da LA SIGARETTA
1. Il Fattorino
Tommy Spasmo uscì e disse: “Ok, il Capo è pronto a riceverti, puoi entrare adesso”. Indicò la porta alle sue spalle con la mano scossa da un tremito incontrollabile. Il giovane magro, dall’aria inoffensiva che entrambi chiamavano il Fattorino depose il giornale che stava fingendo di leggere e si alzò senza farselo ripetere due volte. Sembrava un po’ spaventato. Lo era sempre quando il Capo lo mandava a chiamare così. “Non è mica scocciato per qualcosa?” chiese. “No, non è scocciato” disse Tommy senza lasciarlo continuare, “vuole solo farti un salutino.” Tommy Spasmo glielo diceva tutte le volte, diceva che il Capo voleva solo fargli un salutino. E invece il Capo aveva sempre un paio di lavoretti da commissionargli, niente di complicato, ma quasi sempre cose di cui il Fattorino non riusciva a capire il significato. Però si guardava bene dal chiederglielo. Avrebbe fatto incavolare il Capo, e se il Capo s’incavolava con lui, poteva rispedirlo in prigione. Glielo aveva detto un sacco di volte. Era in prigione che si erano conosciuti, il Fattorino e il Capo. Lui era dentro per furto, una volta che sua madre e i bambini non avevano niente da mangiare, e il Capo era dentro perché era stato ingiustamente accusato di aver ucciso qualcuno. Il Capo naturalmente era uscito molto prima di lui, appena il suo avvocato riuscì a dimostrare che si era trattato di un equivoco. Quando il Fattorino era stato rimesso in libertà, si era ritrovato a gravitare naturalmente nell’orbita del Capo. Dal canto suo, il Capo gli aveva fatto sapere che era grazie a lui se era uscito un po’ prima della scadenza della sua condanna e che non doveva dimenticarselo. E poi, per non aver eseguito gli ordini del Capo alla lettera un paio di volte, si era reso passibile di un’altra condanna, aveva infranto la legge. Anche se il Capo non gli spiegava mai in che modo. “È solo un cavillo” diceva, strizzando l’occhio a Tommy. Il Fattorino sapeva che, finché fosse stato in buona con il Capo, sarebbe filato tutto liscio. Entrò nella stanza privata del Capo e Tommy Spasmo chiuse la porta e lo seguì. Il Capo doveva aver rollato sigarette o qualcosa del genere e, quando il Fattorino entrò, stava riponendo una boccetta piccolissima nel cassetto sottostante. Di solito il Capo fumava solo i sigari cubani più costosi. Era strano che rollasse sigarette, ma anche questa rientrava fra le tante cose su cui era più saggio non fare domande. Sul tavolo davanti al Capo c’era una scatola di latta, di quelle che contengono una cinquantina di sigarette già pronte, e una manciata era sparpagliata sul tavolo. C’erano anche un paio di forbicine per le unghie, un piccolo contagocce, alcuni stecchini di legno, una boccetta di mucillagine, tabacco rovesciato e una quantità di cartine stropicciate. Infine c’era un portasigarette di smalto nuovo di zecca ma da quattro soldi, con le iniziali del Fattorino, E.D., incise in un angolo. Il Capo spazzò tutto nel cassetto eccetto il portasigarette con le iniziali, poi si girò verso il Fattorino e gli tese la mano allegro e cordiale, come faceva sempre. “Ciao, Eddie” disse. “Piacere di vederti. Siediti.” Tommy Spasmo, che era sempre con il Capo, spinse avanti una sedia per Eddie, come un carnefice. Un proiettile gli aveva fatto un qualche danno alla spina dorsale e non la smetteva mai di tremare. Eddie si sedette in pizzo più che poteva senza rischiare di cadere dalla sedia. Il Capo ruotò su un gomito e sorrise benignamente al Fattorino. Poi disse: “Eddie, ho un regalino per te” e prese dal tavolo il portasigarette piatto e glielo mise sotto il naso. “E adesso guarda come funziona.” Premette il fermo con il pollice, e invece di aprirsi come al solito, in cima al portasigarette sbucò un’unica cicca, pronta per essere estratta. “Bel trucchetto, eh?” disse il Capo con un ghigno. Poi lo aprì con l’unghia del pollice, rimise la sigaretta in fila con le altre, e lo richiuse con uno scatto.
