Dall’introduzione di Marcello Massenzio
La prima edizione di Furore Simbolo Valore risale al 1962: si tratta di
una raccolta di saggi scelti e ordinati dall’Autore sulla base di un sottile
disegno culturale che oggi siamo in grado di esplicitare e di comprendere meglio
che in passato. Ci pare che De Martino, costruendo questo volume, disomogeneo
solo a uno sguardo superficiale, abbia voluto lasciare una testimonianza
palpabile della molteplicità degli interessi che alimentavano la propria
ricerca. Si trovano allineati, in successione, un saggio consacrato alla storia
delle religioni (Mito, scienze religiose e civiltà moderna), uno studio
che fa il punto sul ruolo della scienza etnologica (Promesse e minacce dell’etnologia);
una serie di scritti riuniti sotto un titolo unico, Itinerari meridionali,
che rinvia in modo trasparente alla celebre trilogia inaugurata da Morte e
pianto rituale (1958); un insieme di brevi testi che, da angolazioni
differenti, trattano del simbolico nell’attuale congiuntura storica (Furore
Simbolo Valore). Fermiamoci un istante su questo punto: il presente volume
ci restituisce la personalità scientifica di uno dei massimi intellettuali del
Novecento in tutta la sua complessità, senza che nessuno degli elementi che la
compongono prevarichi sugli altri, offuscandoli. È un pregio tutt’altro che
secondario se si tiene conto del fatto che per una lunga stagione l’attenzione
degli studiosi si è appuntata in prevalenza sulla produzione
etnologico-meridionalistica di De Martino, lasciando "il resto" in un’ambigua
zona opaca: è un pregio, aggiungeremo, che da solo basterebbe a giustificare l’odierna
riedizione, che ha il merito di rimettere in circolazione un testo che illumina
– è bene ribadirlo – le varie articolazioni del pensiero demartiniano,
troppo ricco e libero per sopportare il peso di giudizi e di classificazioni
unilaterali. Un pensiero che, in virtù di queste stesse prerogative, inquieta e
pone problemi, sollecitando il lettore a chiedersi, innanzi tutto, se l’accennata
complessità sia il frutto di una meccanica giustapposizione di interessi
disparati e di percorsi scientifici tra loro irrelati o se essa nasconda,
invece, una coerenza interna, un piano unitario "segreto" in quanto
non immediatamente percepibile. Per dare una risposta soddisfacente al quesito,
ci sembra opportuno tentare di evidenziare i contorni del progetto culturale in
grado di raccordare tra loro le diverse sezioni dell’opera.
La delucidazione del titolo si colloca di già in questa prospettiva: i tre
sostantivi che lo compongono formano una sequenza che compendia il pensiero di
De Martino relativo alla dinamica crisi-riscatto. Dinamica suscettibile di
diversi livelli di lettura, il primo dei quali concerne il tema della presenza
umana nel mondo, ovvero dell’"esserci" di ascendenza heideggeriana,
correlato all’analisi della funzione dei dispositivi religiosi: in questa
connessione il furore evoca il rischio della disgregazione cui la presenza è
costantemente esposta; il simbolo rinvia alla dimensione del mito e del rito in
quanto strumenti preposti alla rielaborazione culturale del rischio suddetto,
che media il ripristino dell’unità della presenza umana. Quest’ultima è da
intendere come movimento che trascende la situazione oggettiva nel valore
socialmente condiviso. In riferimento a tale criterio interpretativo di base,
affiora una diversa sfaccettatura del problema, del tutto scissa dall’orizzonte
religioso. Limitandoci per il momento a un cenno indicativo, diremo che in
questo caso l’accento si sposta sulla crisi d’identità che riguarda noi in
quanto occidentali, prodotta dallo sfaldamento del legame di appartenenza alle
scelte culturali che individuano la nostra civiltà. Il riscatto comporta una
rinnovata presa di coscienza della storia dell’Occidente, mediata da una nuova
modalità del sapere, che si affida al confronto critico tra noi e le civiltà
aliene: confronto da cui scaturisce un duplice valore, che si obiettiva nel
conoscere l’altro e, al medesimo tempo, nel ri-conoscere noi stessi.
Il saggio d’apertura, Mito, scienze religiose e civiltà moderna, si
segnala innanzi tutto per due aspetti interdipendenti: l’uno riguarda l’architettura
del discorso, particolarmente elaborata, mentre l’altro ha a che fare con il
piano dei contenuti, con i quali continuiamo a misurarci con una tensione etica
e intellettuale, che il tempo non ha affievolito. Qualche esempio orientativo:
come possono essere circoscritti il carattere e la funzione della religione,
riconosciuta quale prodotto culturale dotato di un linguaggio sui generis?
