Cosa c'è di nuovo Tutte le informazioni sugli scrittori Gli autori raccontano Approfondimenti, notizie e libri Appuntamenti con gli autori L'arte del web e i libri La sezione Feltrinelli Digital Le classifiche dei più cliccati e dei più venduti I Blog dei nostri autori Feltrinelli Podcast


Risultati: in rosso i libri; in nero gli autori
2 settembre 2010
un autore al giorno
una parola al giorno
link consigliati

Scopri i nostri widget: leggi gli estratti dai libri, ricerca all'interno del testo, socializza i tuoi preferiti su Facebook e gli altri social network.


copertina
C'era una volta la Ddr

Traduzione: Bruno  Amato
Collana: Serie Bianca
Pagine: 256
Prezzo: Euro 15
Compralo su laFeltrinelli.it
Spedizione gratis con una spesa di 19 euro

dal Capitolo 6, Il quartier generale della Stasi

Il giorno dopo, le telefonate cominciano ad arrivare prestissimo. Non mi ero immaginata come sarebbe andata la cosa – non avevo pensato come sarebbe stato ricevere a casa le chiamate di una serie di militari che avevano perso il potere, che avevano perso il paese.
Sto dormendo. Prendo la cornetta e dico il mio nome.
Ja. Rispondo al suo annuncio sulla ‘Märkische Allgemeine’.”
Ja... ” brancico alla ricerca dell’orologio. Sono le 7.35.
“Quanto pagate?”
Bitte?”
“Deve capire...” dice la voce. Mi tiro su a sedere e mi stringo nella coperta.
“Con chi parlo?”
“Questo per il momento non ha importanza.” La voce è sicura di sé. “Deve capire che è difficilissimo per qualcuno di noi trovare lavoro in questa nuova Germania. Siamo discriminati, ci siamo trovati completamente fregati da un momento all’altro, in questo... questo Kapitalismus. Ma impariamo in fretta: per cui le chiedo, quanto è disposta a pagare la mia storia?”
“Non lo so, se non so che genere di storia sia.”
“Ero un IM,” dice lui.
La cosa mi tenta. Gli “IM” erano “inoffizielle Mitarbeiter”, collaboratori non ufficiali. So che probabilmente non ne troverò molti disposti a parlare con me. Sono i più odiati nella nuova Germania perché, a differenza degli agenti della Stasi in uniforme e del personale amministrativo, che andavano a fare il loro lavoro tutti i giorni, questi informatori riferivano su parenti e amici a loro insaputa. “Moment, bitte,” dico, e mi appoggio il ricevitore in grembo. Ricordo che Miriam mi ha detto che gli informatori sostengono abitualmente che la loro attività non ha mai danneggiato nessuno. “Ma come possono sapere quale uso si faceva delle loro informazioni?” aggiungeva. “È come se fossero stati fabbricati tutti con in dotazione lo stesso manuale di scuse.”
Riprendo la cornetta e dico di no. Non me la sento di pagare per una seconda volta un informatore. E poi non ho soldi.
Il telefono continua a squillare. Prendo una serie di appuntamenti con uomini della Stasi: a Berlino, a Potsdam, davanti a una chiesa, in un parcheggio, in un pub, a casa loro.
La mia cucina dà sul cortile. Spesso vedo dei movimenti alle finestre degli altri appartamenti. Oggi a una di quelle finestre c’è un uomo in piedi, che guarda fuori con aria assente. È nudo. Sono al telefono e distolgo lo sguardo, sperando che non si sia sentito osservato. Quando mi volto per riagganciare è ancora lì – per un momento penso che forse non mi ha vista. Ma poi mi accorgo che ha spostato la tenda in modo da nascondere il pene, e regge lì in un gesto di statico pudore la sua toga di poliestere.
Ho bisogno di uscire di casa, allontanarmi dal telefono.
Fuori c’è un freddo pungente e umido. Non c’è vento; è come se fossimo tutti in un frigorifero. Nell’aria immobile la gente si lascia dietro una coda di cometa fatta di alito. Prendo la metropolitana fino al Quartier generale della Stasi a Normannenstrasse, nel sobborgo di Lichtenberg. Il dépliant che ho preso al Runden Ecke mostra una vasta superficie di palazzi di molti piani che copre lo spazio di diversi isolati. La foto è scattata dal cielo, e siccome gli edifici si incrociano tra loro ad angolo retto, il complesso sembra un gigantesco chip di computer. Era da qui che veniva gestito tutto l’oliato e desolato apparato: è il Quartier generale della Stasi. E, nel cuore di questa cittadella, c’era l’ufficio di Erich Mielke, il ministro per la Sicurezza dello stato.
