un punto di vista strutturale
che formale rispetto al primitivo "fatras" era stata imponente,
racconta ancora una storia apparentemente a lieto fine, seguendo sostanzialmente
la fabula del Fermo. Caduto però (o comunque sapientemente
dissimulato) l’impegno documentario speso a ricreare anche nei dettagli una
stampa del Seicento, l’approccio del Manzoni alla storia lombarda del secolo
XVII rivela una più matura, ma anche più tormentata coscienza storiografica
che, mentre attenua l’asprezza di certe punte polemiche, di evidente matrice
illuministica, della prima opera, tende sempre a riepilogarsi in giudizio
morale.
La polemica contro il secolo "sudicio e sfarzoso" dischiude un
orizzonte ben più ampio e inquietante di quello offerto in drammatiche
circostanze storico-sociali dalla terra di Lombardia, perché il problema non
consiste ora soltanto nel rappresentare una fase di decadenza della società
lombarda del Seicento, ma anche nel riflettere, attraverso quelle vicende
esemplari, sulla presenza dell’uomo nelle tragiche epifanie della storia e
sulla possibilità che la sua strada possa mai incrociare quella della
Provvidenza.
Ecco perché, nella sua ultima apparizione, don Rodrigo, anziché perdersi
cavalcando forsennato tra la moltitudine miserabile degli appestati (sulla scia
di un episodio riferito dal Ripamonti cronista dell’epidemia), come il dannato
di una fosca leggenda medievale trascinato all’inferno da una demoniaca
cavalcatura (IV, 9), si spegne inebetito avendo accanto padre Cristoforo (XXXV).
"Può esser castigo, può esser misericordia": il giudizio di quel Dio
"che atterra e suscita, / che affanna e che consola" è
imperscrutabile, ma la storia di un uomo, di tutti gli uomini acquista un senso
arcano nel momento supremo in cui l’individuo è solo davanti alla morte.
Così è per la contadina Lucia, come per Lodovico-Cristoforo e l’innominato,
ma anche per l’anonimo coro dei flagellati dalla carestia e dalla peste. Da
questa lucida consapevolezza della tragicità della condizione umana derivano un
decisivo approfondimento della psicologia dei personaggi – ben altrimenti
rilevati sullo sfondo storico rispetto al Fermo – e, di più, un’incrinatura
nello storicismo del Manzoni, che è all’origine del rifiuto del romanzo
storico e della conseguente paralisi della sua creatività. La vicenda dei
promessi che attraversano per breve tratto la storia del loro tempo, facendo
esperienza di ingiustizie, errori e atrocità, non può quindi concludersi che
in una luce crepuscolare di rassegnazione, vivificata da un rinnovato atto di
fede nella Provvidenza, la quale sola, attraverso imperscrutabili tramiti, può
guidare verso la salvezza nel caos dell’"Historia".
Rispetto al Fermo anche la struttura ideologica dei Promessi sposi
assume una molto più salda e coerente configurazione. Per tentare di definirla,
a grandi linee, converrà prenderne in considerazione, sulla scorta di un
suggerimento di Carlo Salinari, almeno tre momenti fondamentali: il giudizio
sulla società lombarda del Seicento (con particolare riguardo alla concezione
del diritto e alla pratica della giustizia); la valutazione della presenza e
dell’azione della Chiesa in quel contesto storico-sociale e la denuncia della
sua mondanizzazione; la rappresentazione delle classi subalterne.
Il giudizio negativo sul Seicento – "secolo bestiale", "secolo
doloroso", crocevia funesto di irragione e irreligione – nasce, come si
è detto, da un approfondito studio di documenti e testimonianze sui vari
aspetti della vita politica e civile, economica e culturale del secolo, alla
luce della formazione illuministica e della scelta di fede del Manzoni,
destinate, alla lunga, a entrare in contrasto con il suo storicismo romantico.
Così, sotto la lente del romanziere, passano le istituzioni politiche,
amministrative e religiose, le dinamiche dell’economia, le manifestazioni
tipiche di una cultura attardata e provinciale, la funzione degli intellettuali
di quel "corpaccio sociale" (Fermo, IV, 4) quale era la
società lombarda del secolo XVII sotto la dominazione straniera che, impedendo
lo sviluppo di una identità nazionale, proietta i suoi effetti negativi sul
Lombardo-Veneto austriaco di primo Ottocento. Questa ricognizione dovrà offrire
tutti gli elementi per ricostruire, con un massimo di verosimiglianza, una
"storia milanese" che, mediante il recupero di vicende resecate dalla
storiografia ufficiale, acquisti il valore emblematico di un nuovo modo di far
storia non limitato alla politica e alla guerra ("le Imprese de Prencipi e
Potentati", e le "Attioni gloriose" messe in parodia all’inizio
dell’Introduzione), ma esteso alla vita di tutti i giorni, ai fatti
quotidiani di persone di modestissima estrazione sociale.
