Perché la traduzione italiana è uscita con un titolo tanto diverso da
quello originale, che è Le dictateur et le hamac, Il dittatore e
l'amaca?
Perché Ecco la storia mi piaceva molto, solo che in francese non rendeva
altrettanto bene. Questo libro contiene due romanzi: da una parte c'è la storia
di un dittatore, dall'altra c'è la realtà che si mescola alla finzione; e
l'autore cerca di portare i lettori nell'amaca in cui crea la storia.
Una storia da cui è sparita la tribù Malaussène di Belleville: può dirci
in breve che cosa racconta?
C'è un dittatore in America Latina che somiglia a Rodolfo Valentino, ed è
agorafobico perché una strega gli ha predetto che sarà linciato da una folla
di contadini. Così decide di venire in Europa a spendere soldi nelle grandi
città, dove difficilmente si trovano contadini; e si fa dunque rimpiazzare da
un sosia, che è uguale a lui salvo qualche piccolo particolare. Il sosia
interpretando la parte del dittatore scopre di essere un ottimo attore, perciò
decide di dedicarsi alla recitazione e di andare a Hollywood. Per poterlo fare,
cerca un suo sosia, identico, se non per qualche piccolo particolare. Questo
secondo sosia scopre che la vita politica è molto meno interessante di quella
delle multinazionali che reggono l'economia di un Paese, così decide di andare
a Wall Street e di prendere il potere in una multinazionale. Ovviamente, per
farlo si fa sostituire da un sosia, identico a lui salvo qualche particolare.
Ormai questo terzo sosia del dittatore somiglia ben poco a Rodolfo Valentino, le
piccole differenze si sono accumulate e la difformità è palese, tuttavia il
popolo e la famiglia del dittatore non ne tengono conto, convinti che la
trasformazione sia da imputare all'usura causata dal potere.
Perché ha scelto l'America Latina?
Ho vissuto in Brasile alla fine della dittatura di Figuereido. Era un
periodo in cui c'erano Pinochet, Videla e appunto Figuereido, un uomo molto
allegro, un umanista, capace di dire - l'ho sentito con le mie orecchie - a 150
milioni di brasiliani: "Ho sempre preferito l'odore dei cavalli a quello
del popolo". Tutto ciò che ho visto allora si ritrova nella mia storia, ma
la finzione non può mai essere all'altezza della realtà. Più cerco di
scrivere cose folli, più scopro che la realtà è ancora più folle. Quando
scrivo, saccheggio la realtà.
Malaussène, il personaggio più famoso tra quelli che lei ha creato, faceva
di professione il capro espiatorio. C'è qualcosa in comune tra il capro
espiatorio e il sosia?
Sì. Mettiamo l'uno e l'altro tra noi e il reale, quando il reale ci
minaccia. Il capro espiatorio nasce quando siamo minacciati dal nostro
sentimento di colpevolezza, e più proviamo questo sentimento più ci viene
voglia di dare la colpa agli altri. Così in politica, se mi sento minacciato,
metto dei paraventi, dei sosia o dei ministri, per esempio, tra il governo e i
cittadini.
Il capro espiatorio nell'Europa odierna è l'immigrato?
Questo è un problema molto vasto e contraddittorio. L'Europa soffre per il
calo delle nascite ed è obbligata a importare stranieri. Ma questo genera la
vergogna di non saper soddisfare da soli ai nostri bisogni, vergogna che
facciamo pagare a coloro che vengono qui per colmare il deficit del nostro tasso
demografico. Credo che sia qui l'origine del razzismo.
Saddam Hussein usava dei sosia: c'è qualche rapporto tra il suo romanzo e le
vicende irachene?
Io lavoravo a questo libro da quattro anni ed ecco che la realtà mi ruba il
soggetto! Ci sono altri dittatori che hanno avuto dei sosia, in particolare
avevo presente la vicenda di un sosia di Stalin, un ebreo ucraino che dovette
anche sottoporsi a interventi di chirurgia plastica per sostituire Stalin quando
parlava nella Piazza Rossa, riceveva delegazioni straniere e così via. Poi nel
1951, durante un pogrom, Stalin lo fece uccidere in quanto ebreo.
Che cosa l'ha affascinata della figura del sosia?
Il fatto che, dopo un primo momento di euforia, il sosia comincia a
domandarsi: "Ma io chi sono? Non sono lui, malgrado le apparenze e gli
sguardi della gente". È la domanda che ci facciamo tutti, ma è ancora
più forte.
I suoi personaggi sono i suoi sosia?
No, il mio sosia è quello che scherza con i giornalisti... L'altro Pennac
è triste, chiuso in una stanza a scrivere, mentre si dice "io non valgo
nulla, non ce la farò mai, quest'aggettivo non va...
E l'amaca cosa c'entra?
E' la verità che si riposa. Ho scoperto l'amaca in Brasile: gli indiani
l'hanno inventata per proteggersi dagli insetti e dai serpenti. Quando mi stendo
in un'amaca, sono protetto dal reale e la mia immaginazione si sbizzarrisce.
Lei insegna in un liceo, e in un precedente libro, Come un romanzo, si
è occupato del modo in cui si insegna a leggere. Il verbo leggere non sopporta
l'imperativo: lei come si comporta con i suoi allievi?
In quel libro raccontavo la mia esperienza con ragazzi che avevano gravi
difficoltà a scuola. Avevo il dovere di salvare dei ragazzi che dicevano di
odiare i libri. Non bisogna credere al ragazzo che dice "odio i libri"
o "odio la matematica", bisogna invece domandarsi cosa voglia
comunicarci con queste frasi. Perché il vero significato di quelle parole è:
"Ho paura della domanda che verrà fuori dopo che mi hai spinto a leggere.
Non saprò rispondere a quella domanda e penserò di essere un imbecille, o tu
crederai che io sono un imbecille". Il problema dei miei allievi era che
credevano a chi diceva loro che erano imbecilli; perciò cercavo di stabilire
con loro un rapporto diverso: dal momento che non volevano leggere, leggevo io
per loro, soprattutto Calvino, o raccontavo loro la vicenda del Dottor Zivago
o di Guerra e pace. Avevo sei ore a settimana d'insegnamento e un'ora la
dedicavo solo alla lettura: in quell'ora non facevo mai domande, non chiedevo
niente in cambio. Quando si regala un libro a una persona, non è carino poi
domandarle: "L'hai letto?", così come quando si regala un fiore a una
ragazza non le si domanda: "Ti piace il mio fiore?" Bisogna aspettare
che la ragazza dica "che bel fiore!", e che l'allievo esclami
"quanto mi piace Calvino!, che altri libri ha scritto?" Bisogna avere
una grande pazienza, mentre molti professori si comportano con la cultura come
si fa in Borsa: mirando a profitti e ricavi. Ma l'insegnamento non può avere la
logica della produttività.
Che rapporto c'è tra la sua attività di insegnante e quella di scrittore?
Nessuna. Non si parla dei miei libri in classe. La classe è qualcosa di
vivo, mentre scrivere romanzi è qualcosa di autistico. In classe io mi ricarico
di vita, e poi niente più di un mucchio di compiti da correggere fa venire
voglia di scrivere.
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