Introduzione - La prima tazza
Come con arte è preparato
così con arte va bevuto.
Abd el Kader (xvi secolo)
Nairobi, Kenya – 1988
"L’Etiopia è fantastica." Gli occhi di Bill s’illuminarono. "Il miglior cibo di tutta l’Africa, amico, e le ragazze etiopi..."
"Niente ragazze" dissi. Bill, un idraulico londinese-monaco buddista, era ossessionato dall’idea di trovarmi una ragazza, ma mancava di discernimento: il suo ultimo tentativo di intermediazione si era concluso con me che cercavo di respingere una prostituta keniota, grossa il doppio di me, che continuava a gridare: "Sono proprio pronta per l’amore!".
"Niente ragazze" ripetei, rabbrividendo al ricordo. "Non pensarci nemmeno."
"Non devi mica scopartele." Disse, rivolgendomi il suo sguardo più invitante. "Ma certo vorrai farlo."
"Dubito fortemente."
"E il buna, ahhh! Il miglior buna del mondo."
"Buna? Che cos’è?"
"Caffè" disse. "Proviene dall’Etiopia."
Dunque fu deciso. A ora di pranzo ci mettemmo in viaggio per l’Etiopia. Nel Kenya settentrionale le corriere sono rare, così accettammo un passaggio sul retro di uno sgangherato furgone Tata,1 carico di gassose. Fu un viaggio deprimente: venti ore di roccia annerita dal sole ed erbacce sbiadite. La traccia più evidente della presenza umana erano le corriere abbandonate ai margini della strada, crivellate dai proiettili delle mitragliatrici automatiche. Gli attacchi dei banditi non ci preoccupavano molto (sul nostro automezzo c’erano due guardie armate); dopo circa sette ore di viaggio, però, oltrepassammo un camion dal quale avevamo in precedenza rifiutato un passaggio. Gli si era spaccato l’asse in due a causa della strada accidentata, facendo rovesciare il veicolo sul lato e uccidendo il guidatore e metà dei passeggeri. I sopravvissuti, tutti guerrieri masai alti due metri, coi lobi delle orecchie allungati e con addosso le tradizionali tuniche rosse, se ne stavano là a piangere, agitando le lance contro il cielo. Uno dei masai giaceva per terra morto, schiacciato sotto un mucchio di bottiglie di Pepsi frantumate.
Quando raggiungemmo l’Etiopia, il confine era chiuso. L’unica guardia fu cordiale, ma ferma: a nessuno straniero era consentito di entrare in Etiopia. Bill chiarì le nostre intenzioni: non volevamo entrare in Etiopia, spiegò, volevamo solo visitare il villaggio di Moyale, metà del quale si dava il caso che fosse in Etiopia. Senza dubbio, concluse Bill, ciò era permesso, no?
La guardia rifletté. Era vero, disse, agli stranieri era consentito visitare Moyale dalla mattina alla sera. Poi, scosse la testa: ma non di domenica. L’Etiopia, ci ricordò, è una nazione cristiana.
Bill provò a cambiare tattica. C’era una Pensione Turistica Etiope a Moyale? domandò. Certo, rispose il soldato. Volevamo andarci?
"Ovvvvv" rispose Bill con l’affermazione soffiata, tipica del linguaggio etiope.
"Nessun problema" rispose la guardia. "Procedete diritti e poi girate a sinistra."
Gli alberghi governativi avevano sempre prezzi eccessivi, così scegliemmo un ristorante locale, una capanna a essere onesti, col pavimento di terra battuta e il tetto di erba secca. Il cibo, però, fu ottimo: doro wat (stufato di pollo piccante con burro acido), injera (crêpe fermentate) e tej (idromele). Poi arrivò il caffè.
Gli etiopi bevevano il caffè quando gli europei facevano ancora colazione con la birra, tanto che nei secoli si è sviluppata una vera e propria cerimonia intorno alla degustazione di questa bevanda. Innanzitutto, i grani verdi vengono tostati direttamente sul tavolo; poi, l’ospite fa circolare i grani ancora fumanti in modo che i presenti possano apprezzarne appieno l’aroma. Quindi, si recita una specie di benedizione o ode all’amicizia, mentre i grani vengono macinati in un mortaio di pietra. Infine, si prepara la bevanda.
Fu proprio così che, quel giorno, la padrona del ristorante preparò il nostro caffè e, sebbene l’abbia poi vista eseguire molte volte, quella cerimonia non mi sembrò mai più incantevole quanto allora. La padrona era la tipica donna etiope di campagna: alta, elegante e straordinariamente bella. Indossava scialli arancione e viola che risplendevano nell’oscurità della capanna. Il caffè, inoltre, servito in tazze senza manico con un rametto fresco di un’erba dal gusto simile allo zenzero, era squisito.
La cerimonia completa, che può durare anche un’ora, prevede che se ne bevano tre tazze: Abole-Berke-Sostga, uno-due-tre, in segno di amicizia. Sfortunatamente, la nostra ospite aveva chicchi sufficienti a preparare solo una tazza per ciascuno di noi. Tornate domani, disse, ce ne sarà dell’altro. L’ora del coprifuoco serale si stava avvicinando, così ci affrettammo a ritornare dalla parte keniota del confine. Il giorno seguente, tuttavia, le guardie rifiutarono di lasciarci entrare in Etiopia. Discutemmo per ore al confine, ma niente, né le motivazioni razionali né i soldi li convinsero a lasciarci passare per bere quella seconda tazza di caffè che ci era stata promessa.