Ecco che la microstoria di "gente meccaniche" dischiude un varco sull’"Historia":
il sopruso di don Rodrigo apre la via verso Milano e Milano è prima il teatro
della carestia e poi della peste, frutti avvelenati della guerra, di cui gli
uomini – dal politico di più alto rango all’intellettuale fino al popolano
più umile e ignorante – sono in diversa misura responsabili, tutti travolti
da un cieco istinto di autodistruzione innescato dalla rinuncia all’uso dello
strumento della ragione che è conseguenza nefasta delle "disposizioni
anticristiane" del secolo.
Così il tema centrale del diritto, che, dopo l’esperienza della Rivoluzione,
per il liberale Manzoni costituisce il fondamento della civile convivenza, offre
le prove più drammaticamente inoppugnabili per la requisitoria contro il
secolo. Dalla violazione del diritto di Renzo e Lucia a sposarsi comincia il
romanzo, ma già prima dell’incontro fra don Abbondio e i bravi, il commento
alle "gride" rende paradossalmente certo il lettore che l’impunità
del delitto era la norma. La nessuna certezza del diritto spinge i singoli a
organizzarsi, anzi ad "arruolarsi [...] in classi, in corpi, in maestranze,
in confraternite" (Fermo, I, 1) volte a rafforzare privilegi e a
conquistarsi immunità, secondo una concezione corporativa ancora medievale del
vivere sociale. Proprio gli ordini religiosi gelosi delle loro immunità
dimostrano che neppure l’istituzione ecclesiastica andava immune da questa
malattia che disgregava l’organizzazione sociale mediante l’irradiazione di
corpi separati.
A conferma di questa diagnosi negativa si ricordi che nel romanzo il diritto
violato non viene comunque ristabilito mai: né don Rodrigo, né l’innominato,
né quanti sono stati loro complici o sicari pagano per i delitti perpetrati,
così come non paga Lodovico per l’omicidio commesso, almeno di fronte alla
giustizia terrena, né don Abbondio per il rifiuto di celebrare il matrimonio,
né Renzo per le imputazioni gravissime che gli sono mosse all’indomani del
tumulto di san Martino e non perché sono destituite di fondamento. L’unica
che paga per i suoi delitti, la Signora di Monza, paga alla giustizia parallela
della Chiesa.
La società aristocratico-feudale del Seicento non solo non conosce la certezza
del diritto, non concepisce il cittadino ma soltanto il suddito, ma non è
neppure in grado di far funzionare la macchina della giustizia: così l’innominato,
dopo una vita intera sciaguratamente dedita al delitto, ottiene una tacita
impunità garantita dall’autorità religiosa, come, anni prima, Lodovico era
sfuggito alla giustizia riparando in un convento protetto dall’immunità. Del
resto se garanti del diritto sono personaggi come Azzecca-garbugli, e ministri
di giustizia il podestà del paese e il notaio criminale di Milano, le procedure
non potranno che essere quelle sperimentate da Renzo, in assenza di ogni
garanzia legale: l’arresto su denuncia di un delatore non corredata da alcuna
prova di colpevolezza, che non siano le farneticazioni di un ubriaco, con la
prospettiva di finire sulla forca dopo un giudizio sommario, soltanto per dare
un esempio ad altri sediziosi per fame.
L’impotenza delle autorità di governo non riguarda solo l’amministrazione
della giustizia, ma anche quella del fisco, dell’annona, della sanità:
perfino la strategia militare del governatore spagnolo risulta del tutto
fallimentare (fortunatamente per il pacifista convinto Manzoni, il quale, nelle Osservazioni
sulla morale cattolica, VII, aveva scritto: "Il sangue d’un uomo
solo, sparso per mano del suo fratello, è troppo per tutti i secoli e per tutta
la terra").