Quest’ultima è da intendere come un’esigenza permanente dello spirito
umano? Basta questo accenno per comprendere quanto fossero scottanti tali
problemi all’epoca della prima pubblicazione del saggio (avvenuta su
"Nuovi Argomenti" nel 1959) e quanto lo siano tuttora, a giudicare
dalla vivacità e dall’ampiezza delle discussioni che essi suscitano. Nella
prima parte del saggio De Martino ripercorre la storia del pensiero europeo
moderno e contemporaneo da un’angolazione alquanto inusuale, sollevando il
problema della definizione dello statuto culturale della religione. Egli opera,
come atto inaugurale, una distinzione basilare tra due epoche contrapposte:
quella, dominata in larga parte dal positivismo, che non riconosceva alla
religione un’essenza specifica (riducendola variamente a "maschera di
qualcosa d’altro") e quella che, viceversa, muove dalla presa d’atto
dell’irriducibile peculiarità del fenomeno. Questa seconda tendenza, che
contrassegna la cultura occidentale del Novecento, prende avvio dalla
pubblicazione del celebre testo di Rudolf Otto, Il sacro (Das Heilige,
1917), e dà vita, progressivamente, a un variegato movimento intellettuale che,
pur nutrendosi di apporti di provenienza disparata, possiede una linea culturale
unitaria. Più precisamente, è merito di De Martino l’aver messo in luce il
nucleo accomunante, che consiste nella "rivalutazione esistenziale della
religione e del mito"; al fine di precisare di cosa si tratti, ci sembra
opportuno individuare preliminarmente l’obiettivo principale perseguito dal
movimento in questione. Esso risiede, a nostro modo di vedere, nell’arduo
sforzo di disegnare ex novo la fisionomia dell’oggetto
"religione", il cui fondamento – com’è sostenuto in una delle
tesi centrali dell’opera di Otto – è da ricercare nella dimensione del
sacro. Il fattore distintivo di quest’ultimo rinvia alla nozione di alterità
rispetto al polo umano: alterità assoluta, di carattere ontologico, connotata
da un’intrinseca ambivalenza, in quanto essa induce nell’uomo tanto il
sentimento del terror panico e dello sgomento, quanto il senso del rapimento
estatico e dell’abbandono mistico. Nel volume di Otto, denso di suggestioni,
si sostiene che dall’esperienza del sacro in quanto tremendum può
germogliare la percezione del sacro valorizzato come forza metafisica fascinans
e viceversa. A partire dalla svolta introdotta da Das Heilige, la nozione
di alterità riveste un ruolo di primo piano ai fini della definizione dell’orbita
del religioso; nella medesima prospettiva uno stimolo non meno rilevante
proviene dalla fondamentale disamina freudiana del tema della ripetizione
contenuta nella celebre monografia Al di là del principio di piacere (Jenseits
des Lustprinzips, 1920). In particolare, le penetranti osservazioni relative
alla ripetizione attiva, esemplificata dalla dinamica del gioco della
"madre-rocchetto" e contrapposta alla ripetizione coatta, hanno
sollecitato – e sollecitano ancora – gli studiosi dei fenomeni religiosi
(tra i quali figurano personalità autorevoli, come Karl Kerényi, Mircea Eliade,
Jean Cazeneuve) a interrogarsi sul senso dell’iterazione di eventi già
accaduti e del passo indietro alla ricerca del passato perduto, che tanta parte
hanno nella dimensione della religione. A un livello più generale, la maturata
consapevolezza circa la specifica qualità del linguaggio dei miti e dei riti ha
acceso l’interesse degli storici e dei fenomenologi delle religioni nei
riguardi del simbolismo, osservato da molteplici punti di vista. In questo
quadro De Martino valuta, in particolare, l’influsso esercitato da Jung nel
campo delle scienze religiose: influsso che si è rivelato indubbiamente fertile
– per quanto attiene al simbolo visto come ponte ideale tra passato, presente
e futuro – ma che, al tempo stesso, ha ingenerato equivoci per via della ben
nota teoria degli archetipi, che sottende un’origine non culturale, ma
naturalistica del patrimonio simbolico.
