Cosa c'è di nuovo Tutte le informazioni sugli scrittori Gli autori raccontano Approfondimenti, notizie e libri Appuntamenti con gli autori L'arte del web e i libri La sezione Feltrinelli Digital Le classifiche dei più cliccati e dei più venduti I Blog dei nostri autori Feltrinelli Podcast


Risultati: in rosso i libri; in nero gli autori
2 settembre 2010
un autore al giorno
una parola al giorno
link consigliati

Scopri i nostri widget: leggi gli estratti dai libri, ricerca all'interno del testo, socializza i tuoi preferiti su Facebook e gli altri social network.


copertina
Tribù s.p.a.
Foto di gruppo con cavaliere bis

Collana: Serie Bianca
Pagine: 272
Prezzo: Euro 17
Compralo su laFeltrinelli.it
Spedizione gratis con una spesa di 19 euro

Sandro Bondi
“Scusi Presidente se parlo in sua presenza”


Avvolto da un profumo di violette, le pupille al cielo come i santi del Legnanino, le mani giunte in preghiera e la testa reclinata con pallida umiltà, Sandro Bondi raggiunse l’estasi mistica all’evocazione dello Spirito Santo. Era la fine di gennaio del 2004 e l’amato Cavaliere che officiava i dieci anni di Forza Italia davanti ai fedeli riuniti al Palacongressi dell’Eur, aveva dato infine l’attesa conferma: sì, a ispirargli la discesa in campo, esattamente come aveva scritto l’adorante don Gianni Baget Bozzo, era stata la Sacra Colomba.
Lui, a dire il vero, non avrebbe neppure avuto bisogno di quella conferma: in cuor suo lo sapeva già. Più che un (umile) coordinatore, un (umile) assistente o un (umile) collaboratore, lui si è sempre sentito un apostolo. Il servo dei servi. Chiamato dal Messia arcoriano, come la Maddalena da Gesù, a riscattare i suoi peccati: l’essere stato, sia pure dopo la caduta del Muro di Berlino, sindaco comunista di Fivizzano, sull’Appennino tosco-emiliano. L’aver detto, dopo le elezioni europee del 18 giugno 1989, che gli elettori avevano premiato la “linea politica finalmente liberata dal trasformismo, l’elemento più deteriore della vita politica italiana”. L’aver sostenuto che “il Partito comunista italiano lavora nell’interesse generale e per il bene pubblico” nel solco dei “valori perenni della Resistenza e dell’antifascismo”. Il che, nei suoi incubi, quando si rivede in una foto col fazzoletto rosso al collo e una bandiera rossa in mano, lo fa sentire correo di Stalin nel massacro dei kulaki.
Così, per espiare e meritarsi la redenzione, s’è dato al Cavaliere. Con un trasporto tale che un giorno Claudio Sabelli Fioretti, intervistandolo per “Sette”, si sentì in diritto di fargli una domanda tremenda: “A lei piace Berlusconi, ma a Berlusconi lei piace?”. Lui patì il colpo. Arrossì e sussurrò con sofferenza: “Io fisicamente non sono il tipo che a lui piace di primo acchito. Per questo all’inizio ero convinto di non piacergli. Però col tempo...”. Quando si è accorto di piacergli? “Durante le campagne elettorali. Lavorando accanto a lui giorno e notte, a un certo punto ho capito che mi apprezzava.”
Dice il Messia azzurro, ricambiando una briciola dell’amore ricevuto: “Sandro è un puro di cuore”. Così trasparente, in quella sua dedizione da perpetua che gli fa dire cose tipo “Berlusconi è enormemente buono”, da sembrare perfino indifeso. Al punto che lo stesso Sabelli, mentre gli faceva sgocciolare parole di spropositata adulazione (“Per il Dottore andrei anche in carcere”) scriveva: “Non è facile essere cattivi con Bondi. E quando ci riesci ti viene un grande senso di colpa”. Perché ti “avviluppa in un’intricata ragnatela di gentilezza” e ti “introduce nel suo regno di mitezza e di cortesia” e insomma sembra proprio, come ha scritto Eugenio Scalfari, un omino di burro soave e inoffensivo. Finché, s’intende, non apre bocca.
