La prima tesi del libro - decisamente forte - è la seguente: le grandi
ONG aumentano, per numero e ampiezza, in presenza di guerre…
La demografia delle ONG, a poco più di cento anni dalla nascita, mette in
evidenza due fenomeni. Il primo è un relativo declino del loro numero con l’approssimarsi
di conflitti, in fasi di tensioni internazionali in cui gli Stati hanno la
tendenza a diffidare della società civile e del multilateralismo. Il secondo è
una ripresa in genere molto forte al termine dei conflitti, cioè quando l’ordine
internazionale si ricompone e si riorganizza. La nascita e la scomparsa delle
ONG appare dunque direttamente subordinata alla forma generale delle relazioni
internazionali. È il motivo per cui oggi, contrariamente alle apparenze, stiamo
senza dubbio per entrare in una fase di contrazione su scala globale, anche se
questo fenomeno è meno visibile in alcuni paesi europei.
Le 4x4 delle organizzazioni umanitarie arrivano subito dopo le jeep dell’esercito
nei paesi teatro di conflitti. Si può dire, parafrasando Von Clausewitz, che l’attività
delle ONG rappresenta "la politica degli stati perseguita con altri
mezzi?"
"Subito dopo", se non addirittura contemporaneamente! L’idea delle
forze civili umanitarie organizzate dagli stessi militari da qualche anno tende
a farsi strada negli stati maggiori. Cosa che porterebbe a dimostrare che
effettivamente le ONG possono essere, dal punto di vista degli stati, una
staffetta preziosa per "continuare la politica con altri mezzi", come
affermava Clausewitz. Tuttavia, le relazioni tra le grandi ONG e gli stati sono
molto complesse. Non è raro assistere a strumentalizzazioni, tanto che molte
organizzazioni umanitarie cominciano a sviluppare una certa diffidenza. L’ONG
umanitaria, quella chiamata per tradizione dei "french doctors", si
basa in primo luogo sul mantenimento dell’indipendenza. Anche le grandi ONG
anglosassoni, che spesso seguono un’altra filosofia, molto più pragmatica,
recentemente sono state viste cambiare posizione. Si può pagare caro essere
confusi con gli eserciti stranieri. Alcune lo hanno appena constatato in Iraq.
Per di più, al di fuori degli scenari di crisi armata, le ONG tessono
incessantemente nuove relazioni di prudente cooperazione con i poteri pubblici.
È anche questo aspetto delle cose – un aspetto più discreto – che abbiamo
voluto mostrare nel nostro libro.
Qual è la percezione della popolazione dei paesi in guerra o occupati?
Dipende molto dalle situazioni e dal modo in cui il conflitto è stato portato
avanti. L’intervento NATO in Kossovo per proteggere le popolazioni in
pericolo, non significa necessariamente che l’azione umanitaria sia più
semplice, ma solo che può essere percepita in modo migliore dalle popolazioni
locali. Quando invece il conflitto stesso è vissuto come un’invasione
unilaterale, l’azione di un potere ostile, la legittimità delle
organizzazioni umanitarie che rientrano nella scia – o meglio nelle valigie
– degli eserciti è molto meno evidente. In questo caso, accade che le
popolazioni locali non facciano alcuna differenza tra il soldato e l’infermiere
– in entrambi i casi si tratta di un occidentale, quindi di un sostenitore di
una cultura avversa - , e che il secondo diventi addirittura ostaggio di ricatti
incrociati tra fazioni rivali. In breve, agli occhi delle popolazioni locali, l’organizzazione
umanitaria non sempre mantiene quell’aspetto di sapore umanistico che spesso
gli si attribuisce in Europa e più diffusamente in Occidente. La chiara
dimostrazione è che recentemente in Afghanistan e in Iraq alcune ONG sono state
vittime d’aggressioni e hanno dovuto abbandonare il paese, mentre in Kossovo
questo genere di problemi non si è mai presentato.
