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2 settembre 2010
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copertina
Le guerre dell’acqua

Traduzione: Bruno  Amato
Collana: Serie Bianca
Pagine: 128
Prezzo: Euro 13,5
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Nel 1995 Ismail Serageldin, vicepresidente della Banca mondiale, fece una previsione sulle guerre del futuro che ha avuto grande risonanza: "Se le guerre del Ventesimo secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del Ventunesimo avranno come oggetto del contendere l’acqua". Molti segnali fanno pensare che Serageldin abbia ragione. Le prime pagine di quotidiani, riviste e pubblicazioni accademiche parlano di insufficienza idrica in Israele, India, Cina, Bolivia, Canada, Messico, Ghana e Stati Uniti. Il 16 aprile 2001 il "New York Times" apriva con un articolo sulla scarsità idrica in Texas. Come Serageldin, il quotidiano annunciava: "Per il Texas, oggi, l’oro liquido è l’acqua, non il petrolio".
Se è vero che il "New York Times" e Serageldin hanno ragione sull’importanza dell’acqua nei conflitti di domani, è anche vero che le guerre dell’acqua non sono un’eventualità futura. Ne siamo già circondati, anche se non sempre sono immediatamente riconoscibili come tali. Sono al tempo stesso guerre paradigmatiche – conflitti su come percepiamo e viviamo l’esperienza dell’acqua – e guerre tradizionali, combattute con armi da fuoco e granate. Lo scontro tra diverse culture dell’acqua è un fenomeno comune a tutte le società. Recentemente, mentre ero in viaggio per Jaipur, la capitale del Rajasthan nell’India occidentale, per partecipare a una conferenza pubblica su carestia e siccità, ho assistito in prima persona allo scontro tra queste due culture. Sul treno da Delhi a Jaipur servivano acqua in bottiglia di marca Aquafina, un prodotto della Pepsi. Per le vie di Jaipur la cultura dell’acqua era un’altra. Nei periodi di maggiore siccità erano state erette delle piccole baracche, i cosiddetti jal mandirs (templi dell’acqua), dove l’acqua viene offerta in dono agli assetati in ciotole di coccio. I jal mandirs rientrano nell’antica tradizione dei piyao, i chioschi di acqua a disposizione di tutti nelle aree pubbliche. Mi trovavo di fronte a un conflitto tra due culture: quella che vede l’acqua come qualcosa di sacro, la cui equa distribuzione rappresenta un dovere per preservare la vita, e quella che la considera una merce e ritiene il suo possesso e commercio due fondamentali diritti d’impresa. La cultura della mercificazione è in guerra con le opposte culture del condividere, del dare e ricevere acqua come dono gratuito. La cultura non sostenibile, non rinnovabile e inquinante della plastica è in guerra con civiltà basate sul suolo e sul fango e con le culture del rinnovamento e della rinascita. Immaginate un miliardo di indiani che, abbandonata la pratica dell’offerta dell’acqua presso i piyao, ricorrono a quella in bottiglie di plastica per placare la sete. Quante montagne di rifiuti di plastica ne deriverebbero? Quanta acqua sarà distrutta dalla plastica buttata via?
Guerre paradigmatiche sull’acqua sono in corso in ogni società, in Oriente come in Occidente, a Nord come a Sud. In questo senso quelle dell’acqua sono guerre globali, in cui culture ed ecosistemi diversi, accomunati dall’etica universale dell’acqua come necessità ecologica, sono contrapposti a una cultura imprenditoriale fatta di privatizzazione, avidità e appropriazione di quel bene comune. Su un fronte di queste contese ecologiche, di queste guerre paradigmatiche, si trovano milioni di specie e miliardi di persone che chiedono quel minimo di acqua necessaria al sostentamento. Sul fronte opposto c’è una manciata di imprese globali, dominate da Suez Lyonnaise des Eaux, Vivendi Environment e Bechtel, e sostenute da istituzioni globali quali la Banca mondiale, la World Trade Organization (Wto), il Fondo monetario internazionale (Fmi) e i governi del G7.
