Prefazione
Alcuni hacker distruggono i file della gente o interi dischi fissi: sono quelli
che chiamiamo cracker o vandali. Alcuni hacker novellini (lamer) non
sprecano un minuto di tempo a studiare la tecnologia, ma si limitano a scaricare
gli strumenti utili per intrufolarsi nei sistemi informatici: sono gli script
kiddies. Quelli più esperti e capaci di programmare sviluppano software che poi
postano in Rete o nelle bbs. Infine ci sono i singoli per nulla interessati alle
macchine ma che usano i computer soltanto come strumento per rubare soldi, beni,
servizi.
Nonostante il mito di Kevin Mitnick creato dalla stampa, io non sono un hacker
malintenzionato.
Però non anticipiamo le cose.
Gli inizi
La mia strada dev’essere stata tracciata sin dalla culla. Da bambino ero
abbastanza spensierato ma mi annoiavo da morire. Mio padre se ne andò quando
avevo tre anni, e mia madre fu costretta a mettersi a lavorare come cameriera
per mantenerci. Se mi aveste incontrato in quei giorni, figlio unico di una
madre dalle giornate lunghe e impegnate, con orari inaffidabili, avreste visto
un giovane lasciato a se stesso in quasi tutte le sue ore da sveglio. Ero la mia
baby-sitter.
In compenso avevo la fortuna di abitare in un centro della San Fernando Valley,
una cosa che significava la possibilità d’esplorare l’intera Los Angeles.
Così già all’età di dodici anni avevo scoperto la maniera di viaggiare
gratuitamente in tutta l’area metropolitana. Un giorno, mentre ero in autobus,
compresi che la sicurezza del biglietto cumulativo che avevo comprato si basava
sulle sempre diverse obliterazioni degli autisti per timbrare giorno, ora e
percorso sui biglietti. In risposta alle mie domande astute, un autista molto
gentile mi spiegò dove potevo comprare quei punzonatori.
I biglietti cumulativi permettono di cambiare autobus per proseguire il viaggio
fino a destinazione, ma io riuscii a sfruttarli per andare gratis dove mi
pareva. Era una passeggiata ottenere gli scontrini in bianco. I cestini nelle
stazioni delle autocorriere erano sempre pieni di libretti usati solo in parte,
gettati dagli autisti alla fine del turno. Con un tot di biglietti in bianco e
il punzonatore potevo obliterare il mio scontrino e recarmi gratis dovunque si
spingesse la rete losangelina. In poco tempo memorizzai tutte le linee dell’intero
sistema. (È solo un esempio precoce della mia stupefacente memoria per certi
tipi d’informazione. Ancora oggi ricordo numeri di telefono, password e altri
dettagli apparentemente futili della mia infanzia.)
Un altro interesse affiorato in tenera età è stato quello per la
prestidigitazione. Una volta capito come funzionava un trucco, mi esercitavo,
esercitavo ed esercitavo fino a quando non ne diventavo maestro. In un certo
senso è stata la magia a farmi scoprire le gioie di quando ci si impossessa di
saperi segreti.
Da phreak telefonico a hacker
Il mio primo incontro con quella che avrei imparato a chiamare ingegneria
sociale avvenne durante il liceo quando conobbi un altro studente che aveva l’hobby
del phreaking telefonico, una forma di pirateria che permette di esplorare la
rete telefonica sfruttando i sistemi e i dipendenti dell’azienda erogatrice
del servizio. L’amico mi mostrò i trucchetti che era capace di combinare con
l’apparecchio, tipo come ottenere le informazioni che l’azienda telefonica
conserva su ogni cliente e usare un numero segreto di collaudo per fare
interurbane gratis. (In realtà erano gratis solo per noi. Molto più tardi ho
scoperto che non era affatto un numero segreto. Le chiamate erano addebitate a
qualche povero account su mci.)
Fu il mio ingresso nell’ingegneria sociale, in un certo senso il mio asilo
nido. Il mio amico e un altro phreaker che conobbi poco tempo dopo mi
permettevano di starli a sentire quando facevano le chiamate pretesto all’azienda
telefonica, e così ebbi modo di ascoltare le cose che dicevano per risultare
credibili, memorizzai le diverse procedure, i gerghi e la struttura delle varie
compagnie telefoniche. Comunque questo "apprendistato" non durò
molto, non era necessario. Dopo poco tempo facevo già per conto mio, imparando
in corsa, con risultati anche più lusinghieri di quelli dei miei primi maestri.
La strada che la mia vita avrebbe seguito nei quindici anni a venire era stata
tracciata.
Al liceo uno dei miei scherzi preferiti era accedere non autorizzato al
centralino telefonico per cambiare la classe d’utenza di un amico. Quando lui
tentava di telefonare da casa sentiva un messaggio che gli diceva di infilare
una monetina perché il commutatore centrale aveva ricevuto un segnale indicante
che stava chiamando da una cabina.
Mi tuffai a capofitto in tutto quello che riguardava i telefoni, non solo nei
circuiti, commutatori e computer, ma anche nell’organizzazione aziendale,
nelle procedure e nella terminologia. Dopo un po’ mi sa che ero più informato
sul sistema telefonico di qualsiasi dipendente. E nel contempo affinai le mie
capacità di ingegnere sociale a tal punto che, a diciassette anni, ero in grado
di discutere con un professionista del ramo telecomunicazioni su qualsiasi
argomento, che fosse a quattr’occhi o per telefono.
