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3 settembre 2010
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copertina
I promessi sposi

Cura: Enrico  Ghidetti
Collana: Universale Economica I Classici
Pagine: 640
Prezzo: Euro 14
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VI. La struttura ideologica dei "Promessi sposi"

Il libro apparso dopo una così lunga e tormentata gestazione, durante la quale, come si è detto, la rielaborazione sia da un punto di vista strutturale che formale rispetto al primitivo "fatras" era stata imponente, racconta ancora una storia apparentemente a lieto fine, seguendo sostanzialmente la fabula del Fermo. Caduto però (o comunque sapientemente dissimulato) l’impegno documentario speso a ricreare anche nei dettagli una stampa del Seicento, l’approccio del Manzoni alla storia lombarda del secolo XVII rivela una più matura, ma anche più tormentata coscienza storiografica che, mentre attenua l’asprezza di certe punte polemiche, di evidente matrice illuministica, della prima opera, tende sempre a riepilogarsi in giudizio morale.
La polemica contro il secolo "sudicio e sfarzoso" dischiude un orizzonte ben più ampio e inquietante di quello offerto in drammatiche circostanze storico-sociali dalla terra di Lombardia, perché il problema non consiste ora soltanto nel rappresentare una fase di decadenza della società lombarda del Seicento, ma anche nel riflettere, attraverso quelle vicende esemplari, sulla presenza dell’uomo nelle tragiche epifanie della storia e sulla possibilità che la sua strada possa mai incrociare quella della Provvidenza.
Ecco perché, nella sua ultima apparizione, don Rodrigo, anziché perdersi cavalcando forsennato tra la moltitudine miserabile degli appestati (sulla scia di un episodio riferito dal Ripamonti cronista dell’epidemia), come il dannato di una fosca leggenda medievale trascinato all’inferno da una demoniaca cavalcatura (IV, 9), si spegne inebetito avendo accanto padre Cristoforo (XXXV). "Può esser castigo, può esser misericordia": il giudizio di quel Dio "che atterra e suscita, / che affanna e che consola" è imperscrutabile, ma la storia di un uomo, di tutti gli uomini acquista un senso arcano nel momento supremo in cui l’individuo è solo davanti alla morte. Così è per la contadina Lucia, come per Lodovico-Cristoforo e l’innominato, ma anche per l’anonimo coro dei flagellati dalla carestia e dalla peste. Da questa lucida consapevolezza della tragicità della condizione umana derivano un decisivo approfondimento della psicologia dei personaggi – ben altrimenti rilevati sullo sfondo storico rispetto al Fermo – e, di più, un’incrinatura nello storicismo del Manzoni, che è all’origine del rifiuto del romanzo storico e della conseguente paralisi della sua creatività. La vicenda dei promessi che attraversano per breve tratto la storia del loro tempo, facendo esperienza di ingiustizie, errori e atrocità, non può quindi concludersi che in una luce crepuscolare di rassegnazione, vivificata da un rinnovato atto di fede nella Provvidenza, la quale sola, attraverso imperscrutabili tramiti, può guidare verso la salvezza nel caos dell’"Historia".
Rispetto al Fermo anche la struttura ideologica dei Promessi sposi assume una molto più salda e coerente configurazione. Per tentare di definirla, a grandi linee, converrà prenderne in considerazione, sulla scorta di un suggerimento di Carlo Salinari, almeno tre momenti fondamentali: il giudizio sulla società lombarda del Seicento (con particolare riguardo alla concezione del diritto e alla pratica della giustizia); la valutazione della presenza e dell’azione della Chiesa in quel contesto storico-sociale e la denuncia della sua mondanizzazione; la rappresentazione delle classi subalterne.