Accanto a queste guerre di paradigma ci sono le guerre vere e proprie, conflitti per l’acqua che si combattono a livello regionale, o all’interno dello stesso paese o della stessa comunità. Che si tratti del Punjab o della Palestina, spesso la violenza politica nasce dalla contesa sulle scarse ma vitali risorse idriche. In alcuni conflitti il ruolo dell’acqua è esplicito, come nel caso della Siria e della Turchia, dell’Egitto e dell’Etiopia.
Ma molti conflitti politici sulle risorse sono celati o repressi. Chi controlla il potere preferisce far passare le guerre dell’acqua per conflitti etnici e religiosi. Si tratta di coperture facili perché le regioni lungo i fiumi sono abitate da società pluralistiche che presentano una grande diversificazione di etnie, lingue e usanze. È sempre possibile trasformare i conflitti sull’acqua che scoppiano in queste zone in contrasti tra regioni, religioni ed etnie. Nel Punjab, una componente importante del conflitto che negli anni ottanta ha provocato oltre quindicimila morti è stata il continuo disaccordo sulla spartizione delle acque del fiume. Ma lo scontro, basato su un diverso modo di vedere lo sviluppo anche a proposito dell’uso e della distribuzione dei fiumi del Punjab, è stato presentato come un caso di separatismo sikh. Una guerra per l’acqua è diventata una guerra di religione. Queste rappresentazioni fuorvianti delle guerre svuotano di energia politica – un’energia di cui si sente un enorme bisogno – la ricerca di soluzioni eque e sostenibili al problema della spartizione dell’acqua. Qualcosa di simile è accaduto alla contesa per la terra e l’acqua tra palestinesi e israeliani. Uno scontro sulle risorse naturali viene presentato come un conflitto di carattere principalmente religioso tra musulmani ed ebrei.
Nel corso degli ultimi due decenni ho visto conflitti sullo sviluppo o sulle risorse naturali trasformarsi in conflitti della comunità e culminare in estremismo e terrorismo. Il mio libro Violence of the Green Revolution era un tentativo di comprendere l’ecologia del terrorismo. Le lezioni che ho tratto dalle crescenti e diversificate espressioni del fondamentalismo e del terrorismo sono le seguenti:
1. I sistemi economici non democratici che centralizzano il controllo sulle decisioni e sulle risorse e sottraggono alla popolazione occupazioni produttive e mezzi di sostentamento creano una cultura dell’insicurezza. Qualsiasi scelta strategica viene tradotta in una politica di "noi" e "loro". "Noi" siamo stati trattati ingiustamente, mentre "loro" hanno acquisito privilegi.
2. La distruzione del diritto alle risorse e l’erosione del controllo democratico sui beni naturali, sull’economia e sui mezzi di produzione minano l’identità culturale. Se l’identità non si forma più grazie all’esperienza positiva dell’essere un agricoltore, un artigiano, un insegnante o un infermiere, la cultura si riduce a un guscio negativo in cui la propria identità entra in competizione con "l’altro" per accaparrarsi le scarse risorse che definiscono il potere politico ed economico.
3. I sistemi economici centralizzati erodono anche la base democratica della politica. In una democrazia, l’agenda economica coincide con l’agenda politica. Quando della prima si appropriano la Banca mondiale, il Fmi e il Wto, la democrazia risulta decimata. Le sole carte che restano nelle mani dei politici desiderosi di raccogliere voti sono quelle della razza, della religione e dell’etnia, che hanno il fondamentalismo come conseguenza naturale. E il fondamentalismo riempie efficacemente il vuoto lasciato da una democrazia in disfacimento. La globalizzazione economica sta alimentando l’insicurezza economica, erodendo la diversità e l’identità culturale e aggredendo le libertà politiche dei cittadini. E fornisce terreno fertile al seme del fondamentalismo e del terrorismo. Anziché integrare le popolazioni, la globalizzazione d’impresa sta lacerando le comunità.