La mia tanto strombazzata carriera di hacker è iniziata in realtà quando ero
al liceo. Anche se non posso entrare nei dettagli, vi basti sapere che una delle
pulsioni che mi spinsero a compiere i primi passi fu il desiderio di essere
accettato dal gruppo degli hacker.
A quei tempi si usava la parola hacker per intendere uno che passava un sacco di
tempo a manipolare hardware e software, o per approntare programmi più
efficienti, oppure per semplificare certi passaggi inutili in modo da lavorare
più in fretta. Adesso è diventata quasi un’offesa, "criminale
malintenzionato", ma in queste pagine userò questa parola come l’ho
sempre usata, nel senso più benevolo e storico del termine*.
Dopo il liceo passai a studiare informatica al Computer Learn-ing Center di
Los Angeles. Nel giro di pochi mesi il direttore dell’istituto si accorse che
avevo trovato i punti deboli del sistema operativo ottenendo carta bianca sui
loro mini ibm. I migliori informatici del corpo insegnante non riuscivano a
capire come c’ero riuscito. In quello che forse fu uno dei primi esempi della
politica di assumere gli hacker, mi fecero un’offerta che non potevo
rifiutare: o miglioravo il sistema informatico dell’istituto come tesi di
diploma oppure sarei stato sospeso per averlo bucato. Naturalmente scelsi la
tesi e mi diplomai con lode e bacio accademico.
Diventare ingegnere sociale
Certuni si alzano dal letto alla mattina temendo già la routine della giornata
lavorativa. Io sono stato tanto fortunato da amare il mio lavoro. Immaginatevi
il piacere, la soddisfazione e il senso di sfida che provavo quando facevo l’investigatore
privato. Affinavo il mio talento nell’arte chiamata "ingegneria
sociale" (convincere la gente a fare qualcosa che di norma non farebbe per
un estraneo) ed ero persino pagato.
Non mi riuscì difficile diventare bravo. Dal lato di mio padre ero nel ramo
vendite da generazioni, perciò l’arte della persuasione dev’essere stato un
carattere ereditario. Se la combinate con la tendenza al raggiro, otterrete il
profilo del perfetto ingegnere sociale.
Potremmo dire che ci sono due specializzazioni nel settore artisti del raggiro.
La persona che frega i soldi alla gente appartiene al sottogruppo dei
truffatori. Colui che usa l’inganno, il fumo negli occhi e la persuasione
contro le imprese, di solito a scapito delle loro informazioni riservate,
appartiene all’altro sottogruppo, quello degli ingegneri sociali. Dai giorni
dei miei giochetti con i biglietti dell’autobus, quando ero troppo piccolo per
capire cosa c’era di male in quel che facevo, ho iniziato a scorgere in me un
talento speciale nello scoprire segreti che in teoria non dovevo apprendere. E
mi sono basato su questa dote innata aggiungendo l’inganno, imparando il gergo
e affinando un discreto bernoccolo per la manipolazione.
Per sviluppare la mia abilità professionale, se posso chiamarla professione,
sceglievo per esempio un’informazione che non m’interessava solo per vedere
se riuscivo a convincere qualcuno all’altro capo del filo a fornirmela, così,
tanto per tenermi in esercizio. Inoltre mi addestravo con i trucchi magici, i
pretesti. E grazie a tutto questo allenamento mi ritrovai presto a essere in
grado di ottenere tutte le informazioni a cui miravo.
Come ho detto anni dopo, nella deposizione al Congresso davanti ai senatori
Lieberman e Thompson:
Ho ottenuto accesso non autorizzato ai sistemi informatici di alcune delle più
grandi aziende del pianeta, e mi sono infiltrato con successo nei sistemi più
inaccessibili mai sviluppati. Ho utilizzato metodi tecnologici e non per
ottenere il codice sorgente di svariati sistemi operativi e strumenti delle
telecomunicazioni, per studiarne la loro vulnerabilità e il funzionamento
interno.
Tutte queste attività servivano soltanto a soddisfare la mia curiosità innata,
per vedere cosa ero in grado di fare e scoprire informazioni segrete su sistemi
operativi, cellulari e tutto quanto mi stimolasse.
Considerazioni finali
Dopo il mio arresto ho ammesso che le mie azioni erano illegali e di avere
invaso la privacy altrui. Ma le mie malefatte erano spinte dalla curiosità.
Volevo sapere tutto su come funzionavano le reti telefoniche e la sicurezza
informatica. Ero un bambino che amava esibirsi nei giochi di magia e adesso sono
diventato il più famoso hacker del mondo, temuto da multinazionali e governi.
Ora che rifletto sui miei ultimi trent’anni di vita, ammetto di aver preso
delle decisioni sbagliate, spinto dalla curiosità, dal desiderio di imparare
sempre più cose sulla tecnologia e dalla fame di interessanti sfide
intellettuali.
Adesso sono cambiato. Sfrutto il mio talento e il sapere sterminato che ho
accumulato sulle tattiche dell’ingegneria sociale per aiutare governo, aziende
e singoli a prevenire, individuare e controbattere le minacce portate alla
sicurezza dell’informazione.
Questo libro è un modo ulteriore per usare la mia esperienza aiutando gli altri
a evitare i tentativi dei malintenzionati ladri di informazioni di tutto il
mondo. Credo che troverete divertenti, illuminanti e istruttive le storie che
seguono.
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