Ma partiamo dall’inizio. Nato a Fivizzano, nell’entroterra di Massa Carrara, nel 1959, Sandro Bondi fa le prime scuole a Losanna, dove il padre, prima a lungo boscaiolo in Francia e poi muratore in Svizzera (“Avrebbe voluto andare in Australia ma gli fu negato il visto perché era socialista”) è emigrato. Tornato al paese natio, entra giovanissimo e ancora capelluto nella Fgci, della quale diventa presto segretario della Lunigiana. Dirà: “Scelsi il Pci perché era in prima linea contro il terrorismo”. Aggiungerà: “Ancora oggi mi emoziono quando penso a mio padre socialista che lotta contro le ingiustizie e le disuguaglianze sociali”.
Il partitone di Enrico Berlinguer, insomma, è lo sbocco naturale. Così come, da perfetto cattocomunista, è la laurea (massimo dei voti) in filosofia a Pisa con tesi su un uomo sepolto nel chiostro di un ex convento di Fivizzano, “frate Leonardo Valazzana. Agostiniano, predicatore e avversario di Girolamo Savonarola”. Spiegherà anni dopo ad Aldo Cazzullo che tutto il mondo, perfino Forza Italia, è diviso “tra seguaci di Domenico, influenzati da Aristotele e dal dominio della ragione, e seguaci di Agostino, affascinati da Platone, dal millenarismo, dall’utopia, dall’escatologia, dal messianesimo. Un ceppo da cui sono nate eresie, come quella dei catari e degli anabattisti, animate dal mito della purezza e del candore; contaminato da tentazioni luterane e ugonotte; e che ha influenzato grandi personaggi”. Esempio? “Penso a Gioacchino da Fiore. E, in tempi moderni, a Berlusconi e a Dell’Utri.”
Sindaco di Fivizzano a soli trent’anni, si insedia prostrandosi ossequioso davanti al “principale” di allora: “Consentitemi di esprimere il ringraziamento più sincero a tutto il consiglio che mi ha votato la fiducia. In questo momento sento particolarmente forte l’appartenenza a un partito, il Partito comunista italiano”. Fedele come pochi, diventa funzionario dell’Unipol e sembra insomma avviato a una carriera tutta dentro la pancia della Balena rossa quando qualcosa si spezza. Buttato giù da un rovescio di alleanze, va in crisi. Col partito, col paese, con se stesso...
L’incontro con l’Uomo del destino avviene quando lo scultore Pietro Cascella, che si era stabilito lì in Lunigiana, gli chiede di accompagnarlo ad Arcore dove sta facendo il mausoleo dei Berlusconi. Un’opera grandiosa che il Cavaliere dirà essergli stata ispirata: “Un’idea di mio padre. Mi diceva: così la mattina quando esci a correre nel parco ti fermi a salutarmi”. Certo, c’è un intoppo: la legge napoleonica che da due secoli vieta di seppellire i morti fuori dai cimiteri e qua e là per le case private. Ma Sua Emittenza, si sa, guarda lontano: nel gennaio 2003, con la legge Lunardi sulle opere pubbliche, all’articolo 28, ritoccherà ad personam pure il codice del Bonaparte. Consentendo così non solo di dare una degna dimora eterna al padre Luigi ma di riempire i loculi del sepolcreto con 36 posti che circondano il sarcofago destinato (fra un paio di millenni) al faraone azzurro. Quel “cerchio dell’amicizia” dove un giorno lo stesso Silvio inviterà Montanelli: “Mi fa: caro Indro, lì andrà Marcello, lì Fedele, lì Emilio. Sarei onorato se anche tu... Gli dissi: Domine, non sum dignus”.
Anche Sandro Bondi, ma lui senza sarcasmo, non si sente dignus. E al cospetto del Signore delle Antenne resta incantato: “Il dottore mi regalò una biografia di Hitler con dedica: ‘A Sandro Bondi, cultore dell’utopia, un libro sull’utopia perversa’. Poi mi disse: ‘Lei che sembra così perbene, come fa a essere comunista?’”. Torna turbato.