La sopravvivenza della popolazione e della democrazia dipenderà dalla risposta al duplice fascismo della globalizzazione – il fascismo economico che nega alle persone il diritto alle risorse, e il fascismo fondamentalista che si nutre di espulsioni, espropriazioni, insicurezza economica e paura. L’11 settembre 2001, i tragici attacchi terroristi contro il World Trade Center e il Pentagono hanno scatenato la "guerra al terrorismo" dichiarata dal governo statunitense di George W. Bush. Nonostante le promesse della retorica, questa guerra non arginerà il terrorismo perché non è rivolta alle radici del terrorismo – insicurezza economica, subordinazione culturale, espropriazione ecologica. Questa nuova guerra, in realtà, sta creando una spirale di violenza e diffondendo il virus dell’odio. E la portata dei danni provocati alla terra dalle bombe "intelligenti" e dai bombardamenti a tappeto è ancora tutta da verificare.

L’ecologia della pace
Il 18 settembre 2001 mi sono unita ai milioni di persone che in tutto il mondo hanno osservato due minuti di silenzio in memoria delle migliaia di persone che avevano perso la vita negli attacchi dell’11 settembre al World Trade Center e al Pentagono. Ma, nella mia mente, erano presenti anche i milioni di vittime di altri atti terroristici e di altre forme di violenza. E ho rinnovato l’impegno a oppormi a qualunque manifestazione di violenza. Quella mattina ero in compagnia di tre donne, Laxmi, Raibari e Suranam, nel villaggio di Jhodia Sahi nello stato di Orissa. Il marito di Laxmi, Ghabi Jhodia, era uno dei venti uomini della tribù da poco uccisi dalla fame. Nello stesso villaggio era morto anche Subarna Jhodia. Quello stesso giorno, nel villaggio di Bilamal, abbiamo incontrato Singari, che aveva perso il marito Sadha, il figlio maggiore Surat, il figlio minore Paila e la nuora Sulami. Le politiche imposte dalla Banca mondiale hanno indebolito l’economia alimentare, lasciando questi villaggi in preda alla carestia.
Giganti minerari come la norvegese Hydro, la canadese Alcan e le indiane Indico e Balco/Sterlite si sono affiancati all’industria della carta scatenando una nuova ondata di terrore. Hanno messo gli occhi sulla bauxite che giace nelle viscere delle maestose montagne del Kashipur. La bauxite serve per produrre l’alluminio, e l’alluminio viene usato sia per le lattine di Coca-Cola, bevanda che sta rapidamente soppiantando la cultura indiana dell’acqua, sia per i caccia che stanno bombardando a tappeto l’Afghanistan mentre scrivo questo libro. Nel 1993 abbiamo bloccato il terrorismo ecologico dell’industria mineraria nella mia terra, la valle del Doon. La Corte suprema indiana ha chiuso le miniere, sentenziando che è necessario fermare qualsiasi commercio che minacci la vita umana. Ma le nostre vittorie ecologiche degli anni ottanta sono risultate vane con l’avvento della deregulation ambientale che accompagna le politiche di globalizzazione. Le industrie dell’alluminio vogliono il territorio delle tribù del Kashipur, e ne è scaturita una grossa battaglia tra i residenti e le aziende.
