Dal libro:
Nell'ambiente in cui crebbi, una famiglia tipica aveva due o tre bambini. A ripensarci, tutti gli amici della mia infanzia e della mia adolescenza erano vissuti in una famiglia così. I figli erano sempre due, al massimo tre. Era eccezionale vedere sei o sette bambini e, ancora di più, un unico figlio.
Io facevo parte dell'eccezione, ero un figlio unico. Fin da bambino avevo avvertito per questo un certo senso di inferiorità. Sentivo che la mia esistenza nel mondo era, per così dire, un fatto particolare: tutto quello che gli altri avevano e davano per scontato a me non era concesso.
Da piccolo detestavo con tutte le mie forze l'espressione "figlio unico" che rinnovava ogni volta il mio senso d'inadeguatezza. Mi veniva rivolta sempre con un dito puntato contro, quasi a voler significare: "Sei un essere incompleto".
Essere figli unici voleva dire essere viziati dai genitori, deboli e molto capricciosi: nell'ambiente in cui vivevo era questa l'opinione indiscutibile e condivisa da tutti. Era considerata una legge di natura, alla stessa stregua dell'enunciato: "la pressione atmosferica diminuisce in alta montagna" o "le mucche producono latte in abbondanza". Per questo motivo odiavo sentirmi chiedere quanti fratelli e sorelle avessi. Bastava sentissero che non ne avevo, per pensare immediatamente: "Questo bambino è, senza dubbio, viziato dai genitori, debole e molto capriccioso". Questa immancabile reazione mi indisponeva e mi offendeva. Ma ciò che fin da piccolo mi indisponeva e mi offendeva di più, era che le loro parole corrispondevano alla verità: ero realmente un ragazzino viziato, debole e molto capriccioso.
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