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Risultati: in rosso i libri; in nero gli autori
9 febbraio 2010
copertina
Babyji

Traduzione: Grazia  Gatti
Collana: I Canguri
Pagine: 336
Prezzo: Euro 15
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Capitolo 1, Sbottonando la signora X

Delhi è una città in cui le cose accadono in segreto. Una città in cui l’orizzonte è coperto da una coltre di particelle inquinanti e le giornate sono calde. Una città priva di sentimento ma ricca di passione. Vi chiederete come è possibile che esista passione senza sentimento: nello stesso modo in cui è possibile che esista sesso senza vita notturna. Delhi ribolle lenta, di nascosto. Ciò che ne emerge è un senso di urgenza.
Nella Delhi in cui sono cresciuta succedeva di tutto. Donne sposate si innamoravano di ragazzine pubescenti, ragazzi si arrampicavano sui tubi di scarico per congiungersi alla moglie del vicino e studenti lo prendevano in bocca al professore di scienze nel laboratorio. Ma nessuno ne parlava mai.
Io allora ero innocente, spinta unicamente dall’ambizione di fare qualcosa di importante per il mio paese, qualcosa che c’entrasse con la fisica. La mia conoscenza dei fatti della vita derivava esclusivamente dalla lettura, e per giunta di libri pudichi. Leggevo i classici del diciannovesimo secolo, George Eliot ed Emily Brontë. Quei libri non si addentravano mai nei particolari. Per porvi rimedio decisi di leggere il Kamasutra, cosa che dovetti fare in piedi nel garage per i motorini, trasformato in ripostiglio. Vi sgattaiolavo, munita di torcia elettrica, dopo che i miei genitori si erano addormentati. Il Kamasutra che mandai giù a forza sembrava appartenere in toto a un altro mondo, estraneo e assurdo. Dopo averlo letto, però, nella mia vita cominciarono ad accadere cose magiche. In particolare, conobbi una donna. Ci incontrammo per la prima volta a scuola. Era venuta per partecipare a una riunione tra genitori e insegnanti. Io ero prefetto capo.
“Dove sono gli insegnanti della prima?” mi chiese.
“Nell’ala Puškin, signora” risposi.
Ero impressionabile a quell’età. Stavo leggendo La cittadella di A.J. Cronin, in cui la protagonista era descritta come particolarmente avvenente. Per un attimo credetti che fosse lei quella donna avvenente.
“L’accompagno io, signora” mi offrii.
“Come ti chiami?”
“Anamika” risposi.
“Mi piace la tua cravatta” disse lei.
“Oh.” Mentre la scortavo, strattonai e sistemai la striscia di poliestere, d’un tratto penosamente consapevole di quanto dovessi apparire ridicola nell’uniforme scolastica, con i calzettoni rossi e in maniche di camicia. Come nella maggior parte delle scuole, anche nella mia vigeva un regolamento severo riguardo alla divisa: le ragazze portavano una gonna grigia a pieghe e i ragazzi al di sotto dei quattordici anni i calzoni corti; tutti avevano la cravatta a righe rosse e argento tranne i prefetti, noi ce l’avevamo argento e blu.
Odiavo il fatto che a Delhi l’età fosse fonte di discriminazione, con norme antidiluviane che imponevano di rivolgersi a chiunque fosse più anziano chiamandolo Uncleji o Auntyji e a chiunque fosse più giovane con un diminutivo. In questo modo era impossibile instaurare un legame profondo con persone più grandi. Non ebbi il coraggio di chiederle come si chiamava. Lei apparteneva a un’altra generazione, una cosa del genere semplicemente non si faceva.
Dopo che l’ebbi lasciata davanti all’ala Pu√kin mi sentii traboccare il cuore di una sorta di consapevolezza che non riuscii immediatamente a identificare. Mi ero immaginata così tante volte cosa doveva aver provato Newton quando la mela gli era caduta in testa dando alla forza di gravità il suo significato. Mi sembrava di provare la stessa emozione, mi sembrava che mi si fosse appena palesata una grande scoperta e non mi restasse altro da fare che scriverne la formula. Avrei voluto si fosse trattato di un oggetto semplice come una mela, qualcosa di tangibile da poter rimirare e tenere in mano, annusare e mordere.
Provai l’impulso di dare un nome a quella donna, un nome che fosse unico. Una parola che non fosse un nome di persona e che fosse invece proporzionale all’immensità della rivelazione che si andava dispiegando in me. “India” fu la prima parola che mi sfuggì silenziosa dalle labbra.
Rimasi nei paraggi, in modo da poterla incrociare quando fosse uscita. Finalmente ricomparve dalla stessa porta che prima l’aveva inghiottita. Feci finta di guardare altrove. Lei mi si avvicinò da dietro e mi toccò una spalla.
“Ti piace questa scuola? Sto pensando di iscriverci mio figlio” disse.
“Sì. Le attività extrascolastiche sono incoraggiate. Facciamo equitazione.”
“Sai andare a cavallo?”
“Sì, sin da quando ero in seconda.”
“Avrei sempre voluto saper cavalcare. Ma con così tante attività extrascolastiche riuscirai bene agli esami?” mi chiese.
“Probabilmente sì, perché mi piace studiare.”
“Riuscirai bene comunque. Sei chiaramente una ragazza eccezionale.” Guardò il distintivo di prefetto capo che portavo appuntato sul taschino sinistro e sorrise.