Un’altra tesi del libro riguarda la struttura gerarchica delle ONG che è
molto poco democratica. Pensate che lo stato-nazione più autenticamente
democratico debba recuperare una parte di quegli spazi politici occupati dalle
ONG?
Noi siamo convinti che lo spazio politico occupato dalle ONG sia decisamente
sopravvalutato. In realtà, varia in maniera significativa da un paese all’altro.
Questa impressione di centralità è molto legata al loro impatto mediatico e a
un certo discorso idealista sulla "società civile mondiale" che è
più una speculazione intellettuale che un fatto concreto. È vero che le grandi
ONG hanno un funzionamento più da grande impresa benefica che da associazione
democratica. Ma, nelle democrazie moderne, la legittimità non deriva dal
suffragio: ne esiste anche una forma collegata alla causa che si difende, come,
ad esempio, i diritti dell’uomo che la maggior parte delle grandi democrazie
si sono impegnate a tutelare. In questo campo, le ONG, con i loro interventi,
aiutano le democrazie a mantenere le promesse. Bisogna riconoscere loro questa
virtù.
Che peso hanno le ONG sui media e qual è la loro pressione sull’opinione
pubblica?
Il loro peso mediatico è andato crescendo negli ultimi vent’anni e quindi
anche la loro pressione sull’opinione pubblica. È innegabile. D’altronde,
questa è stata una conseguenza di strategie mirate. Come avrebbe potuto essere
altrimenti quando la maggior parte di loro dipende ancora molto strettamente da
donazioni private, quindi da forme di partecipazione relativamente attive da
parte dei cittadini? La strategia che consiste nel far provare vergogna alle
opinioni pubbliche occidentali, nel far leva sulla "colpevolezza dell’uomo
bianco", nel suscitare compassione, nell’inseguire lo scandalo ecc…, ha
un doppio vantaggio: permette di far progredire le cause intraprese e attira il
denaro. Tuttavia, la diminuzione degli investimenti del grande pubblico,
tendenza di fondo che nessuno sa come contenere, mostra anche i limiti concreti
della simpatia dell’opinione pubblica: vi si aderisce in forma di principio,
ma vi si partecipa sempre di meno. È il motivo per cui le ONG non possono far
finta di ignorare gli altri attori che possono sostenerle finanziariamente, come
gli stati, le collettività territoriali e talvolta le multinazionali.
Che rapporto esiste tra le ONG e i movimenti "no global"?
Questi rapporti sono ambigui e ancora mal documentati. Nei momenti topici del
movimento "no global", molte grandi ONG hanno pensato che non potevano
restare estranee e passive di fronte a questo fenomeno. Alcune di loro
considerando questo movimento come una concorrenza minacciosa alla loro
popolarità hanno così deciso di farsi coinvolgere dagli appuntamenti della
contestazione globale. Tuttavia, la maggior parte non condivide esattamente la
critica al liberismo che domina questo movimento, per non parlare del suo
crescente anticapitalismo. Non è impossibile che, con lo smorzarsi di questo
movimento, le grandi ONG se ne escano così facilmente come vi sono entrate. L’ora
dei chiarimenti si sta avvicinando, perché un accordo di lunga durata non può
basarsi su rapporti confusi di strumentalizzazione reciproca.
La questione delle "gouvernance" mondiali. Le ONG sono sempre più
spesso convocate dalle grandi organizzazioni mondiali (ONU; WTO; BMI; FMI ecc…)
per prendere parte alle discussioni. È vero?
È la tendenza generale. Ma non vale per tutte le istituzioni citate. Per
esempio, l’FMI intrattiene molto meno legami con le ONG della Banca Mondiale
che, sotto la presidenza di Wolfensohn e a dispetto dell’opposizione di alcuni
ambienti conservatori americani, ne ha fatto un perno fondamentale della propria
politica. In realtà, istituzioni come la Banca Mondiale o il WTO hanno bisogno,
per affermare la loro legittimità di fronte alla logica degli stati-nazione, di
una società che sia la "loro". Non bisogna mai dimenticare che sono
istituzioni "off shore", molto lontane dalla fonte di legittimità
democratica identificabile con i popoli.