Il movimento intellettuale in esame non esaurisce le proprie potenzialità nel
tentativo di ridefinire i contenuti e le forme del fenomeno religioso, evitando
il più possibile i rischi dell’eurocentrismo, ma prospetta, con non minore
vigore, una peculiare linea ermeneutica. Il postulato che la identifica fa del
sacro l’aliud valde, l’"estraneo straniero" con il quale l’essere
umano aspira a entrare in rapporto per superare, sia pure nella sola durata del
contatto, la precarietà inerente alla propria condizione esistenziale. L’ambito
del sacro può essere descritto, ma si sottrae alla presa del pensiero,
considerato inadeguato a rendere ragione di una realtà che, in virtù della sua
assoluta diversità, non è misurabile utilizzando le normali categorie
interpretative. L’esigenza conoscitiva, oggettivante, tesa alla ricerca tanto
delle motivazioni consapevoli che di quelle inconsce sottese alla relazione
umano/sovrumano, cede il posto alla dimensione puramente soggettiva dell’esperienza
in atto: è in riferimento a questo insieme di fattori che De Martino conia la
formula "movimento di rivalutazione esistenziale della religione e del
mito".
A questo punto il saggio demartiniano prende una nuova direzione, quella che in
altro contesto si è convenuto di denominare "riformulazione
sovvertitrice": lo studioso italiano fa sue alcune delle tesi appena
enunciate sottoponendole, però, a una radicale rielaborazione teorica. Operando
in questo modo De Martino persegue un duplice obiettivo, opponendosi, da un
lato, alla lettura riduttiva e banalizzante della religione di matrice
positivistica e prendendo le distanze, dall’altro, dall’irrazionalismo
serpeggiante nella rivalutazione esistenziale della religione e del sacro. Si
tratta, a nostro avviso, della parte più complessa e pregnante del saggio: in
essa De Martino riprende e affina le riflessioni critiche e teoriche contenute
in un denso articolo del 1953-1954, dedicato alla disamina della fenomenologia
religiosa di Gerardus van der Leeuw, nella quale confluiscono talune
problematiche husserliane, e che sostiene il primato dell’Erlebnis nell’approccio
alla dimensione religiosa. Al polo opposto, De Martino fa valere la necessità
di "rigenerare nel pensiero" la religione, il che equivale a
ripercorrerne il processo di formazione e a individuarne la specifica funzione
culturale, tanto in astratto, quanto nel concreto delle singole istituzioni
storiche. La medesima locuzione ritorna in Mito, scienze religiose e civiltà
moderna per indicare l’itinerario speculativo che caratterizza lo studio
storico delle religioni, in opposizione ai vari indirizzi che sostengono l’impossibilità
di andare oltre il piano immediato dell’esperienza vissuta. È una
continuità, questa, che merita di essere segnalata non solo come testimonianza
di coerenza intellettuale, ma anche perché certi punti fermi che orientavano il
dibattito negli anni Cinquanta possono ancora contribuire a diradare le nebbie
che aleggiano sull’attuale discussione, stimolata dal problema del recupero
del sacro.
De Martino accoglie la nozione basilare di sacro come alterità, ma, al medesimo
tempo, la svincola dall’impostazione metafisica propria di Otto e dei suoi
epigoni, concentrando la propria attenzione sulle motivazioni concrete che sono
a fondamento di tale concezione. Di conseguenza, l’analisi demartiniana ha
come punto di partenza l’individuazione delle prerogative che appartengono
alla condizione umana, considerata in astratto: il fattore distintivo per
eccellenza risiede nella tensione tra situazione e valore o, per usare il
linguaggio dell’antropologia, nell’opposizione tra natura e cultura. Questo
contrasto ha un esito positivo, qualora si risolva nello slancio dinamico che
porta il soggetto umano a oltrepassare il livello naturale e, quindi, a
guadagnare l’orizzonte della cultura; si tratta di un dinamismo mai pago di
sé, poiché il superamento della naturalità non si compie mai una volta per
tutte, ma si configura come un compito permanente, che non può conoscere
soluzioni di continuità, in quanto incessantemente si presentano situazioni
oggettivamente date da superare nel valore.
Ma non è detto che l’esito del contrasto sia necessariamente quello appena
indicato, perché si possono determinare casi in cui lo "slancio
valorizzante" si attenua, in cui il polo della natura minaccia di prendere
il sopravvento, determinando la crisi della presenza umana nel mondo. In
circostanze siffatte fa la sua comparsa lo spettro dell’alterità radicale,
intesa come estraniazione dell’uomo a se stesso, perdita dell’energia
creatrice, alienazione che implica l’essere agiti dalle situazioni invece di
agire culturalmente su di esse. Come rispondere a una simile eventualità?
L’alternativa è perentoria: o si cede al rischio incombente dello smarrimento
di sé, o si tenta di opporre resistenza alla prospettiva del sé che diventa
altro da sé. Nel secondo caso, in determinate circostanze storiche, entra in
gioco il sacro, inteso come costruzione culturale di portata collettiva che
opera secondo modalità complesse, di cui cercheremo di illustrare,
schematicamente, la dinamica. In questa linea di pensiero il sacro è una
realtà non più a priori, bensì derivata, inerente alla dimensione dell’alterità
creata allo scopo di offrire una via d’uscita al problema dell’alienazione
umana. Secondo quali modalità operative?