E a turbamento si somma turbamento. Tanto più che, ormai, dopo il matrimonio, tiene famiglia. Racconterà anni dopo suo padre Renzo a Maurizio Chierici dell’“Unità”: “Non lo hanno promosso funzionario quando un ribaltone gli ha sfilato la poltrona da sindaco. Non si sono preoccupati di trovargli un posto dignitoso. Neanche considerata l’idea di farlo onorevole: cosa doveva fare? Si era sacrificato senza pretendere e anch’io ho dedicato alla causa ogni momento libero della vita. Certe piastrelle delle sedi ds sono mie. Volontariato ripagato così. Povero Sandro. Non so niente di politica, ma appena mi ha detto ‘vado con Forza Italia’, ho salutato il partito: adesso voto Berlusconi”.
Il primo lavoro che gli offre il capo è al centro studi forzista diretto da Paolo Del Debbio. “Tornava da Roma ogni quindici giorni,” racconterà all’“Unità” un’amica della moglie. “Non era cambiato: sussurrante ma ancora spiritoso nel suo modo curiale. Tranquillizzava chi faceva domande: ‘Solo un lavoro, la politica non c’entra. Con la politica ho chiuso: Dio me ne liberi, per carità’.” Il passo successivo è il trasloco ad Arcore, dove risponde alle lettere inviate al Cavaliere: “Anche 30 o 40 al giorno. Casi umani, richieste pietose. Avrò risposto a più di ventimila lettere”. Firmate Berlusconi? “Solo quelle più importanti, quelle dei politici, degli imprenditori.” Un mestiere, par di capire, proseguito negli anni, anche dopo l’elezione a deputato: “Le preparo io. Lui a volte aggiunge a penna delle cose sue. E poi me le corregge, sempre. Un supplizio”. Che cosa corregge? “Io sono troppo retorico. Lui è diretto e semplice. Ha la capacità di andare subito al cuore.” La nomina a coordinatore è il riconoscimento finale: “Non avrei mai creduto che il Dottore scegliesse me. Forse ha pensato che incarnassi il messaggio originario di Forza Italia”.
Da quel momento, colmo di riconoscenza per il Cavaliere, l’uomo che Marco Travaglio ha marchiato con il nomignolo indelebile di “Pallore gonfiato” per lo “smagliante colorito da mozzarella di bufala”, cerca di ricambiare l’onore esaltandosi nell’amato ruolo di servo tra i servi. Al quale aggiunge la foga del convertito verso gli ex compagni: “Ho sofferto molto quando mi accusarono di essere un traditore. E soffrì anche mio padre. Solo chi è stato comunista sa che cosa vuol dire essere indicati al disprezzo morale”.
Della sinistra alla quale apparteneva apprezza solo Fausto Bertinotti: “È il meno comunista di tutti. È un massimalista socialista utopico. Una persona coerente, perbene. Infatti ha grande simpatia umana per il presidente Berlusconi”. Gli altri? Puah! Piero Fassino “è un inquisitore, un mentitore incallito perché la menzogna è innata nella sua cultura”, Luciano Violante “l’artefice di tutte le iniziative politiche più inquietanti”, Walter Veltroni un figuro per cui prova “una pena profonda, perché nega il suo passato”, Oliviero Diliberto un uomo che “continua a rivendicare con orgoglio la storia infame e criminale del comunismo”, cosa che “in tutti i paesi civili e democratici equivale a dichiararsi nazista”. Di Nanni Moretti lo “sgomenta la miseria umana e morale di aver detto in morte di Agnelli: ‘Era meno peggio di Berlusconi’. Ma perché lo odiano così?”. Per Romano Prodi sente solo disprezzo (“Come economista è poco più che un dilettante, noto per avere fatto degli studi sulle mattonelle”) e paura: “Con lui avremmo un aumento delle tasse, la patrimoniale, l’abolizione della proprietà privata”. Insomma: un bolscevico, che “getterebbe il paese nel caos e nella ingovernabilità”.
Quanto a Massimo D’Alema, non gliene parlate. Da quando disse che “gli italiani non si erano accorti di avere votato un signore che aveva le scarpe sporche di fango”, pensa il peggio possibile: “Si comporta come un qualunque mascalzone, anzi come un ubriaco che insulta per strada i passanti. È un povero ciabattino che guarda alle scarpe, lui che ha la coscienza infangata dai crimini del comunismo”. E non toccatelo sui giudici: nell’agosto 2003, per citare un solo episodio, arrivò a chiedere un’inchiesta sull’“associazione per delinquere a fini eversivi costituita da una parte della magistratura”.