Un aspetto importante di questa situazione di collasso delle istituzioni civili,
imputabile non solo al malgoverno spagnolo, riguarda il ritardo della cultura
secentesca e la funzione degli intellettuali. All’imbarbarimento della vita
civile gli intellettuali contribuiscono infatti in misura decisiva e, non per
caso, le figure di intellettuali – dal più modesto don Abbondio all’Azzecca-garbugli
a don Ferrante – compaiono nel romanzo tutte in luce negativa, con la sola
eccezione del cardinale Federigo, mecenate e illuminato promotore di cultura con
la fondazione della Biblioteca Ambrosiana. Così, mentre don Abbondio si vale
del suo latinorum per raggirare Renzo, e l’avvocato è pronto
cinicamente a mettere la sua competenza giuridica a disposizione soltanto del
più forte, a un livello più alto don Ferrante è l’incarnazione di una
cultura arretrata e oscurantista che, nel secolo di Galilei e della rinascita
del pensiero scientifico, è ancora tributaria dell’astrologia e della magia e
considera la "scienza cavalleresca" non solo arduo e serio argomento
di studio e di controversia, ma culmine della piramide dei saperi.
La cultura non apre quindi prospettive verso forme più evolute di vita civile,
ma contribuisce piuttosto alla distruzione della ragione, configurandosi ora
come mero strumento di sopraffazione ai danni dei più deboli, ora come inutile
orpello e oziosa esercitazione sul nulla. E ancora una volta la responsabilità
di questo stravolgimento ricade sugli uomini che hanno perduto, salvo casi
eccezionali, il senso di quell’impegno morale a testimoniare la verità che
discende dal messaggio evangelico.
Alla disfunzione del potere statale sembra potersi contrapporre l’organizzazione
della Chiesa che tuttavia il Manzoni considera con occhio di storico, sempre
cercando di evitare il rischio dell’apologia: cosicché i Promessi sposi
sono il romanzo di padre Cristoforo e del cardinale Federigo, ma anche di don
Abbondio, della monaca di Monza, del padre provinciale dei cappuccini. Della
Chiesa Manzoni parla fin dalle prime pagine del libro, presentando un suo
indegno ministro, e alla presenza ‘ufficiale’ dell’istituzione
ecclesiastica subito contrappone quella dell’ordine mendicante dei cappuccini,
del quale sottolinea l’attivismo caritativo a quotidiano contatto con le
classi subalterne. Padre Cristoforo, popolarmente conosciuto come "il
santo", è il padre spirituale di Lucia; è con lui che fin dall’inizio
la ragazza si confida ed è a lui che ricorre per consiglio e aiuto; è a lui
che, fallito ogni tentativo di sbloccare la situazione, i promessi si
affideranno. Insomma la Chiesa parla agli umili attraverso la quotidiana
presenza dei frati mendicanti piuttosto che con la voce ‘istituzionale’ del
curato. Questo non significa tuttavia che Manzoni taccia sulla piaga della
mondanizzazione della Chiesa, ché, anzi, ne tocca il fondo più scuro con la
vicenda del monastero di Monza. Del resto, anche l’ordine dei cappuccini
mostra i segni di questo processo di degenerazione, come risulta evidente dalla
dimensione esclusivamente ‘politica’ entro la quale si muove il padre
provinciale sul caso di padre Cristoforo sollevato dal conte zio.
La presenza e l’azione della Chiesa nella società civile con funzioni di
supplenza rispetto al potere statale sono affidate a personalità d’eccezione
che non sono soltanto Cristoforo e Federigo, ma anche gli ignoti frati disposti
a morire nel lazzaretto per adempiere il loro dovere di assistenza non solo
spirituale: quanto dire che, in circostanze eccezionali, la Chiesa, pur non
immune dai vizi del secolo, riesce a rigenerarsi, a mettere in campo le sue
forze migliori, costituendosi come istituzione concretamente alternativa
rispetto allo stato, desolante immagine dello sfacelo non solo della ragion
politica, ma anche dell’impotenza amministrativa.
Raccontando la vicenda esemplare delle conseguenze di un matrimonio fra
"umili" impedito con la violenza, Manzoni si propone, secondo quanto
si legge nell’Introduzione di illustrare la condizione di "gente
meccaniche, e di piccol affare". Arriva così al traguardo di una compiuta
elaborazione narrativa il motivo fondamentale del suo storicismo romantico, già
prospettato nella premessa alle Osservazioni sulla morale cattolica,
laddove, in polemica con la storiografia ufficiale, aveva scritto:
Accade troppo spesso di leggere, presso i più lodati storici, descrizioni
di lunghi periodi di tempi, e successioni di fatti vari e importanti, senza
trovarci quasi altro che la mutazione che questi produssero negl’interessi e
nella miserabile politica di pochi uomini: le nazioni erano quasi escluse
dalla storia.