L’atto iniziale comporta il trasferimento della situazione critica dal piano
reale a quello simbolico: si tratta, in sostanza, di rielaborare la vicenda
concreta, facendo ricorso al linguaggio del mito e del rito, in cui si
estrinseca il sacro. Ciò comporta la ricerca di un modello, situato nel tempo
destorificato del mito, che possa fungere da antecedente e da punto di
riferimento nel presente; un modello dotato di efficacia permanente, poiché
tutto quello che appartiene all’orizzonte del mito non partecipa del divenire,
non subisce mutamenti, ma rimane sempre identico a se stesso. C’è di più:
nel mito la crisi non resta mai irrisolta, ma contiene in sé gli elementi che
preludono al riscatto. Da tali premesse si ricava che la logica che governa
questo tipo di operazioni si fonda sulla identificazione della vicenda
contingente alla vicenda mitica, rievocata ritualmente; identificazione che
porta ad assumere il reale in quanto ripetizione del mitico. In tal modo la
trasfigurazione simbolica favorisce il superamento dello stato di impasse
e, implicitamente, avvia il processo al termine del quale l’individuo umano
recupera il proprio ruolo di soggetto attivo nel mondo.
Il lettore d’oggi può riconoscersi o meno nei criteri che orientano questa
linea esegetica, nella quale è avvertibile, in particolare, l’eco della
riflessione freudiana sulla ripetizione "giuocata" e che a noi sembra
decisamente stimolante; ma anche l’eventuale dissenso, purché argomentato,
può utilmente concorrere ad alimentare lo scambio intellettuale tra generazioni
diverse. In ogni caso, a noi sembra importante sottolineare che il significato
ultimo, tuttora valido, dell’insegnamento di De Martino risiede, prima ancora
che nel tipo di percorso esplicativo prospettato, nel fatto di sostenere con
vigore la necessità di capire, di "rigenerare nel pensiero" un
"oggetto" che solitamente si tende a escludere dalla portata del
pensiero. Dell’impegno profuso in tale direzione Mito, scienze religiose e
civiltà moderna rappresenta una testimonianza intellettualmente ricca e
appassionata, che merita di essere meditata con cura.
Nell’ottica di De Martino il simbolo mitico-rituale occupa una posizione
predominante nell’economia del fenomeno religioso, tale da lasciare nell’ombra
le restanti componenti, a cominciare da quella etico-normativa che pure possiede
un’incidenza non trascurabile. In ciò è da ravvisare il segnale di un limite
che non può essere taciuto ma che richiede, al contempo, di essere analizzato e
compreso nelle sue motivazioni. Mito, scienze religiose e civiltà moderna
non contiene un discorso organico sulla religione considerata in tutta la sua
portata; il saggio persegue un obiettivo diverso, non meno rilevante, che è
quello di dibattere le tesi sostenute dal movimento di rivalutazione
esistenziale della religione. In particolare, la tesi che polarizza l’attenzione
del nostro Autore, e che lo induce a metterla in discussione nel tentativo di
sovvertirne l’impianto teorico, è quella che fa della religione un’esigenza
permanente dell’uomo; un’esigenza innata, si potrebbe dire, che, in quanto
tale, si sottrae all’indagine di tipo culturale e storico. De Martino avverte
una similitudine di fondo tra questo atteggiamento e quello di chi è
religiosamente impegnato: essa si manifesta soprattutto nel porre limiti al
processo di comprensione del fenomeno, soprattutto per quel che riguarda il
momento delle origini. Non si tratta, com’è facile arguire, di una disputa
meramente accademica, ma del vivace contrasto tra due orientamenti che ha
notevoli ripercussioni sulle nostre coscienze, anche al presente. De Martino
estende polemicamente alla religione, vista nella sua specificità, il carattere
di prodotto interamente umano. Un prodotto estremamente complesso, del quale
può essere studiata la genesi con strumenti analitici adeguati, assumendo come
base di partenza la messa a punto della peculiare funzione culturale alla quale
esso risponde. (In precedenza si è cercato di illustrare questa linea
metodologica accennando al ruolo svolto dal dispositivo mitico-rituale in una
situazione di crisi.) Alla luce delle considerazioni che sono emerse, si
comprende perché De Martino abbia assegnato al problema della ierogenesi un’importanza
cruciale, sacrificando l’analisi di altri aspetti del fenomeno. Le
implicazioni inerenti a questa scelta di campo, tutt’altro che convenzionale,
non sono di poco conto: la religione, restituita alla sfera della creatività
umana, rientra nel raggio d’azione della ragione storica; di riflesso, può
diventare oggetto d’analisi, sia in astratto che in concreto, anche il
problema dell’eclissi della sua funzione. Su questa tematica avremo occasione
di tornare fra breve, non prima di aver messo meglio a fuoco i tratti distintivi
del fenomeno in questione.