Eddie farfugliò un ringraziamento. Lui non fumava, ma non era il caso di farglielo notare; il Capo era di buonumore, e doveva essere molto contento di lui per trattarlo così bene. Ma poi saltò fuori che il Capo sapeva benissimo che lui non fumava: come sapeva sempre tutto, del resto. “Tu non fumi, vero Eddie?” “N-no” balbettò lui, timoroso di farlo arrabbiare. “Non posso per via dei miei soffietti qui...” “Lo so, lo so” gli disse il Capo enigmatico, “è proprio per questo che te lo sto regalando.” Guardò ancora il portasigarette e poi parve cambiare argomento. “Quel tizio, quel Mr. Miller con cui ti avevo detto di fare amicizia, circa un mese fa, allora come sta andando?” “Be’, non è uno che prende molto in simpatia la gente. Sembra un tipo piuttosto...” Eddie cercò la parola giusta, “insomma, piuttosto sospettoso, sul diffidente, direi. E poi c’è un’altra cosa: ha sempre tre o quattro scagnozzi intorno che non ti lasciano avvicinare.” “Ma tu gli hai fatto capire che vorresti un favore da lui” lo pungolò il Capo, “un posto o un lavoretto o roba del genere, giusto?” “Sì, come mi hai detto tu” confermò Eddie. Il Capo si strofinò il mento pensosamente, come se fosse ansioso di aiutare Eddie a risolvere il suo problema di avvicinare Mr. Miller, mentre in realtà l’idea era stata sua fin dall’inizio. “Quello è un pezzo grosso, Eddie” gli disse con voce suadente. “Devi entrare nelle sue grazie, prenderlo per il verso giusto. Hai offerto da bere a lui e ai suoi amici, l’ultima volta, come ti avevo detto?” “Me lo hanno lasciato fare” rispose Eddie laconicamente. “Solo che ci hanno riso sopra, come se lo sapessero che non ho molti soldi. E dopo uno di loro mi ha seguito fino a casa. L’ho visto dalla mia stanza.” “È normale. Era solo per sapere chi sei” lo rassicurò il Capo. “Te lo dico io cosa devi fare. Stasera tu torni là. Voglio che continui a essere gentile con questo Miller. Offri di nuovo da bere a lui e ai suoi. E fa’ passare in giro le sigarette...” s’interruppe e batté lentamente il dito sul portasigarette, per chiarire il concetto, “però devi stare attento a una cosa: assicurati di offrirne una a Miller prima che a tutti gli altri. Se sta già fumando, aspetta che abbia finito, ma non offrirla a nessuno prima che a lui, potrebbe offendersi. Chiaro? E se rifiuta, non offrirle a nessun altro, ma aspetta finché lui ne prende una: la prima del portasigarette.” Eddie ci pensò su, fece appello a tutto il suo coraggio, e alla fine ebbe l’inconsueto ardire di fare una domanda sul presunto favore che doveva chiedere: “Ma, insomma, mettiamo che lui si sente di buonumore e mi chiede cosa voglio da lui? Che cosa gli racconto? Tu non me l’hai mica detto cosa devo chiedergli, no?”. Per un attimo, il viso del Capo si contrasse per la rabbia, una rabbia cieca. Eddie, naturalmente, non capì di esserne l’oggetto. “Non te lo chiederà, non c’è pericolo. Se sua madre stesse affogando, quello le tirerebbe un bicchiere d’acqua in faccia.” Spinse il portasigarette verso Eddie e sfilò una banconota da dieci dollari da un rotolo corposo. “Questo è per i drink. E adesso ricordati quello che ti ho detto: vedi che Miller prenda la prima sigaretta da te se vuoi continuare a stargli appiccicato per il resto della serata, e vedi che scelga per primo. E un’altra cosa: se te lo chiede, il portasigarette te lo sei comprato tu, chiaro? Lo hai pagato due dollari e cinquanta da Dinglemann. E adesso tieni a mente tutto quello che ti ho detto e vedi di non sbagliarti!” Eddie infilò il portasigarette nella giacca, piegò il pezzo da dieci in un quadratino grande come un francobollo, se lo ficcò nel taschino dell’orologio e si alzò in piedi. “Accipicchia, Capo, grazie” balbettò. “Grazie tante per il deca e per il regalo” mormorò con gratitudine. Desideroso di piacere, di dimostrare che era degno della fiducia del Capo, s’azzardò ad aggiungere: “Vuoi che ti faccio uno squillo dopo averli lasciati, così sei sicuro che ho fatto tutto quello che mi hai detto?”. Un’espressione di sinistro divertimento apparve sul viso di entrambi, di Tommy e del Capo. “Ok, fatti sentire dopo” acconsentì il Capo, mentre Tommy soggiungeva qualcosa tipo: “Se sei ancora da queste parti”. Quando la porta si chiuse alle spalle di Eddie, i due scoppiarono in una fragorosa risata. “Quello telefonerà dall’inferno” sbottò Tommy, “chissà quanto costa al minuto?” “È questo il bello” rifletté il Capo. “È inutile cercare di far fuori Miller in un altro modo... Hai visto cos’è successo le ultime due volte. Da quando il mio avvocato mi ha fatto uscire di galera, l’anno scorso, scommetto che quello non va nemmeno in bagno senza la guardia del corpo. Ma se facciamo così, non potranno accusarmi di niente, dopo. E sai perché? Perché quel branco d’imbecilli, invece di fermarsi a pensare che forse potrebbero spremere qualcosa dal babbeo che è appena uscito di qui, se solo lo lasciassero vivere abbastanza per torchiarlo, perderanno il controllo nel vedere cosa succede a Miller e gli pianteranno tanti di quei proiettili in corpo da stabilire un nuovo record. A quel punto sai come gli sarà facile far parlare un colabrodo!” Guardò soddisfatto la sedia su cui era appena stato seduto il Fattorino. “Come si fa a essere così cretini? Mi è bastato parlargli per meno di cinque minuti, in galera, per capire che un giorno o l’altro mi sarebbe tornato utile. Ha anche la faccia giusta per questo lavoretto, talmente innocua che persino Miller, nota bene, gli permette di bere un bicchiere nei suoi paraggi. È perfetto. E mi ringrazia pure... perché lo spingo al suicidio!” Fu scosso dalle risate, e anche Tommy, ma lui tremava sempre e comunque. “Dai, prendi il cappello” disse il Capo, alzandosi. “Adesso andiamo a passare un paio d’ore al Naughty Club, invitiamo un paio di bambole al nostro tavolo, poi piantiamo una grana per il servizio, spacchiamo i bicchieri, e facciamo sapere a tutti che siamo lì.” Tommy sorrise tirandosi la falda del cappello fin sulla bocca. “Non vedo l’ora che arrivino in edicola i giornali della notte” replicò. “Sai che bella sorpresa!” […]
|