Il 7 novembre 1990, pochi mesi dopo che i cittadini di Berlino avevano messo le barricate a questo complesso, gli uffici di Mielke, compresi i suoi appartamenti privati, furono aperti al pubblico come museo. Il “Commissario federale per i fascicoli del servizio di Sicurezza statale dell’ex Ddr” (l’autorità competente per il materiale in possesso della Stasi) ha preso il controllo degli schedari. La gente viene qui a leggere le sue biografie non autorizzate.
Attraverso un vetro vedo una sala in cui diversi uomini e una donna siedono ognuno al proprio tavolino. Leggono i fogli nelle cartellette rosa e beige e prendono appunti. Quali misteri si stanno risolvendo? Perché non sono stati ammessi all’università, perché non riuscivano a trovare lavoro, quale dei loro amici riferì a Quelli della presenza del SolΩenicyn proibito nella loro libreria? I nomi di terzi citati nei fascicoli sono coperti da tratti impenetrabili di inchiostro nero, così da non rivelare segreti altrui (che lo zio Frank tradiva la moglie, che il tal vicino era una spugna ecc.). Ma sei autorizzato a conoscere i veri nomi degli agenti e degli informatori della Stasi che ti spiavano. Nessuno, almeno per quei pochi momenti in cui sto qui, piange o prende a pugni il muro.
Mi faccio strada fino all’edificio principale come un topo in un labirinto. Voglio farmi un’idea dell’uomo che dirigeva questo posto, prima di incontrarmi faccia a faccia con qualcuno dei suoi subalterni.
Il nome Mielke ha finito per significare “Stasi”. Le vittime hanno il dubbio onore di ritrovare la sua firma nei loro dossier; sui piani per osservare qualcuno “con tutti i metodi disponibili”, sugli ordini di arresto e rapimento, sulle istruzioni ai giudici riguardo alla durata delle condanne, sugli ordini di “liquidazione”. L’onore è dubbio perché la valuta è inflazionata: lui firmava a tutto spiano. L’apparato di Mielke, diretto in larga misura contro i suoi connazionali, era grande una volta e mezzo l’esercito regolare della Repubblica democratica tedesca.
Dopo la caduta del Muro i media tedeschi definirono la Germania Est “il più perfezionato stato di sorveglianza di tutti i tempi”. Alla fine, la Stasi disponeva di novantasettemila dipendenti – un numero più che sufficiente per tener d’occhio un paese di diciassette milioni di abitanti. Ma aveva anche oltre centosettantamila informatori tra la popolazione. Si calcola che nel Terzo Reich hitleriano vi fosse un agente della Gestapo ogni duemila cittadini, e nell’Urss di Stalin un agente del Kgb ogni seimila persone circa. Nella Ddr c’era un agente o informatore della Stasi ogni sessantatré persone. Se si aggiungono gli informatori part-time, alcune stime portano la percentuale a un informatore ogni 6,5 cittadini. Dovunque Mielke trovava opposizione trovava nemici, e più nemici trovava più personale e informatori assumeva per reprimerli.
Qui, a Normannenstrasse, quindicimila burocrati della Stasi lavoravano quotidianamente, amministrando le attività della Stasi all’estero e sovrintendendo alla sorveglianza interna tramite i quattordici uffici regionali della Ddr.
Nelle foto Mielke è un ometto senza collo. Ha gli occhi vicini e il viso paffuto. La faccia e le labbra sono quelle di un pugile. Gli piaceva andare a caccia; un filmato lo mostra mentre esamina una fila di cervi morti come fosse a una parata militare. Amava le sue medaglie e le portava fissate al petto in file lucide e rumorose. Amava anche cantare, soprattutto marce esaltanti e, ovviamente, l’Internazionale. Si dice che gli psicopatici, persone in nessun modo turbate da una coscienza, siano dei generali e politici di inarrivabile efficacia, e forse lui lo era. Certamente era l’uomo più temuto della Ddr; temuto dai colleghi, temuto dai membri del Partito, temuto dai lavoratori e dalla popolazione in generale. “Non siamo immuni dalle canaglie, tra noi,” disse a un incontro degli alti livelli della Stasi nel 1982. “Se già sapessi chi sono, non arriverebbero a domani. Liquidare subito. È perché sono un umanista che la penso così.” E, “tutto questo cianciare sul giustiziare o no, a favore o contro la pena di morte – tutte idiozie, compagni. Giustiziare! E, se necessario, senza il giudizio del tribunale”.