Scrollai le spalle. Ero imbarazzata, ma non volevo darlo a vedere.
“Adesso devo andare. Passa a trovarmi se vuoi fare due chiacchiere. Vieni in bicicletta.”
“Come fa a sapere che ho la bicicletta?”
“Ti ho visto passare. Abito nella B-63. Vieni a prendere un caffè freddo sabato mattina.”
“D’accordo.”
“È domani” aggiunse, stringendomi forte la mano, e se ne andò.
Non riuscivo a inquadrarla. Gli indiani, me compresa, devono subito inquadrare chiunque incontrino. Siamo una nazione di tassonomisti, dobbiamo avercelo nei geni per via del sistema delle caste. Tutto trova posto in una categoria: se si è istruiti, se si possiede un’auto straniera o meno, se si è di casta brahmin, banya o altro, se si sa parlare inglese o no, se si è carnivori o vegetariani, e nel caso dei vegetariani se si è disposti a mangiare le uova o si è vegetariani stretti, e qualora si sia vegetariani stretti, se addirittura tanto stretti da non mangiare dolci occidentali contenenti uova. Nel caso di una donna, tutto questo aiuta a predire se è tipo da lasciarsi portare sulla cattiva strada, mentre nel caso di un uomo serve a stabilire se davanti alla minima occasione si comporterà indecentemente con una donna, se è possibile che si faccia corrompere, se sarà di sostegno ai genitori anziani e così via.
Il sistema funziona. È una scienza, vecchia di migliaia d’anni, elevata a livello di arte pura. Spesso l’ho disprezzato, ma a essere sincera devo ammettere che agivo esattamente sulle stesse basi. Mi risultava naturale classificare le persone a prima vista, senza nemmeno rendermene conto. Ma l’amore capita ai margini, capita quando non si riesce a inquadrare una persona. E lo stesso vale per l’odio. India era un enigma e pertanto colma di possibilità, ricca di significati e generosa.
Quella sera fu come un qualsiasi altro venerdì sera. Andai con i miei genitori a un party. Le signore si raccolsero a sedere da una parte della sala e gli uomini dall’altra. Grazie alla mia età, io potevo mescolarmi a entrambi i gruppi. Non c’erano altri ragazzi. I miei genitori mi portavano spesso con loro nelle occasioni mondane. Nel corso degli anni mi ero abituata alla compagnia di persone molto più grandi di me.
“Conosce una brava donna di servizio? La mia se ne va per un mese” disse la signora A.
“La mia mi sta dando dei guai” intervenne la signora B.
“Certo che di questi tempi il personale di servizio...” aggiunse la signora C.
Passai sull’altro versante, dove gli uomini parlavano della partita di cricket tra India e Pakistan. Non ho niente contro lo sport, ma un gruppo di uomini che hanno messo su pancia e hanno un paio di valvole cardiache artificiali, impegnati a discutere di un incontro di cricket di cinque giorni, non costituisce la compagnia più entusiasmante. Tornai dalle donne e decisi di pensare da sola a intrattenermi. Portavano tutte il sari, che lasciava chiaramente in vista le ampie pieghe dello stomaco raccolte intorno alla vita e la schiena senza forma. Me le immaginai senza il piccolo, stretto corpetto che indossavano. Uno dei motivi per cui il sistema di classificazione risulta accurato è che i suoi criteri sono sempre estemporanei. Ogni situazione genera la propria classificazione. Per esempio, la domanda più ovvia da porsi quando si sbottona il corpetto di una donna indiana è se si depila le ascelle. Ci sono altre domande meno interessanti, come che tipo di reggiseno porta. Non è che questa seconda domanda sia intrinsecamente priva di interesse, ma all’epoca c’era un’unica ditta che fabbricava biancheria femminile di qualità, e solo in cinque modelli.
Mi bastò un’occhiata per classificare la maggior parte delle donne. Una, però, chiamiamola signora X, mi risultò difficile da inquadrare. Nella mia testa le sbottonai il corpetto varie volte, cercando di immaginare le due possibilità: ceretta oppure no. Entrambe sembravano plausibili. La osservai attentamente in cerca di altri indizi.
Una donna che non si depila le ascelle può essere solo terribilmente antiquata, o terribilmente postmoderna. Non riuscivo a capire se la signora X era una femminista radicale. Ero sicura che non fosse antiquata. Una donna che si fa la ceretta può essere molto in, oppure semplicemente di mentalità borghese. Se fossi riuscita a stabilire di che tipo era, avrei saputo che parti del corpo si depilava. O se avessi saputo che parti del corpo si depilava, sarei riuscita a stabilire di che tipo era.
Mentre ero impegnata a sbottonare il corpetto della signora X, la padrona di casa annunciò che la cena era pronta.
Approfittai del movimento generale nella stanza per attaccare bottone. Nel giro di un minuto scoprii che non leggeva libri, che si faceva fare la pedicure in un salone di bellezza e che non lavorava. Persi ogni interesse per lei. L’indagine era completa: si faceva decisamente la ceretta ed era prevedibilmente borghese.
Mi chiesi cosa faceva India, ma l’idea di sbottonarle il corpetto mi scombussolò al punto che abbandonai quell’abbozzo di pensiero a favore dei samosa che avevo nel piatto.

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