Questa sottrazione forzata di risorse alla popolazione è una forma di terrorismo – terrorismo d’impresa. Ero andata a offrire la mia solidarietà alle vittime di questa forma di terrorismo, che non minacciava soltanto di rapinare duecento villaggi dei loro mezzi di sostentamento, ma aveva già rubato la vita a molti residenti, uccisi dal fuoco della polizia il 16 dicembre 2000. I cinquanta milioni di indiani sfollati dalle loro case inondate dalle dighe nel corso degli ultimi quarant’anni sono anch’essi vittime del terrorismo – hanno subito il terrore della tecnologia e dello sviluppo distruttivo. Le trentamila persone morte a causa del superciclone dell’Orissa, e i milioni che moriranno via via che le inondazioni, la siccità e i cicloni aumenteranno d’intensità, subiscono tutte il terrorismo del mutamento climatico e dell’inquinamento da combustibili fossili.
Distruggere le risorse idriche e i bacini forestali e acquiferi è una forma di terrorismo. Negare ai poveri l’accesso all’acqua privatizzandone la distribuzione o inquinando pozzi e fiumi è anche questo terrorismo. Nel contesto ecologico delle guerre per l’acqua, i terroristi non sono solo quelli che si rifugiano nelle caverne dell’Afghanistan. Alcuni si nascondono nelle sale dei consigli di amministrazione delle multinazionali, dietro le norme sul libero mercato imposte dal Wto, dal North American Free Trade Agreement (Nafta) e dalla Free Trade Area of the Americas (Ftaa). Si nascondono dietro le condizioni di privatizzazione volute da Fmi e Banca mondiale. Rifiutandosi di firmare il protocollo di Kyoto, il presidente Bush compie un atto di terrorismo ecologico contro le numerose comunità che rischiano di essere spazzate via dalla Terra dal riscaldamento globale. A Seattle, il Wto è stato ribattezzato dai manifestanti "World Terrorism Organization" perché le sue regole negano a milioni di persone il diritto a una sussistenza sostenibile.
L’avidità e l’appropriazione delle preziose risorse del pianeta che appartengono ad altri sono alla radice dei conflitti, e alla radice del terrorismo. Quando il presidente americano Bush e il primo ministro inglese Tony Blair annunciano che l’obiettivo della guerra globale al terrorismo è la difesa del "way of life" americano ed europeo, dichiarano guerra al pianeta – al suo petrolio, alla sua acqua, alla sua biodiversità. Lo stile di vita del 20% della popolazione mondiale che usa l’80% delle risorse del pianeta esproprierà il restante 80% della loro equa porzione di risorse e finirà per distruggere il pianeta. Non possiamo sopravvivere come specie se l’avidità è privilegiata e protetta e se l’economia degli avidi stabilisce le regole su come vivere e morire.
L’ecologia del terrore ci mostra quale dev’essere la via per la pace. La pace sta nell’alimentare la democrazia ecologica ed economica e nel favorire la diversità. La democrazia non è semplicemente un rituale elettorale ma il potere delle persone di forgiare il proprio destino, determinare in che modo le loro risorse naturali debbano essere possedute e utilizzate, come la loro sete vada placata, come il loro cibo vada prodotto e distribuito, quali sistemi sanitari e di istruzione debbano avere.
Nel ricordare le vittime dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, rafforziamo anche la nostra solidarietà con i milioni di vittime invisibili di altre forme di terrorismo e violenza, un terrorismo e una violenza che minacciano la possibilità stessa di avere un futuro su questo pianeta. Possiamo trasformare questo momento storico così tragico e brutale nella costruzione di culture di pace. Creare la pace ci impone di risolvere le guerre per l’acqua, le guerre per il cibo, per la biodiversità, per l’atmosfera. Come disse una volta Gandhi: "La terra ha abbastanza per le necessità di tutti, ma non per l’avidità di pochi". Il ciclo dell’acqua ci connette tutti, e dall’acqua possiamo imparare il cammino della pace e la via della libertà. Possiamo imparare a trascendere le guerre dell’acqua causate dall’avidità, dallo spreco e dall’ingiustizia, che provocano scarsità nel nostro pianeta in origine ricco di acqua. Possiamo lavorare insieme per creare democrazie dell’acqua. E se costruiamo la democrazia, costruiamo la pace.

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