Tale è l’irruenza che talvolta sbraca. Come quando si fece rinfacciare addirittura da Giuliano Ferrara un “linguaggio omicidiario” per aver detto “Violante non la passerà liscia”. O quando, dopo un attacco del Cavaliere ai giudici “disturbati mentali”, si issò a difendere l’indifendibile: “Che bello avere finalmente un leader che se ne infischia del politicamente corretto e dice le cose che pensano tutti gli italiani!”. O ancora quando, per insultare quel “volgare calunniatore” di Francesco Rutelli, sibilò: “Il livello politico, culturale e umano delle posizioni espresse dal leader della Margherita è paragonabile a quello di un bambino delle differenziali”, cioè le classi scolastiche composte un tempo da bambini o ragazzi troppo vivaci o portatori di qualche handicap mentale. Una schifezza. Che lo fece avvampare di vergogna: “Chiedo scusa per un vocabolo sbagliato che mi è sfuggito, irrispettoso dei valori in cui credo”.
Che sotto la patina di umidiccia gelatina e di spiritata aggressività ci siano anche dei valori è forse stupefacente ma vero. Lo dimostra una delle rare iniziative parlamentari del nostro che, troppo impegnato a incensare il Capo, è assai avaro di discorsi in aula, dichiarazioni di voto e interpellanze. Una proposta di legge presentata nel marzo 2005 in plateale e nobilissimo contrasto con lo starnazzare razzista dei leghisti, di un po’ di nazional-alleati e perfino di qualche deputato forzista. Si intitola “Disposizioni in materia di tutela socioassistenziale dei cittadini extracomunitari” e dichiara, fin dalle prime righe, da che parte sta il figlio dell’emigrante cresciuto in una Svizzera xenofoba.
“I recenti fatti di cronaca pongono drammaticamente all’attenzione dell’opinione pubblica le tragiche condizioni di vita di numerosi cittadini extracomunitari in Italia,” scrive Bondi. “La tragedia è sempre dietro l’angolo per quegli individui che durante la stagione invernale, con problemi di salute, si trovano nella condizione di non avere un luogo dove dormire. La particolare rigidità del clima invernale in alcune città costringe questi poveri esseri, spesso privi di vestiario adeguato, malnutriti o con problemi di dipendenza da alcol o da sostanze psicotrope, a cercare ricoveri di fortuna spesso insufficienti dal difenderli dalle rigidità della stagione...” L’unica possibilità di sopravvivenza, a volte, scrive Bondi, è il ricovero ospedaliero. Ma qui sta il punto: se questo extracomunitario è clandestino, c’è l’obbligo di denuncia. Dunque occorre cambiare la legge, prevedendo l’estensione del segreto professionale dei medici anche agli operatori socioassistenziali: la vita e il rispetto dell’uomo vengono prima di tutto.
Una tesi ribadita nelle ancora più rare interrogazioni parlamentari. In una, “premesso che lo stato di grave sovraffollamento di gran parte delle carceri italiane, determinato anche dalla lentezza eccessiva con cui si svolgono i processi, rende particolarmente penosa la condizione dei reclusi” scrive che “la dignità dei detenuti deve essere rispettata e il grado di civiltà di un paese si misura dalla condizione del proprio sistema carcerario e dal rispetto dei diritti di coloro che scontano una giusta pena”. In un’altra ricorda, nel disinteresse generale, il caso di Hassan Kalif Hodan, una giovane immigrata somala morta dopo esser rimasta per 36 ore nel cortile del Pronto soccorso dell’Ospedale Ascalesi a Napoli e già stuprata sei anni prima per due giorni consecutivi da 27 delinquenti, e chiede indignato “se siano state avviate indagini nei confronti degli autori di un crimine così immondo, che attraverso la figura della povera Hassan, vittima innocente, offende e sconcerta ognuno di noi”.