Nella prospettiva demartiniana il fattore che permette di afferrare lo specifico
della religione rimanda alla nozione di "destorificazione". Il termine
segnala l’uscita dal piano della storia: uscita che può essere culturalmente
disciplinata e istituzionalizzata (come nei sistemi religiosi) o che, all’opposto,
si presenta svincolata da ogni forma di controllo e da ogni regola (come nelle
manifestazioni psicopatologiche). A questo fenomeno, che incarna la parte più
vitale della speculazione di De Martino in ambito storico-religioso, abbiamo
alluso trattando dell’identificazione rituale di un evento contingente a un
modello metastorico. Le modalità espressive della destorificazione
istituzionalizzata sono molteplici e complesse: si va dall’arresto del fluire
del tempo, tipico dei momenti festivi i quali tendono a riattualizzare
accadimenti mitici particolarmente pregnanti, alla prefigurazione rituale del
futuro, che ha il compito di "snaturarlo", eliminando tutto il carico
di incognite che gli sono proprie e adeguandolo a uno schema predeterminato. A
un livello più generale, il principio che sintetizza la dinamica della
destorificazione religiosa è racchiuso in una formula di questo genere: vivere
talune situazioni – quelle che escono dalla routine, nelle quali è in
gioco il destino collettivo o individuale – come se fossero la ripetizione di
realtà già vissute sul piano del mito. In conclusione, se è vero che la
religione non è riconducibile, come è stato detto, a un unico aspetto, è
altrettanto vero che i contenuti che la sostanziano, per quanto molteplici e
differenziati essi siano, appaiono contrassegnati da una sorta di sigillo
comune, che rinvia alla dimensione della destorificazione culturalmente
disciplinata. Questo vale anche per i principi normativi: va osservato, infatti,
che i codici etici di comportamento, nella misura in cui sono socialmente
riconosciuti come componenti dell’apparato religioso, di norma sono attribuiti
all’iniziativa di un’entità sovrumana operante nella sfera destorificata
del tempo e dello spazio.
Se la religione parla il linguaggio dei miti e dei riti, il quale rinvia alla
destorificazione culturale che rappresenta "l’essenziale e l’intrinseco
di ogni religione", non è detto che tale linguaggio sia necessariamente
compatibile con tutte le civiltà, con tutte le epoche storiche all’interno di
una determinata civiltà. Ci sembra essere questa la base teorica che permette a
De Martino di affrontare una delle questioni più delicate e dibattute del
nostro tempo, vale a dire l’uscita della cultura occidentale moderna o,
meglio, di una parte consistente di essa, dall’orizzonte della religione. La
lettura di Mito, scienze religiose e civiltà moderna è tuttora in grado
di elargire indicazioni stimolanti ai fini di un corretto ed equilibrato
inquadramento del problema, poiché la trattazione di un argomento così
impegnativo è condotta con rigore storico e speculativo, al quale si accompagna
un intenso impegno etico che conferisce alle pagine del saggio accenti vibranti.
Ciò comporta la messa al bando tanto delle opzioni personali quanto delle
valutazioni preconcette: in una parola, risulta escluso dal discorso quell’insieme
di fattori che in vario modo avrebbe potuto ostacolare il sereno esercizio dell’attività
critica. Non ci sembra produttivo riassumere il discorso dell’Autore, perché
si rischierebbe di banalizzarlo; può essere utile, invece, evidenziare le
principali direttive della ricerca per rendere più agevole la comprensione del
percorso teorico.
Il primo compito che si pone De Martino è quello di chiarire i termini della
questione, che non è riconducibile a una generica disamina della crisi della
religione e del sacro, ma presuppone la problematizzazione dei limiti storici
oltre i quali una specifica religione (il cristianesimo) vede posta in
discussione la propria funzione pedagogica e la propria posizione egemonica all’interno
di un contesto altrettanto specifico (la civiltà occidentale moderna e
contemporanea). Collocandosi in questa prospettiva, lo studioso non può fare a
meno d’interrogarsi, in via preliminare, sui caratteri peculiari del
cristianesimo, che sono misurabili in rapporto alle altre formazioni religiose
nonché al modello teorico di riferimento. Ciò comporta il ricorso al metodo
della comparazione individuante, che costituisce uno dei pilastri che sorreggono
la storia delle religioni italiana, plasmata da Raffaele Pettazzoni, da Angelo
Brelich e dallo stesso De Martino. Il confronto mette in luce la complessa
fisionomia del cristianesimo, derivante dalla singolare tensione interna che lo
pervade. In rapida sintesi, il cristianesimo condivide con le altre religioni la
"logica" destorificatrice, testimoniata, per esempio, dal periodico
ricorso alla ripetizione rituale della vicenda mitica fondatrice, la quale
determina l’uscita dalla storia, che è fatta oggetto di una sorta di
rimozione. Parallelamente, a differenza delle restanti religioni, il
cristianesimo stesso contiene in sé il "germe della storia", vale a
dire i presupposti che inducono a valutare positivamente il divenire storico.