Il giudizio negativo sul Seicento – "secolo bestiale", "secolo doloroso", crocevia funesto di irragione e irreligione – nasce, come si è detto, da un approfondito studio di documenti e testimonianze sui vari aspetti della vita politica e civile, economica e culturale del secolo, alla luce della formazione illuministica e della scelta di fede del Manzoni, destinate, alla lunga, a entrare in contrasto con il suo storicismo romantico. Così, sotto la lente del romanziere, passano le istituzioni politiche, amministrative e religiose, le dinamiche dell’economia, le manifestazioni tipiche di una cultura attardata e provinciale, la funzione degli intellettuali di quel "corpaccio sociale" (Fermo, IV, 4) quale era la società lombarda del secolo XVII sotto la dominazione straniera che, impedendo lo sviluppo di una identità nazionale, proietta i suoi effetti negativi sul Lombardo-Veneto austriaco di primo Ottocento. Questa ricognizione dovrà offrire tutti gli elementi per ricostruire, con un massimo di verosimiglianza, una "storia milanese" che, mediante il recupero di vicende resecate dalla storiografia ufficiale, acquisti il valore emblematico di un nuovo modo di far storia non limitato alla politica e alla guerra ("le Imprese de Prencipi e Potentati", e le "Attioni gloriose" messe in parodia all’inizio dell’Introduzione), ma esteso alla vita di tutti i giorni, ai fatti quotidiani di persone di modestissima estrazione sociale.
Ecco che la microstoria di "gente meccaniche" dischiude un varco sull’"Historia": il sopruso di don Rodrigo apre la via verso Milano e Milano è prima il teatro della carestia e poi della peste, frutti avvelenati della guerra, di cui gli uomini – dal politico di più alto rango all’intellettuale fino al popolano più umile e ignorante – sono in diversa misura responsabili, tutti travolti da un cieco istinto di autodistruzione innescato dalla rinuncia all’uso dello strumento della ragione che è conseguenza nefasta delle "disposizioni anticristiane" del secolo.
Così il tema centrale del diritto, che, dopo l’esperienza della Rivoluzione, per il liberale Manzoni costituisce il fondamento della civile convivenza, offre le prove più drammaticamente inoppugnabili per la requisitoria contro il secolo. Dalla violazione del diritto di Renzo e Lucia a sposarsi comincia il romanzo, ma già prima dell’incontro fra don Abbondio e i bravi, il commento alle "gride" rende paradossalmente certo il lettore che l’impunità del delitto era la norma. La nessuna certezza del diritto spinge i singoli a organizzarsi, anzi ad "arruolarsi [...] in classi, in corpi, in maestranze, in confraternite" (Fermo, I, 1) volte a rafforzare privilegi e a conquistarsi immunità, secondo una concezione corporativa ancora medievale del vivere sociale. Proprio gli ordini religiosi gelosi delle loro immunità dimostrano che neppure l’istituzione ecclesiastica andava immune da questa malattia che disgregava l’organizzazione sociale mediante l’irradiazione di corpi separati.
A conferma di questa diagnosi negativa si ricordi che nel romanzo il diritto violato non viene comunque ristabilito mai: né don Rodrigo, né l’innominato, né quanti sono stati loro complici o sicari pagano per i delitti perpetrati, così come non paga Lodovico per l’omicidio commesso, almeno di fronte alla giustizia terrena, né don Abbondio per il rifiuto di celebrare il matrimonio, né Renzo per le imputazioni gravissime che gli sono mosse all’indomani del tumulto di san Martino e non perché sono destituite di fondamento. L’unica che paga per i suoi delitti, la Signora di Monza, paga alla giustizia parallela della Chiesa.
La società aristocratico-feudale del Seicento non solo non conosce la certezza del diritto, non concepisce il cittadino ma soltanto il suddito, ma non è neppure in grado di far funzionare la macchina della giustizia: così l’innominato, dopo una vita intera sciaguratamente dedita al delitto, ottiene una tacita impunità garantita dall’autorità religiosa, come, anni prima, Lodovico era sfuggito alla giustizia riparando in un convento protetto dall’immunità. Del resto se garanti del diritto sono personaggi come Azzecca-garbugli, e ministri di giustizia il podestà del paese e il notaio criminale di Milano, le procedure non potranno che essere quelle sperimentate da Renzo, in assenza di ogni garanzia legale: l’arresto su denuncia di un delatore non corredata da alcuna prova di colpevolezza, che non siano le farneticazioni di un ubriaco, con la prospettiva di finire sulla forca dopo un giudizio sommario, soltanto per dare un esempio ad altri sediziosi per fame.
L’impotenza delle autorità di governo non riguarda solo l’amministrazione della giustizia, ma anche quella del fisco, dell’annona, della sanità: perfino la strategia militare del governatore spagnolo risulta del tutto fallimentare (fortunatamente per il pacifista convinto Manzoni, il quale, nelle Osservazioni sulla morale cattolica, VII, aveva scritto: "Il sangue d’un uomo solo, sparso per mano del suo fratello, è troppo per tutti i secoli e per tutta la terra").
