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2 settembre 2010
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Amartya Sen e l´identità difficile
di Paolo Rumiz, tratta da “la Repubblica”, 30 gennaio 2003
Professore, le identità si ammalano nel mondo. Cosa succede?
Succede che ci vengono imposte semplificazioni alla definizione di noi stessi, laddove l´individuo è complesso. Nell´individuo si assomma la partecipazione a un´infinità di gruppi. Lei, per esempio, può sentirsi uomo, italiano, giornalista, di destra o di sinistra, vegetariano o carnivoro, e così via. Siamo solo noi che possiamo decidere quali di queste identità sono più importanti. Dobbiamo impedire che lo facciano altri, spingendoci allo scontro.

Per esempio?
Guardi la storia del terrorismo. Si cerca di descrivere l´arabo come musulmano e basta. Si ignora la complessità della storia. Si dimentica che nel dodicesimo secolo Gherardo da Cremona traduceva la matematica degli arabi. E si fa il gioco dei fondamentalisti islamici, che cercano di reclutarti imponendoti la stessa identità semplificata.

Sono già nate guerre in questo modo?
In Rwanda un giorno hanno detto ad alcuni: voi siete Hutu e odiate i Tutsi. E così è esplosa un´identità regressiva e sanguinaria. Nei Balcani qualcun altro ha deciso che tu non eri più jugoslavo ma serbo o croato e dovevi odiare. In India dopo un incidente ferroviario che uccise molti hindu al ritorno da un raduno politico, altri ancora hanno sfruttato la tragedia per inventare un´identità hindu belligerante contro i musulmani. E oggi anche in vista di una guerra in Iraq c´è chi semplifica tutto come scontro di civiltà.

Non crede alla teoria di Huntington?
E´ una teoria interessante ma limitante. Non esistono solo l´Occidente, l´Islam, l´Oriente. Esistono situazione complesse e io come matematico non credo alle spiegazioni semplici. Ovest tollerante e Islam intollerante? In India regnarono due imperatori Moghul: Akhbar e Avrangzeb. Il secondo tassò pesantemente i non musulmani e obbligò molti hindu alla conversione. Il primo lasciò tutti liberi di scegliere e, anzi, facilitò la riconversione di coloro che avevano subìto islamizzazioni forzate. Conclusione? Primo: nessuno di questi due re può dirsi più musulmano dell´altro. Secondo: negli stessi anni in cui regnò il tollerante Akhbar, la cattolica Roma metteva al rogo Giordano Bruno.

Pensa che la questione irachena si spieghi col fattore petrolio?
E´ un fattore importante ma non basta. C´è il panico americano dopo l´11 settembre, fattore identitario anch´esso. C´è il fatto che l´America è rimasta la sola superpotenza del globo e tende a trascurare il parere degli altri. Ci sono il fattore immigrazione, il terrorismo, la situazione in Israele. Ripeto, non credo in spiegazioni a una dimensione.

Che ne pensa di Lula, il nuovo presidente brasiliano? Si sente affine alle sue idee?
Conoscevo il presidente di prima, Cardoso, un grande scienziato che ho ammirato molto. Ma devo dire che Lula mi ha molto impressionato. Mi ha colpito la sua storia, la sua posizione forte verso l´uguaglianza, la sua assenza di frivolezza, le sue idee costruttive, la sua capacità di tranquillizzare il mondo economico, e soprattutto la transizione politica epocale che ha saputo costruire senza panico. Le sue idee non sono utili solo all´America Latina ma a tanti Paesi, incluso il mio, l´India.

Se ne occuperà?
Ho grandi aspettative in quell´uomo. Anche la Banca Mondiale lo sta studiando con estremo interesse. Giorni fa ero a cena col suo presidente, James Wolfensohn, e lui ha espresso il desiderio che andassimo insieme a cercar di capire le cose. Qualcosa sta cambiando nell´ordine dell´economia mondiale. Alla Banca Mondiale c´è molta più preoccupazione che in passato sul tema della povertà.

Ma i padroni del vapore sono sempre gli stessi...
Io dico che oggi si sente molto di più l´esigenza di cambiare l´architettura economica e finanziaria del Pianeta. Gli accordi di Bretton Woods sono superati. Si cerca un´equità globale. Si chiede un´istituzione sovranazionale in grado di garantirla. Il periodico scientifico britannico Lancet ha avanzato l´idea di una Global Development Organization. E poi nel Wto, l´Organizzazione del Commercio Mondiale, si è trovato un assetto molto più democratico. Non comanda chi è più ricco. Nel Wto ogni nazione esprime un voto. E da un anno si vedono i cambiamenti.

Lei è un ottimista.
Ho fiducia nella società aperta. E´ una cosa che ho respirato fin da bambino. L´influenza del poeta Tagore, Nobel pure lui, è stata importantissima. Sono nato nella stessa città, anzi nella stessa scuola dove lui insegnava. Mio nonno insegnava il sanscrito lì. Da Tagore ho imparato che l´opposizione alla politica britannica non doveva implicare il rifiuto della cultura britannica, Newton, Shakespeare, Milton. Poi ho avuto una formazione che guardava a tutte civiltà, non si fossilizzava nella contrapposizione con l´Occidente. Infine ho imparato che i valori indiani dovevano comunque essere vagliati criticamente. Tagore diceva: il ruscello della ragione non deve mai essiccarsi nella sabbia del deserto....

Ma non pensa che la società aperta possa impaurire la gente, se le diversità culturali vengono divorate dal tritacarne della globalizzazione?
Può succede che i deboli si spaventino, temano uno schiacciamento culturale, una macdonaldizzazione. E può succedere che i ricchi si spaventino pure, vedendo arrivare tanti immigrati. Ma chiudersi non è una soluzione. Io sono sempre e comunque per la finestre aperte. Il mondo si è sempre arricchito sugli scambi. Guardi l´India! La sua cucina è piena di chili. Ma il chili lo portarono i portoghesi nei secoli scorsi. E oggi la cucina indiana è entrata nel menu degli inglesi.
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  La scheda autore di Amartya Sen
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