Ed è qui il grande mistero: quanti Bondi ci sono? Possibile che un uomo così sensibile alla dignità umana sia poi così indifferente alla dignità propria da prestarsi a fare la parte dello zerbino? Mah... Certo è che il Bondi maggiordomo ha lasciato ai posteri chicche indimenticabili. Come la reazione alla domanda: “Tra Berlusconi e la famiglia a chi vuole più bene?”. Risposta: “Spero di non dovere mai scegliere”. O lo scambio di battute con Sabelli Fioretti nell’intervista già citata: “‘Faccia una follia. Mi dica un difetto.’ ‘Un difetto di Berlusconi... un difetto di Berlusconi... è dura.’ Passano i minuti. ‘Non riesco a trovarlo...’ I minuti diventano ore. ‘È imbarazzante... un difetto di Berlusconi... non so...’”.
È sua, ha scritto Giancarlo Perna, la manina amorosa che ha dato rosea armonia a Una storia italiana, il libro elettorale di Berlusconi del 2001: “Il suo tocco gentile è visibilissimo nella scelta delle foto idilliache e degli aneddoti toccanti. Il più bondiano è quello in cui Berlusconi dona alla madre per il compleanno una statua della Vergine col Bambino, opera di Pietro Canonica. Nel dargliela, il Cav. dice alla mamma: ‘Questa sei tu e quello sono io’”. E sono suoi i quadretti più agiografici di Sua Emittenza: “È un esempio luminoso d’imprenditore cattolico con venature giansenistiche”. “La sua storia imprenditoriale è cristallina.” “Dovremmo dargli una medaglia, un pubblico riconoscimento per gli stessi motivi per cui è imputato.” “È un uomo cui l’Italia deve essere grata, inseguito da una muta di pseudomagistrati.” È ancora sua la testimonianza su uno dei miracoli dell’“Unto dal Signore”: c’erano nel parco di Arcore due feroci “molossi divoratori di caprette, discendenti da avi africani addestrati alla lotta contro il leone, che un giorno... si pararono di fronte a Dell’Utri e a Berlusconi, ‘che li ammansì con un grido’”.
Profeta un po’ avventato, annunciò trionfante prima della batosta alle europee del 2004 che “Berlusconi ci guiderà per i prossimi trent’anni”. Costretto a mettere la faccia, la sera dei risultati, alla trasmissione “Porta a Porta”, contestò i dati e soprattutto le analisi. Certo, Forza Italia era scesa dai 10.923.431 voti delle politiche (alla Camera) del 2001 ai 6.837.748, con una perdita secca di 4.085.683 elettori, ma quel titolo del “Corriere” mostrato da Stefano Folli non gli piaceva proprio: “Direttore, scusi, non so se posso permettermi, ma mi pare che il vostro titolo Berlusconi arretra non colga l’essenza del voto. Io direi piuttosto che perde Prodi e si rafforza il governo...”. In ogni caso, aggiunse: “È Forza Italia che ha una piccola flessione: Forza Italia, non Silvio Berlusconi. Io, come coordinatore, ne trarrò le conseguenze”. “Ma no, caro, resta,” gli disse il Cavaliere. E lui, che del Cavaliere tiene la foto sul comodino, restò.
Un mito. Il cui nome rimarrà impresso, comunque vada, nella storia dell’Italia, alla voce “devozione”, almeno per l’episodio raccontato da Vittorio Sgarbi: “La prima volta che l’ho sentito parlare ho avuto un shock. C’era una riunione di Forza Italia, e non era previsto l’arrivo di Berlusconi. E invece arriva Berlusconi, proprio mentre lui sta parlando. Bondi si ferma, lo guarda e gli dice: ‘Mi scusi Presidente se parlo in sua presenza’”.

Scheda libro

 Recensioni
 Marco Paolini e Gian Antonio Stella presentano Tribù s.p.a.
  Elenco completo
  Gian Antonio Stella presenta Tribù s.p.a.

  Elenco completo
- Gherardo Colombo
- Paolo Rumiz
- Giorgio Bocca
- Giulio Marcon
 Suggerisci il libro
      a un amico
  Manda la cartolina