Un aspetto importante di questa situazione di collasso delle istituzioni civili, imputabile non solo al malgoverno spagnolo, riguarda il ritardo della cultura secentesca e la funzione degli intellettuali. All’imbarbarimento della vita civile gli intellettuali contribuiscono infatti in misura decisiva e, non per caso, le figure di intellettuali – dal più modesto don Abbondio all’Azzecca-garbugli a don Ferrante – compaiono nel romanzo tutte in luce negativa, con la sola eccezione del cardinale Federigo, mecenate e illuminato promotore di cultura con la fondazione della Biblioteca Ambrosiana. Così, mentre don Abbondio si vale del suo latinorum per raggirare Renzo, e l’avvocato è pronto cinicamente a mettere la sua competenza giuridica a disposizione soltanto del più forte, a un livello più alto don Ferrante è l’incarnazione di una cultura arretrata e oscurantista che, nel secolo di Galilei e della rinascita del pensiero scientifico, è ancora tributaria dell’astrologia e della magia e considera la "scienza cavalleresca" non solo arduo e serio argomento di studio e di controversia, ma culmine della piramide dei saperi.
La cultura non apre quindi prospettive verso forme più evolute di vita civile, ma contribuisce piuttosto alla distruzione della ragione, configurandosi ora come mero strumento di sopraffazione ai danni dei più deboli, ora come inutile orpello e oziosa esercitazione sul nulla. E ancora una volta la responsabilità di questo stravolgimento ricade sugli uomini che hanno perduto, salvo casi eccezionali, il senso di quell’impegno morale a testimoniare la verità che discende dal messaggio evangelico.
Alla disfunzione del potere statale sembra potersi contrapporre l’organizzazione della Chiesa che tuttavia il Manzoni considera con occhio di storico, sempre cercando di evitare il rischio dell’apologia: cosicché i Promessi sposi sono il romanzo di padre Cristoforo e del cardinale Federigo, ma anche di don Abbondio, della monaca di Monza, del padre provinciale dei cappuccini. Della Chiesa Manzoni parla fin dalle prime pagine del libro, presentando un suo indegno ministro, e alla presenza ‘ufficiale’ dell’istituzione ecclesiastica subito contrappone quella dell’ordine mendicante dei cappuccini, del quale sottolinea l’attivismo caritativo a quotidiano contatto con le classi subalterne. Padre Cristoforo, popolarmente conosciuto come "il santo", è il padre spirituale di Lucia; è con lui che fin dall’inizio la ragazza si confida ed è a lui che ricorre per consiglio e aiuto; è a lui che, fallito ogni tentativo di sbloccare la situazione, i promessi si affideranno. Insomma la Chiesa parla agli umili attraverso la quotidiana presenza dei frati mendicanti piuttosto che con la voce ‘istituzionale’ del curato. Questo non significa tuttavia che Manzoni taccia sulla piaga della mondanizzazione della Chiesa, ché, anzi, ne tocca il fondo più scuro con la vicenda del monastero di Monza. Del resto, anche l’ordine dei cappuccini mostra i segni di questo processo di degenerazione, come risulta evidente dalla dimensione esclusivamente ‘politica’ entro la quale si muove il padre provinciale sul caso di padre Cristoforo sollevato dal conte zio.
La presenza e l’azione della Chiesa nella società civile con funzioni di supplenza rispetto al potere statale sono affidate a personalità d’eccezione che non sono soltanto Cristoforo e Federigo, ma anche gli ignoti frati disposti a morire nel lazzaretto per adempiere il loro dovere di assistenza non solo spirituale: quanto dire che, in circostanze eccezionali, la Chiesa, pur non immune dai vizi del secolo, riesce a rigenerarsi, a mettere in campo le sue forze migliori, costituendosi come istituzione concretamente alternativa rispetto allo stato, desolante immagine dello sfacelo non solo della ragion politica, ma anche dell’impotenza amministrativa.
Raccontando la vicenda esemplare delle conseguenze di un matrimonio fra "umili" impedito con la violenza, Manzoni si propone, secondo quanto si legge nell’Introduzione di illustrare la condizione di "gente meccaniche, e di piccol affare". Arriva così al traguardo di una compiuta elaborazione narrativa il motivo fondamentale del suo storicismo romantico, già prospettato nella premessa alle Osservazioni sulla morale cattolica, laddove, in polemica con la storiografia ufficiale, aveva scritto:

Accade troppo spesso di leggere, presso i più lodati storici, descrizioni di lunghi periodi di tempi, e successioni di fatti vari e importanti, senza trovarci quasi altro che la mutazione che questi produssero negl’interessi e nella miserabile politica di pochi uomini: le nazioni erano quasi escluse dalla storia.

Questa riflessione sulla esclusione dei popoli ("le nazioni") dalla storia, destinata a essere sviluppata teoreticamente nel Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia, mantiene costante nel romanzo l’attenzione alle classi subalterne – individui e gruppi – anch’esse coinvolte, sia pure in diversa misura, nella severa condanna della società aristocratico-feudale e dei suoi reggitori. Così accade delle piccole comunità di campagna (i compaesani di Renzo e Lucia, gli abitanti di Gorgonzola) di cui lo scrittore offre una rappresentazione tutt’altro che positiva. I compaesani sono dominati dalla paura e vittime di superstizioni al punto da dimenticare ogni impulso di solidarietà – salvo momentanee ed effimere accensioni durante la "notte degli imbrogli" e dopo il ritorno in paese di Lucia liberata – e non esitano a compiere l’opera avviata dai lanzi saccheggiatori nella casa del loro curato (XXX), così come non si peritano di andare a "far legna" nella vigna di Renzo fuoruscito (XXXIII). Gli abitanti di Gorgonzola, riuniti nell’osteria, fra i quali Renzo capita il giorno successivo al tumulto di san Martino, durante la fuga verso il territorio della repubblica veneziana, inizialmente animati da bellicoso spirito di rivalsa nei confronti del popolo cittadino, finiscono per consentire con la faziosa ricostruzione dei fatti propalata dal mercante, che vede, con spietata ottica di classe, l’ordine imposto a ogni prezzo come garanzia dei suoi buoni affari. Del resto, anche la folla che si stringe in festa intorno al suo pastore – la carismatica presenza del quale vale nel corso delle visite pastorali a sedare, sia pure per poco, liti e controversie (XXIII: "La presenza di Federigo era infatti di quelle che annunziano una superiorità, e la fanno amare") – può dar luogo a manifestazioni di incontrollato fanatismo com’è narrato nel XXV, a proposito del primo ingresso in Duomo di Federigo:

Tanto c’era in que’ costumi di scomposto e di violento, che, anche nel far dimostrazioni di benevolenza a un vescovo in chiesa, e nel moderarle, si dovesse andar vicino all’ammazzare.

La folla, quindi, non sfugge allo spirito anticristiano di violenza che grava come una maledizione sul secolo, anche se nella rappresentazione del tumulto milanese lo scrittore, pur niente concedendo al populismo romantico, è molto attento a distinguere le responsabilità politiche dell’insurrezione dal comportamento della moltitudine affamata, della plebe che, in quel contesto storico-sociale, non aveva, né poteva avere dignità di popolo. La folla esasperata si muove solo per primarie esigenze di sopravvivenza (la fame) e spontaneamente ("senza essersi dati l’intesa"), seguendo quindi una legge di natura ("come gocciole sparse sullo stesso pendio"). Ma lo scrittore si spinge più a fondo, inaugurando nella narrativa moderna l’analisi della psicologia della folla: ecco quindi i discorsi improvvisati nati dal risentimento e dall’esasperazione, la reiterazione di slogan e gesti che esprimono concetti semplici legati alla drammatica contingenza ("un piccolo numero di vocaboli"), a conferma dell’irrazionalità del movimento collettivo che perciò può essere strumentalizzato da provocatori.
L’irrazionalità degenera allora in cieca violenza (l’assalto ai forni, l’assedio alla casa del vicario di provvisione), rifiutata tuttavia da alcuni che, come Renzo, pur consentono con i motivi della sommossa: non è devastando i forni o linciando il vicario di provvisione che il pane tornerà sulle tavole.
Quali sono allora le coordinate dell’ideologia del liberale Manzoni che, alimentando la polemica contro il "secolo bestiale", appaiono più chiaramente riflesse nelle pagine del romanzo?

Manzoni vuole [...] che i cittadini siano uguali di fronte alla legge, respinge la violenza privata ma anche il processo sommario fondato su dicerie, su montature poliziesche, su confessioni strappate con la tortura e non su prove certe. Manzoni vuole l’abolizione dei privilegi dei ceti non borghesi, quelli dei nobili e del clero, polemizza contro la mondanizzazione della Chiesa e la trasformazione della religione in uno strumento politico e vuole uno stato non confessionale. Manzoni è persuaso che esistano alcune leggi economiche universali (come quelle della domanda e dell’offerta), vuole un’economia di mercato fondata sulla libera concorrenza e sulla libera contrattazione della forza lavoro, vuole il trionfo della scienza su ogni pratica superstiziosa.


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