Mielke era nato nel 1907, figlio di un carraio di Berlino. A quattordici anni si iscrisse all’organizzazione giovanile comunista, a diciotto al Partito. Per tutti gli anni venti e all’inizio degli anni trenta la situazione politica in Germania è stata estremamente instabile – c’erano scontri di piazza fra comunisti e nazisti, e fra comunisti e polizia. Nel 1931, la morte di un comunista in uno scontro a Berlino indusse il Partito a ordinare la vendetta l’8 agosto. In una dimostrazione in Bülowplatz, Mielke e un altro uccisero il capo della polizia locale e il suo braccio destro sparandogli alla schiena a bruciapelo.
Mielke si rifugiò a Mosca. Qui frequentò la Scuola internazionale Lenin, campo di addestramento d’élite per leader comunisti, e lavorò con la polizia segreta di Stalin, la Nkvd. Nel gennaio del 1933 in Germania salì al potere il Partito nazista. Alcuni dei comunisti responsabili delle uccisioni di Bülowplatz furono condannati a morte, altri a lunghe detenzioni. Per lui fu emesso un mandato di cattura.
Mielke rimase fuori dalla Germania. Alla fine degli anni trenta fu attivo nella Guerra civile spagnola; per proprio conto, durante la Seconda guerra mondiale fu internato in Francia. Ma successivamente Stalin gli conferì varie medaglie per i suoi servizi: sembra chiaro che, a partire dalla metà degli anni trenta, dovunque fosse, Mielke era un tirapiedi del servizio segreto di Stalin.
Finita la guerra tornò a Berlino, nel settore sovietico, al riparo da ogni incriminazione. Lavorò nella Divisione affari interni della forza di polizia gestita dai sovietici. Nel 1957, Mielke organizzò un colpo di mano contro il suo leader, e poi si insediò come ministro per la Sicurezza dello stato. Procedette a consolidare il suo potere nel partito e nel paese. Nel 1971 contribuì a organizzare il colpo di stato che portò Erich Honecker al potere come segretario generale. Honecker lo compensò con la candidatura al Politbjuro, e con una casa nel lussuoso complesso del Partito a Wandlitz. Da allora in poi i due Erich hanno guidato il paese.
Mielke era un uomo invisibile, mentre era dappertutto il ritratto di Honecker. Era nelle scuole, nelle sale della Libera gioventù tedesca, nei cinema e nelle piscine. Era nelle università, nelle stazioni di polizia, nei campeggi e nelle garitte delle guardie di frontiera. Era sempre vestito in giacca e cravatta, e portava un paio di grossi occhiali dalla montatura scura; i capelli, prima scuri e poi grigi, pettinati all’indietro lasciando scoperta un’alta fronte. Oltre a essere piccolo di statura, Honecker aveva anche un aspetto insignificante, a parte una strana bocca dalle labbra carnose che sembrava allargarsi, solo parzialmente, in un sorriso.
L’ambiente di provenienza di Honecker non era diverso da quello di Mielke. Suo padre faceva il minatore e lui entrò nella Lega giovanile spartachista a undici anni e nella Gioventù comunista a quattordici. Fece l’apprendistato come conciatetti, prima di passare nel 1930-31 alla Scuola Lenin di Mosca, lavorando poi clandestinamente per i comunisti contro il regime hitleriano. Nel 1937 fu arrestato dalla Gestapo e condannato a dieci anni di carcere per “preparativi di alto tradimento”. Evase poco prima della fine della guerra, quando cominciò a scalare con costanza le gerarchie del Partito che dirigeva la Germania Est.
La consegna della Stasi era di essere “scudo e spada” del Partito comunista, che si chiamava Partito socialista unitario di Germania (Sozialistische Einheitspartei Deutschlands), o Sed. Ma il suo incarico più ampio era proteggere il Partito dal popolo. Arrestava, imprigionava e interrogava chiunque a suo piacimento. Esaminava tutta la corrispondenza in stanze segrete sopra gli uffici postali (copiando lettere e rubando qualsiasi cosa di valore), e intercettava tutti i giorni decine di migliaia di telefonate. Piazzava microspie nelle camere d’albergo e spiava diplomatici. Gestiva in proprio università, ospedali, centri sportivi d’élite e programmi di addestramento per terroristi libici e per i tedeschi occidentali della Rote Armee Fraktion. Tempestò il paese di bunker segreti per i suoi membri nell’eventualità di una Terza guerra mondiale. A differenza dei servizi segreti dei paesi democratici, la Stasi era la colonna del potere statale. Senza di essa, e senza la minaccia dei carri sovietici, il regime del Sed non ce l’avrebbe fatta a restare in piedi. […]

Scheda libro

 Recensioni
 Vai alla collana: Universale Economica Saggi
- Francesca Predazzi
- Vanna Vannuccini
- Dundovich
- Gori
- Guercetti
 Suggerisci il libro
      a un amico
  Manda la cartolina