Questa riflessione sulla esclusione dei popoli ("le nazioni") dalla
storia, destinata a essere sviluppata teoreticamente nel Discorso sopra
alcuni punti della storia longobardica in Italia, mantiene costante nel
romanzo l’attenzione alle classi subalterne – individui e gruppi – anch’esse
coinvolte, sia pure in diversa misura, nella severa condanna della società
aristocratico-feudale e dei suoi reggitori. Così accade delle piccole comunità
di campagna (i compaesani di Renzo e Lucia, gli abitanti di Gorgonzola) di cui
lo scrittore offre una rappresentazione tutt’altro che positiva. I compaesani
sono dominati dalla paura e vittime di superstizioni al punto da dimenticare
ogni impulso di solidarietà – salvo momentanee ed effimere accensioni durante
la "notte degli imbrogli" e dopo il ritorno in paese di Lucia liberata
– e non esitano a compiere l’opera avviata dai lanzi saccheggiatori nella
casa del loro curato (XXX), così come non si peritano di andare a "far
legna" nella vigna di Renzo fuoruscito (XXXIII). Gli abitanti di
Gorgonzola, riuniti nell’osteria, fra i quali Renzo capita il giorno
successivo al tumulto di san Martino, durante la fuga verso il territorio della
repubblica veneziana, inizialmente animati da bellicoso spirito di rivalsa nei
confronti del popolo cittadino, finiscono per consentire con la faziosa
ricostruzione dei fatti propalata dal mercante, che vede, con spietata ottica di
classe, l’ordine imposto a ogni prezzo come garanzia dei suoi buoni affari.
Del resto, anche la folla che si stringe in festa intorno al suo pastore – la
carismatica presenza del quale vale nel corso delle visite pastorali a sedare,
sia pure per poco, liti e controversie (XXIII: "La presenza di Federigo era
infatti di quelle che annunziano una superiorità, e la fanno amare") –
può dar luogo a manifestazioni di incontrollato fanatismo com’è narrato nel
XXV, a proposito del primo ingresso in Duomo di Federigo:
Tanto c’era in que’ costumi di scomposto e di violento, che, anche nel
far dimostrazioni di benevolenza a un vescovo in chiesa, e nel moderarle, si
dovesse andar vicino all’ammazzare.
La folla, quindi, non sfugge allo spirito anticristiano di violenza che grava
come una maledizione sul secolo, anche se nella rappresentazione del tumulto
milanese lo scrittore, pur niente concedendo al populismo romantico, è molto
attento a distinguere le responsabilità politiche dell’insurrezione dal
comportamento della moltitudine affamata, della plebe che, in quel contesto
storico-sociale, non aveva, né poteva avere dignità di popolo. La folla
esasperata si muove solo per primarie esigenze di sopravvivenza (la fame) e
spontaneamente ("senza essersi dati l’intesa"), seguendo quindi una
legge di natura ("come gocciole sparse sullo stesso pendio"). Ma lo
scrittore si spinge più a fondo, inaugurando nella narrativa moderna l’analisi
della psicologia della folla: ecco quindi i discorsi improvvisati nati dal
risentimento e dall’esasperazione, la reiterazione di slogan e gesti che
esprimono concetti semplici legati alla drammatica contingenza ("un piccolo
numero di vocaboli"), a conferma dell’irrazionalità del movimento
collettivo che perciò può essere strumentalizzato da provocatori.
L’irrazionalità degenera allora in cieca violenza (l’assalto ai forni, l’assedio
alla casa del vicario di provvisione), rifiutata tuttavia da alcuni che, come
Renzo, pur consentono con i motivi della sommossa: non è devastando i forni o
linciando il vicario di provvisione che il pane tornerà sulle tavole.
Quali sono allora le coordinate dell’ideologia del liberale Manzoni che,
alimentando la polemica contro il "secolo bestiale", appaiono più
chiaramente riflesse nelle pagine del romanzo?
Manzoni vuole [...] che i cittadini siano uguali di fronte alla legge,
respinge la violenza privata ma anche il processo sommario fondato su dicerie,
su montature poliziesche, su confessioni strappate con la tortura e non su prove
certe. Manzoni vuole l’abolizione dei privilegi dei ceti non borghesi, quelli
dei nobili e del clero, polemizza contro la mondanizzazione della Chiesa e la
trasformazione della religione in uno strumento politico e vuole uno stato non
confessionale. Manzoni è persuaso che esistano alcune leggi economiche
universali (come quelle della domanda e dell’offerta), vuole un’economia di
mercato fondata sulla libera concorrenza e sulla libera contrattazione della
forza lavoro, vuole il trionfo della scienza su ogni pratica superstiziosa.