Nel discutere simili argomenti De Martino anticipa la trattazione di alcuni nodi
problematici che porrà al centro dell’ultima sua opera, rimasta incompiuta e
pubblicata postuma, e, contestualmente, utilizza una serie di moduli lessicali
che passano da Mito, scienze religiose e civiltà moderna a La fine
del mondo (basti pensare al riferimento alla religione cristiana in quanto
"mediatrice del senso della storia" nella civiltà occidentale e, come
tale, artefice non trascurabile dell’identità culturale di quest’ultima).
Rimandiamo il lettore ai testi appena citati al fine di conoscere e valutare le
argomentazioni addotte da De Martino a sostegno delle proprie tesi; in questa
sede noi ci limiteremo a segnalare brevemente, a scopo orientativo, due momenti
dell’analisi che racchiudono spunti di notevole interesse. Il primo pone l’accento
sul fatto che il cristianesimo colloca l’evento della fondazione, costituito
dal sacrificio dell’Uomo-Dio, non al di fuori della storia, ma al suo centro:
in questo modo esso, "a differenza delle altre religioni dell’ecumene, fa
apparire la coscienza del tempo e della storia nel cuore stesso del suo simbolo
mitico-rituale". Il secondo momento concerne l’apocalittica cristiana:
questa, nella misura in cui rinvia sine die e lascia nell’indeterminato
la seconda venuta di Cristo, che sancisce la fine della dimensione mondana in
tutti i suoi aspetti, concede al tempo umano la possibilità di continuare a
dispiegarsi tra un principio assoluto e un termine proiettato nel futuro. È
questa la condizione che permette di portare a compimento quel progetto di
diffusione della "buona novella" tra le genti, che ha il suo momento
fondante nel tema della Pentecoste. Queste note, pur nella loro brevità,
lasciano scorgere sullo sfondo un argomento appassionante, relativo alla
contrapposizione fra il tempo lineare (che il cristianesimo tende gradualmente a
privilegiare, anche se non in maniera esclusiva) e il tempo ciclico delle grandi
religioni tradizionali, che ha calamitato l’attenzione di uno storico delle
religioni controverso, ma d’indubbio rilievo intellettuale, quale Mircea
Eliade. Il tempo ciclico è tale perché a intervalli regolari ritorna su se
stesso, per recuperare la sacralità delle origini mitiche e, quindi, ripartire
da zero, annullando tutto quello che si era accumulato nel periodo precedente.
Da un orientamento siffatto non può scaturire il senso del tempo, né,
tantomeno, la sua valorizzazione; questa possibilità si dischiude allorché si
passa – non per evoluzione spontanea, ma per effetto di una rivoluzione
culturale – a una concezione lineare del fluire del tempo. Nel cristianesimo
è possibile isolare i segnali di una valutazione positiva del divenire storico,
che prende consistenza all’ombra di un disegno divino da realizzare nel mondo
umano: in ciò De Martino individua il germe di quella coscienza storicistica
che progressivamente si rende autonoma dalla religione e che finirà col
diventare uno dei fattori distintivi fondamentali della civiltà occidentale.
La dinamica che conduce all’emancipazione del profano dalla dimensione del
sacro, in cui si obiettiva il processo di laicizzazione, si realizza nei settori
più vari dell’esistenza: essa si manifesta in forme tanto più intense,
quanto più il senso della storia si radica nella civiltà occidentale, fino a
generare quella piena consapevolezza della genesi e della destinazione
interamente umane dei prodotti culturali, che costituisce l’essenza dell’"umanesimo
integrale" (o "storicistico") contemporaneo. Ora, la medesima
consapevolezza rappresenta anche il "limite di attualità" del
cristianesimo in quanto religione, perché essa non è conciliabile con l’uscita
rituale dalla storia e, più in generale, vanifica la mediazione tra l’umano e
il sovrumano, rendendo desueta la tecnica dell’orizzonte metastorico.