Che rapporto esiste tra le ONG e gli attori del mercato, in particolare le
grandi corporazioni?
Questi rapporti sono stati a lungo inesistenti. Ma si tratta certamente dell’evoluzione
in corso più significativa. Da una parte, le ONG hanno scoperto l’economia e
il mercato. Questo significa due cose. La prima è che dopo la presa in carico
di situazioni estreme (azione caritatevole e umanitaria) o la difesa assidua dei
diritti civili e politici (Amnesty International), ci si dirige ormai verso i
diritti sociali (lavoro minorile, sviluppo responsabile…) La seconda è che si
scoprono anche nuove modalità d’azione, legate al funzionamento del mercato:
microcredito, commercio equo, fondi d’investimento etici. Dall’altra parte,
le imprese multinazionali hanno capito, da parte loro, che possono avere
interesse ad allacciare buoni rapporti con le ONG al fine di beneficiare delle
loro competenze (la lotta contro l’AIDS per esempio per imprese con personale
in Africa) o della "labelisation" (etichettatura) delle "pratiche
umanitarie" (ambiente, diritti umani e diritti sociali), oppure
semplicemente per prevenire i rischi di una campagna mondiale di boicottaggio o
di inquinamento dell’immagine del loro marchio presso i consumatori…
Si possono evidenziare differenze di ruolo, impegno e vocazione tra le grandi
e le piccole ONG? Sono in concorrenza le une contro le altre?
Abbiamo circoscritto il nostro studio al criterio del raggio d’azione:
parliamo delle ONG che hanno una portata transnazionale. Questo ci porta
naturalmente a concentrarci sulle più grandi, quelle la cui infrastruttura e
logistica rendono in grado di agire su più terreni contemporaneamente. Se le
relazioni tra il mondo delle ONG, gli stati, le grandi istituzioni
internazionali e i gruppi economici mondiali saranno chiamate a rafforzarsi,
ciò sicuramente favorirà un movimento di concentrazione tra le ONG. È questo
il motivo per cui si può immaginare che le piccole ONG si troveranno in futuro
sempre più in un rapporto di sub-appalto rispetto alle grandi che quindi
potranno apparire come una sorta di holding.
Quali sono i profili professionali sviluppatisi grazie alle ONG?
Anche il profilo delle persone che lavorano nelle ONG va ridefinendosi. Anche se
l’ethos militante non scompare, la specializzazione favorisce i
diplomati, i tecnici, gli esperti: idraulici, addetti alla logistica ecc…D’un
tratto, l’organizzazione dei rapporti tra i soci, i militanti volenterosi e i
salariati entra a far parte dei problemi più importanti che le ONG si trovano
ad affrontare oggi. D’altra parte, per potere rassicurare l’opinione
pubblica sul buon utilizzo delle donazioni, le ONG hanno adottato delle
strategie di compressione dei costi, ispirate alle tecniche manageriali più
avanzate del capitalismo mondializzato, in particolare nella
responsabilizzazione e nell’autonomia dei propri membri. Le ONG vivono in un
mondo in cui la concorrenza è viva e dove, in nome della "causa", l’investimento
personale è potenzialmente illimitato.
Quali sono le prospettive politiche per il futuro, secondo le ONG?
Le ONG non discutono mai veramente sul futuro. La loro forza deriva dalla
capacità di mobilitarsi in vista di un’azione concreta. Ma questo talvolta le
porta a limitare il proprio orizzonte alla sola azione immediata. Ecco perché
spesso si accontentano di ammonimenti pessimistici sulle catastrofi venture o di
una celebrazione un po’ forzata della "società civile mondiale"
sempre in gestazione. Ma questo non corrisponde veramente a una diagnosi
approfondita della situazione politica attuale, né a strategie per il futuro.
In realtà, se si esclude l’urgenza, le ONG mancano spesso di una strategia
ben determinata. Il principale obiettivo del nostro libro è proprio quello di
invitarle a ragionare più seriamente su questo concetto, così determinante per
il loro sviluppo.
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