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2 settembre 2010
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copertina
Alpi
Una grammatica d'alta quota

Collana: Traveller
Pagine: 280
Prezzo: Euro 13
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Prefazione

"Una lingua è un dialetto con un passaporto e un esercito." Noam Chomsky

Esistono nel mondo 6700 lingue diverse. Ma nel momento in cui leggerete queste pagine il numero sarà già diminuito: infatti il 30 per cento delle lingue attualmente in uso è parlato da comunità di appena mille persone. In pratica, grossi condomini. Il 10 per cento può contare su un centinaio di parlanti e per una cinquantina di lingue sopravvive un solo parlante. Ci sono nonni, in Siberia, che per comunicare con il nipotino hanno bisogno di un traduttore simultaneo.
Lingue o dialetti? La domanda dal punto di vista scientifico è insignificante. Anzi, affermano i linguisti, esisterebbe una lingua (o dialetto, è uguale) per ognuno di noi. La distinzione tra lingue, per comodità, la facciamo quando le differenze sintattiche, fonetiche e lessicali iniziano a essere evidenti. Se nel dialetto lombardo di Parabiago e San Giorgio su Legnano, paesi che distano tra loro non più di cinque chilometri, la differenza si limita alla pronuncia della "a" più o meno aperta (indovinate come suona a Pârâbiâg?), tra Issime e Fontainemore, due villaggi nella Val di Gressoney che distano anch’essi cinque chilometri, c’è un vero abisso linguistico, storico, culturale. Quasi quanto tra Francia e Germania. Allora, quante lingue si parlano in Italia? E segmentando ancora: quante lingue si parlano in quei microcosmi di incredibile ricchezza e complessità che sono le nostre vallate alpine? L’unica risposta scientificamente accettabile è: boh! Noi però non siamo scienziati della lingua, ma semplici viaggiatori, e possiamo accontentarci di risposte più semplici e parziali.

Antefatto

Una mattina in montagna

Colle Zumstein, 4500 metri sul livello del mare, ore 6 del mattino. Seguo con il respiro pesante il sottile filo di cresta che unisce le due cime più alte del Monte Rosa. Un piede in Italia, un piede in Svizzera. Ho accettato di scrivere una serie di reportage sui rifugi alpini per un mensile patinato, e tutt’a un tratto mi pare un’idea malsana. Immaginatevi la promiscuità dei rifugi, gli effluvi misti di scarponi, coperte militari e pessima cucina, l’insopportabile senso di claustrofobia che deriva dal dover dormire con un plotone di sconosciuti su un umido tavolato, a destra un arredatore di Lissone dalle adenoidi sonore, a sinistra un rubizzo bancario di Klagenfurt che probabilmente ha votato per Haider. Risa, borbottii, sibili, sommessi cori alpini, pile accese che impazzano come falene per le camerate, tintinnio di moschettoni, l’orologio che segna sempre la stessa ora. E fuori, unica via di fuga, il ghiacciaio sepolto nella notte che spalanca orrende fauci. Odio i rifugi.
Un piede in Piemonte, uno nel Vallese, procedo cauto verso la cima. Sotto i miei ramponi fuggono ripidi pendii di ghiaccio azzurro: a est si estende nei riflessi rosati dell’alba la Valle Anzasca, un piccolo mondo walser, ormai da tempo piemontesizzato, che conserva nei cognomi, nelle iscrizioni sulle case, nelle espressioni dialettali le tracce di una lingua tedesca medievale. Più a sud, oltre il Colle del Lys, immagino ancora immersa nel sonno la Val di Gressoney, dove i vecchi si esprimono nel dialetto titsch, ma dove poi le relazioni commerciali si intrattengono in italiano, altrimenti come si acchiappano gli sciatori milanesi?, mentre gli atti comunali sono trascritti anche in francese per via dell’Union Valdôtaine che detiene la stragrande maggioranza elettorale. A ovest, infine, vedo precipitare il Gornergletscher, fin sull’idillico paesino di Zermatt, dove la situazione si fa ancora più complessa: tedescofona di cultura, francofona per contiguità geografica, anglofona per vocazione internazionale, Zermatt è diventata il perfetto fondale di un cartoon giapponese. Perché nel Vallese l’economia si fonda soprattutto sulla fedeltà del pubblico nipponico, e i commercianti che vendono riproduzioni del Cervino in oro, cristallo di rocca, plexiglas e cioccolato, prima ancora della partita doppia devono imparare i fondamenti della iamatologia.
Un passo nel sole freddo che sorge dalle creste del Turlo, un passo nell’ombra glaciale. Noto, incollato a un cristallo di neve, un delicato imenottero, portato a morire in questa wasted land da una corrente ascensionale: muove ancora un’antenna, ma forse è solo il vento.
Un piede qua, un piede là: sono in mezzo a un bel rebelot linguistico, una piccola babele racchiusa nello spazio di pochi chilometri quadrati. D’un tratto, il rampone che dà sul versante filonipponico ha un cedimento, quasi un’improvvisa nostalgia della valle, e slitta su una lastra di ghiaccio vivo; il mio compagno, alle spalle, tende prontamente la corda e dopo aver evocato diverse divinità del pantheon alpinistico esclama: "Guarda dove metti le zampe! A cosa stai pensando?".
"Alle lingue, pensavo alle lingue."
"Cosa?"
"Niente. Te lo spiego stasera. Nell’odiato rifugio."

Scheda libro
  Paolo Paci, intervista su Alpi. Una grammatica d'alta quota

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