Delineando un quadro di questa portata, De Martino ci invita a riflettere su un
risvolto paradossale: la crisi della religione, che per la civiltà occidentale
equivale alla crisi del cristianesimo, si configura ai nostri occhi come l’esito
finale di un processo disgregatore di amplissima durata, i cui presupposti
ultimi sono di origine interna più che esterna.
Perché raccomandare, in definitiva, al lettore d’oggi Mito, scienze
religiose e civiltà moderna? Per molteplici ragioni, non poche delle quali
sono emerse nel corso delle presenti note; ma vi è una ragione che, a nostro
avviso, sporge sulle altre e che merita una segnalazione a parte: ci riferiamo
all’ampiezza di respiro della trattazione. È questa la prerogativa che, a
più di quarant’anni di distanza, fa sì che il discorso di De Martino non
abbia perso il suo smalto intellettuale e la sua capacità d’incidere sulle
coscienze; ciò non significa che le tesi formulate siano tutte da sottoscrivere
parola per parola, quasi fossero completamente esenti da imperfezioni o da
pecche. Ciò che conta è il fatto che esse siano esenti da faziosità e che
rifuggano dai luoghi comuni, i quali hanno il potere di spegnere l’interesse
intorno ai problemi, piccoli o grandi che siano. L’elemento di maggior rilievo
teorico è rappresentato dalla scelta di puntare sulla nozione di limite storico
d’attualità, che evita all’Autore il rischio di far dipendere l’uscita
dalla religione (dal cristianesimo, nel caso considerato) dall’aprioristica
svalutazione dell’oggetto religioso in quanto tale, secondo i criteri di
giudizio tipici della scuola evoluzionistica. Criteri che hanno alimentato il
diffuso cliché del passaggio meccanico dalle tenebre dell’errore alla luce
della verità o, secondo una variante di tenore non troppo dissimile, dall’infanzia
dello spirito all’età adulta. Per un altro verso la medesima nozione permette
a De Martino – come si è già detto – di differenziare nettamente la
propria posizione da quella di coloro che fanno della religione un bisogno
insopprimibile e, dunque, non storicizzabile, dell’uomo come tale.
Dal discorso appena concluso deriva un nuovo ordine di problemi: ci si chiede se
esista o meno la possibilità di delimitare un certo numero di esigenze inerenti
all’ordine culturale, e dotate, al tempo stesso, di carattere universale. La
lettura del testo (dei testi) di De Martino ci induce a rispondere
affermativamente ponendo l’accento sull’"ethos del
trascendimento" che, pur assumendo contenuti varianti con il variare delle
civiltà, rappresenta in astratto il principio che dovunque e comunque media il
passaggio dalla natura alla cultura e che per giunta sostiene l’edificio della
cultura, una volta costruito. Il pensiero demartiniano rifugge da ogni forma di
facile ottimismo, perché drammaticamente consapevole del fatto che questa
tensione etica rischia di essere corrosa dalla "nostalgia della
natura", dall’oscura quanto tenace ansia di recupero del pre-umano, dell’informe,
del caotico, che De Martino interpreta alla luce della nozione freudiana di
istinto di morte. "Furore" è il termine che riassume l’insidiosa,
mai sopita tentazione distruttrice e regressiva, per contrastare la quale tutte
le civiltà e tutte le epoche storiche sono chiamate a mobilitarsi, a elaborare
strategie difensive e tecniche protettive, nel cui novero rientrano i
dispositivi religiosi. All’interno di tale cornice è possibile valutare il
ruolo dei simboli: questi, frapponendosi tra furore e valore, favoriscono –
secondo modalità istituzionalizzate – il deflusso del primo e spianano la
strada alla continua affermazione del secondo termine, che coincide con la
rifondazione del sistema culturale. La necessità di disporre di un patrimonio
simbolico di portata collettiva, così inquadrata, è avvertita da tutte le
civiltà e, pertanto, le si può attribuire un carattere universale. Non
altrettanto vale per i "linguaggi" particolari attraverso i quali si
esprime l’attività simbolica, che risentono dei condizionamenti storici. I
simboli mitico-rituali, valutati in relazione alla civiltà occidentale, hanno
svolto un ruolo d’indubbia efficacia in una lunga epoca storica; l’esaurirsi
della loro funzione non equivale, pertanto, al dissolvimento della dimensione
simbolica in quanto tale: Mito, scienze religiose e civiltà moderna, che
dal punto di vista del metodo sa rendere reciprocamente funzionali il livello
antropologico dell’analisi e quello storico, ci invita a riflettere in questa
direzione, prospettando un ulteriore scenario, un ulteriore terreno di ricerca.