Nei dieci anni che seguirono l’Etiopia andò allo sfascio. Milioni di persone morirono a causa delle carestie, scoppiò una guerra civile e, infine, la nazione si spaccò in due. La mia vita prese una piega di poco migliore: vissi in quattro continenti e undici città, talora traslocando cinque volte nello stesso anno. L’unica cosa che rendeva tutto ciò sopportabile era la consapevolezza che una volta compiuti trentacinque anni avrei mollato tutto e mi sarei dato al vagabondaggio, sarei "andato a fare un giro", come amavo dire, per non tornare mai più. Consideratelo come un passivo, ma allo stesso tempo aggressivo, desiderio di morte; se fossi stato un aspirante buddista, avrei potuto definirlo un desiderio di "annullamento di sé". Bah, non importa. Invece, per caso m’innamorai (un altro genere di desiderio di morte) e andai in Australia per sposarmi, un progetto sfortunato che, per circostanze troppo complicate da spiegare, si concluse con me che lavoravo all’ospizio dei moribondi di madre Teresa di Calcutta.
Calcutta è la città più straordinaria del mondo e vi spiegherò perché: intollerabile sofferenza, arroganza, bontà, intelligenza e avidità vi prosperano fianco a fianco, faccia a faccia, ventiquattro ore al giorno, senza rimorsi. Una volta, da un autobus, vidi una donna morire di fame mentre, dall’altra parte della strada, un gruppo di bambini che indossavano candide uniformi scolastiche strillavano felici, giocando a croquet; due isolati prima avevo visto una donna che pregava intensamente il sole, immersa fino al collo in uno stagno fangoso.
Calcutta è anche una vera gioia per i bibliofili. Fu là che, esplorando tra le innumerevoli bancarelle di libri della città, scoprii un curioso manoscritto. I caratteri erano quasi illeggibili e il testo era scritto in quel pittoresco e antiquato inglese cantilenante tipico del subcontinente. Non ho idea di quale fosse il titolo, poiché la copertina era marcita da tempo, ma immagino che si trattasse di roba comune: il solito indù mezzo matto che sproloquiava su come la squilibrata dieta occidentale stava creando una razza di sociopatici iperattivi, determinati a distruggere la Madre Terra. La maggior parte del fascicoletto criticava i mangiatori di carne (gli indù sono vegetariani) e gli uccisori di mucche (bestie sacre). Ma il brano che catturò la mia attenzione inveiva contro i mali provocati da "quello scuro e maligno chicco proveniente dall’Africa". Parafrasando:
C’è di che stupirsi, chiedo al lettore, che si racconti che i selvaggi dalla pelle nera di quel continente mangino chicchi di caffè prima di immolare vittime vive ai loro dei? Basta paragonare le violente società occidentali dove si beve caffè con gli orientali bevitori di tè amanti della pace per capire quale influsso infausto e maligno abbia quella bevanda amara sull’animo umano.
I maniaci del sei-ciò-che-mangi sono comuni in India quanto in California. Ciò che mi colpì, però, fu il contrasto con un libro francese del xviii secolo che mi era capitato tra le mani ad Hanoi, in Vietnam. Il libro, Mon Journal, era stato scritto dallo storico e critico di questioni sociali Jules Michelet, il quale essenzialmente attribuiva la nascita di una civiltà occidentale illuministica alla trasformazione dell’Europa in una società di bevitori di caffè: "Per questa esplosione di pensieri creativi non c’è alcun dubbio che l’onore debba essere ascritto, almeno in parte, al grande evento che creò nuove abitudini e perfino mutò l’indole umana: l’avvento del caffè".
Com’è francese, pensai a quel tempo, attribuire la nascita della civiltà occidentale a un espresso. Eppure, la teoria di Michelet è curiosamente vicina a quelle ricerche moderne che cercano di dimostrare che certi cibi hanno influenzato la storia in modi precedentemente insospettati. Alcuni specialisti in questo campo, chiamato etnobotanica, hanno di recente ipotizzato che mangiare certi funghi può alterare la funzione cerebrale. Altri hanno riferito che i giaguari sacri dipinti dai maya sono in realtà delle rane, che i sacerdoti consumavano in massa per le loro proprietà allucinogene. Studi attuali hanno indicato che la viola sacra dei faraoni era considerata tale per il suo potere inebriante. Ovviamente, questi cibi sono droghe. Come del resto il caffè: essendone dipendente, dovrei ben saperlo. Forse Michelet era sulle tracce di qualcosa. Quando gli europei avevano cominciato a bere caffè e che cosa quest’ultimo aveva rimpiazzato? Non ne avevo idea. Certamente non immaginavo che trovare la risposta a questo quesito mi avrebbe fatto fare tre quarti del giro del mondo, circa ventimila miglia usando treno, sambuco, risciò, nave mercantile e, infine, un asino. Perfino ora, mentre scrivo questa pagina, non so che cosa pensare di ciò che ho riferito. A tratti sembrano le divagazioni di un tossico supercaffeinizzato; a tratti, invece, una ricerca del tutto attendibile. Quando mi trovavo a Calcutta, sapevo solo che il luogo più logico dove cominciare a cercare una conferma all’affermazione di Michelet era la terra dove il caffè era stato originariamente scoperto più di duemila anni prima, la nazione che da un decennio aspettavo di visitare di nuovo.
Era giunto il momento di tornare in Etiopia a bere quella seconda tazza.