Prefazione
"Una lingua è un dialetto con un passaporto e un esercito." Noam
Chomsky
Esistono nel mondo 6700 lingue diverse. Ma nel momento in cui leggerete queste
pagine il numero sarà già diminuito: infatti il 30 per cento delle lingue
attualmente in uso è parlato da comunità di appena mille persone. In pratica,
grossi condomini. Il 10 per cento può contare su un centinaio di parlanti e per
una cinquantina di lingue sopravvive un solo parlante. Ci sono nonni, in
Siberia, che per comunicare con il nipotino hanno bisogno di un traduttore
simultaneo.
Lingue o dialetti? La domanda dal punto di vista scientifico è insignificante.
Anzi, affermano i linguisti, esisterebbe una lingua (o dialetto, è uguale) per
ognuno di noi. La distinzione tra lingue, per comodità, la facciamo quando le
differenze sintattiche, fonetiche e lessicali iniziano a essere evidenti. Se nel
dialetto lombardo di Parabiago e San Giorgio su Legnano, paesi che distano tra
loro non più di cinque chilometri, la differenza si limita alla pronuncia della
"a" più o meno aperta (indovinate come suona a Pârâbiâg?), tra
Issime e Fontainemore, due villaggi nella Val di Gressoney che distano anch’essi
cinque chilometri, c’è un vero abisso linguistico, storico, culturale. Quasi
quanto tra Francia e Germania. Allora, quante lingue si parlano in Italia? E
segmentando ancora: quante lingue si parlano in quei microcosmi di incredibile
ricchezza e complessità che sono le nostre vallate alpine? L’unica risposta
scientificamente accettabile è: boh! Noi però non siamo scienziati della
lingua, ma semplici viaggiatori, e possiamo accontentarci di risposte più
semplici e parziali.
Antefatto
Una mattina in montagna
Colle Zumstein, 4500 metri sul livello del mare, ore 6 del mattino. Seguo con il
respiro pesante il sottile filo di cresta che unisce le due cime più alte del
Monte Rosa. Un piede in Italia, un piede in Svizzera. Ho accettato di scrivere
una serie di reportage sui rifugi alpini per un mensile patinato, e tutt’a un
tratto mi pare un’idea malsana. Immaginatevi la promiscuità dei rifugi, gli
effluvi misti di scarponi, coperte militari e pessima cucina, l’insopportabile
senso di claustrofobia che deriva dal dover dormire con un plotone di
sconosciuti su un umido tavolato, a destra un arredatore di Lissone dalle
adenoidi sonore, a sinistra un rubizzo bancario di Klagenfurt che probabilmente
ha votato per Haider. Risa, borbottii, sibili, sommessi cori alpini, pile accese
che impazzano come falene per le camerate, tintinnio di moschettoni, l’orologio
che segna sempre la stessa ora. E fuori, unica via di fuga, il ghiacciaio
sepolto nella notte che spalanca orrende fauci. Odio i rifugi.
Un piede in Piemonte, uno nel Vallese, procedo cauto verso la cima. Sotto i miei
ramponi fuggono ripidi pendii di ghiaccio azzurro: a est si estende nei riflessi
rosati dell’alba la Valle Anzasca, un piccolo mondo walser, ormai da tempo
piemontesizzato, che conserva nei cognomi, nelle iscrizioni sulle case, nelle
espressioni dialettali le tracce di una lingua tedesca medievale. Più a sud,
oltre il Colle del Lys, immagino ancora immersa nel sonno la Val di Gressoney,
dove i vecchi si esprimono nel dialetto titsch, ma dove poi le relazioni
commerciali si intrattengono in italiano, altrimenti come si acchiappano gli
sciatori milanesi?, mentre gli atti comunali sono trascritti anche in francese
per via dell’Union Valdôtaine che detiene la stragrande maggioranza
elettorale. A ovest, infine, vedo precipitare il Gornergletscher, fin sull’idillico
paesino di Zermatt, dove la situazione si fa ancora più complessa: tedescofona
di cultura, francofona per contiguità geografica, anglofona per vocazione
internazionale, Zermatt è diventata il perfetto fondale di un cartoon
giapponese. Perché nel Vallese l’economia si fonda soprattutto sulla fedeltà
del pubblico nipponico, e i commercianti che vendono riproduzioni del Cervino in
oro, cristallo di rocca, plexiglas e cioccolato, prima ancora della partita
doppia devono imparare i fondamenti della iamatologia.
Un passo nel sole freddo che sorge dalle creste del Turlo, un passo nell’ombra
glaciale. Noto, incollato a un cristallo di neve, un delicato imenottero,
portato a morire in questa wasted land da una corrente ascensionale:
muove ancora un’antenna, ma forse è solo il vento.
Un piede qua, un piede là: sono in mezzo a un bel rebelot linguistico, una
piccola babele racchiusa nello spazio di pochi chilometri quadrati. D’un
tratto, il rampone che dà sul versante filonipponico ha un cedimento, quasi un’improvvisa
nostalgia della valle, e slitta su una lastra di ghiaccio vivo; il mio compagno,
alle spalle, tende prontamente la corda e dopo aver evocato diverse divinità
del pantheon alpinistico esclama: "Guarda dove metti le zampe! A cosa stai
pensando?".
"Alle lingue, pensavo alle lingue."
"Cosa?"
"Niente. Te lo spiego stasera. Nell’odiato rifugio."
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