L’ultima parte del saggio s’interroga sui caratteri costitutivi del simbolo
laico, vale a dire del simbolo che tende ad armonizzarsi con i principi dell’"umanesimo
integrale". De Martino non pretende, certo, di esaurire la questione,
complessa come poche altre e tuttora aperta, ma ci fornisce più di una
indicazione utile per impostarla in modo coerente: è quanto accade, per
esempio, allorché egli rileva che, nella temperie culturale del nostro
presente, la fase cruciale della "origine fondatrice e autenticatrice"
non può più essere demandata al tempo destorificato, ma deve appartenere al
piano della realtà storica. Così è stato, con modalità e finalità
necessariamente diverse, nel caso di eventi decisivi quali la Rivoluzione
francese e la Rivoluzione d’Ottobre, trasfigurati in momenti inaugurali di un
mondo nuovo.
L’Autore non nasconde quanto sia difficoltoso elaborare, nel presente, quadri
simbolici d’interesse sociale capaci di porre un argine solido alla tentazione
di cedere all’eversione fine a se stessa, alla "nostalgia del nulla"
che si traduce in comportamenti meramente distruttivi. Non è da attribuire al
caso il fatto che, parallelamente a Mito, scienze religiose e civiltà
moderna, De Martino abbia consegnato alle stampe un saggio breve e intenso,
destinato col tempo ad assumere un rilievo emblematico al di là, supponiamo,
delle intenzioni del suo autore: si tratta di Furore in Svezia, che
costituisce la punta di diamante del trittico conclusivo di questo libro. Vi si
parla di svariati incidenti occorsi a Stoccolma nel capodanno del 1956,
riconducibili a un’unica matrice: l’esplosione indiscriminata di violenza
demolitrice da parte di circa cinquemila adolescenti "in furore". L’Autore
sa cogliere nel fatto di cronaca, peraltro non isolato, il sintomo di un
malessere dalle molteplici implicazioni che, nel suo complesso, mette a nudo una
grave crisi che lacera il tessuto sociale delle moderne società occidentali;
crisi derivante dall’incapacità di riscattare il furore mediante dispositivi
simbolici conformi al mutato spirito dei tempi, atti a favorire il deflusso
della "cupa invidia del nulla" dilagante nel mondo moderno. De
Martino, storico delle religioni ed etnologo, sa bene che il problema costituito
dalla tentazione del regresso alla natura non è una peculiarità né della
civiltà occidentale né del nostro presente, in quanto ogni cultura ha dovuto e
deve misurarsi con esso nel tentativo di risolverlo. Non appartiene a questa o
quella configurazione culturale, ma è inerente alla stessa condizione umana
"il rischio che la carica di aggressività risommerga la civiltà nell’indistinto
e nel caos, e che l’impulso di annientamento riduca in cenere il mondo in modo
ancora più radicale e definitivo della bomba a idrogeno". Ciò che, per
converso, sembra essere una caratteristica individuante il nostro mondo, i
nostri giorni, si riferisce al calo di tensione etica, civile, politica che
sembra aver disarticolato la sequenza furore-simbolo-valore, sulla quale ci
siamo fermati a riflettere nella parte iniziale.
Valutato in questa prospettiva, il capodanno di Stoccolma del lontano 1956 –
con il suo repertorio di scelleratezze non molto distante dalla tetra
fenomenologia dell’odierno furore giovanile (e non solo giovanile) – emana
una luce livida, spettrale: la stessa che avvolge le altre manifestazioni di
apocalissi della cultura alle quali De Martino ha dedicato tutto il suo impegno
di studioso e di intellettuale engagé nell’intensissima fase finale
della sua esistenza. Appare così ulteriormente confermato il nesso tra La
fine del mondo, il cui disegno teorico e metodologico è sintetizzato in un
saggio del 1964, e Furore Simbolo Valore, il libro "costruito"
due anni prima: a ben riflettere, in entrambe le opere si respira la stessa
aria, vi prendono forma le medesime inquietudini, avvertite con singolare
anticipo sui tempi, vi si sperimentano, a onta degli scacchi subiti, ma pur
sempre nello spirito dell’umanesimo contemporaneo, inedite modalità d’uscita
dalla crisi. Nel quadro che è stato appena abbozzato il trait d’union
più rilevante è costituito dalla riflessione sul ruolo dell’etnologia nell’attuale
congiuntura storica e culturale dell’Occidente: riflessione posta al centro
del secondo saggio della presente raccolta, Promesse e minacce dell’etnologia,
scritto esplicitamente per Furore Simbolo Valore, che per un verso
completa il discorso avviato nel primo saggio e, per un altro verso, fissa una
serie importante di presupposti teorici, sui quali poggia il concetto di
"umanesimo etnografico" ampiamente trattato nell’opera postuma. […]
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