Banana Yoshimoto e Paul Auster:
Noi due la vita e i romanzi
Tratto da "Micromega", luglio 2002
L´autore di Trilogia di New York e l´autrice di Kitchen
discutono di come compongono e della loro giornata tipo, del loro rapporto con i
lettori e delle relazioni tra cinema e letteratura, in un dialogo avvenuto in
Giappone e mai tradotto.
Paul Auster: "È da tre anni e mezzo che non ci vediamo, mi sembra
che sia passato un secolo! Ho letto Kitchen e l´ho trovato
interessantissimo".
Banana Yoshimoto: "In quel periodo mi ero avvicinata alle tue
opere e avevo avuto l´impressione che avessero un qualcosa di
"buddista". Volevo accertarmi che l´idea che mi ero fatta dello
scrittore corrispondesse alla realtà e così avevo deciso di incontrarti. Eri
come avevo immaginato ed ero rimasta colpita dalla tua bellissima
famiglia".
Auster: "Da allora hai avuto un enorme successo. In Inghilterra la
tua casa editrice è la stessa che pubblica i miei libri".
Yoshimoto: "Sento di avere con te un punto in comune: per quanto
possiamo scrivere in mille modi diversi e cambiare tecniche e storie, il nostro
tema rimane sempre uno solo. In questo credo che ci somigliamo".
Auster: "Io scrivo pensando sempre: "Prova, prova ad uscire dal
solito schema fisso!", ma alla fine continuo a raccontare sempre le stesse
cose. Per lo scrittore è come una specie di "impronta
digitale"".
Yoshimoto: "Il tuo tema è questo: c´è un personaggio che per una
qualche circostanza si trova ad essere in conflitto con il suo vero io. Da una
parte è alla ricerca di serenità e felicità, dall´altra si ritrova ad essere
sospinto verso una solitudine senza rimedio. La sua personalità finisce così
per scindersi. Tu descrivi questo processo..."
Auster: "La perdita di un tipo di vita normale permette di scoprire
altro, apre dentro di noi nuove prospettive".
Che processo seguite per portare a termine i vostri romanzi?
Yoshimoto: "Io non riesco a scrivere se prima non ho deciso un nome
che simboleggi la personalità dei miei personaggi. Devo decidere anche il
titolo, uno qualunque. Creo anche uno schema-tipo, il più possibile a grandi
linee, anche se in ogni caso poi me ne allontano. Ecco, questo, è il mio modo
di scrivere".
Auster: "Per me è un po´ diverso, non comincio dalla trama, ma dai
personaggi e dalle situazioni. Poi la storia si sviluppa liberamente. Mentre
scrivo mi rendo conto di quello che sto facendo. Non è, però, come muovere
delle marionette, sono io stesso ad inseguire i personaggi che compaiono nella
storia".
Yoshimoto: "Io decido chiaramente solo il finale e non lo cambio
mai. Nel percorso intermedio apporto invece molti cambiamenti".
Auster: "A me capita anche di copiare da mie opere lasciate a metà.
Mi è capitato anche di creare due romanzi da uno di novecento pagine che avevo
scritto nel corso di quindici anni. Tutte le mie opere si possono definire anche
"un solo grande libro"".
Yoshimoto: "Io scrivo quando sento di volerlo fare e affronto un
libro alla volta".
Auster: "Anch´io non scrivo due romanzi parallelamente, ma sono
molto lento e quindi non posso dire la stessa cosa di Banana".
Yoshimoto: "Io sono veloce solo nello scrivere. Quando scrivo molto
arrivo anche a trenta pagine al giorno, mentre quando scrivo poco circa tre
pagine".
Auster: "Per me tre pagine al giorno sono molte".
Che sensazione si prova quando le proprie opere vengono tradotte e lette all´estero?
Yoshimoto: "Prima vedevo i miei libri tradotti, ma non potevo
leggerli e quindi non riuscivo a rendermi conto di nulla. Quando sono andata in
Italia e ho parlato direttamente con i lettori ho capito che cosa significasse
essere tradotti".
Auster: "Io sono felice di poter arrivare al cuore di persone che
hanno un tipo di vita completamente diverso dal mio. Le mie opere sono state
usate come libri di testo in università straniere, ho ricevuto anche lettere in
cui veniva espresso a parole quello che io non ero riuscito a dire. Toccare i
cuori di lettori lontani a volte è come riuscire a cambiare loro".
Yoshimoto: "Per quanto riguarda le lettere dei lettori, se sono
giapponesi sento molta familiarità con loro. È come se fossero miei amici e
tra noi c´è un´atmosfera distesa. Mi fanno domande tipo: "Che liceo hai
frequentato?", "Hai visto quel programma in tv?". I lettori che
mi scrivono dall´estero cercano di comunicare con me con atteggiamento serio e
quindi mi rendo conto di quale sia la mia posizione. Mi fanno capire chiaramente
qual è il mio lavoro. Adesso il mio ufficio e la mia casa sono separate. La
mattina mi alzo verso le dieci, faccio una passeggiata, pulisco casa, preparo da
mangiare. Verso mezzogiorno vado in ufficio e scrivo fino a sera. Esco per
cenare e poi torno a casa in tempo per preparare la cena del mio cane. Questa è
più o meno la mia giornata tipo. Quando sono vicina al giorno di scadenza per
la fine di un libro, invece è una confusione totale".
Auster: "Per me è un po´ diverso. La mattina mi alzo presto, bevo
un caffè, accompagno mia figlia di sei anni a scuola e poi vado al lavoro. Per
pranzo vado fuori per sentire quello che si dice nel mondo. Poi scrivo fino a
sera. A casa mi aspetta la "vita reale" e quindi non mi porto lavoro
da fare. Lascio vagare liberamente il mio inconscio".
Yoshimoto: "Anch´io non lavoro mai a casa. Solo se mi capita ad
esempio di cadere per strada, o mi accade qualcosa di bello o di brutto, mi
rimane subito impresso e cerco di ricordarmelo. "Ecco, questo posso usarlo
per il mio romanzo", mi dico".
Auster: "Quando sono immerso nella scrittura, sono più sensibile
verso ciò che mi accade intorno. I piccoli fatti della vita quotidiana entrano
nelle mie opere. Scrivo immaginando un "lettore" che posso essere o
meno io stesso. In quei momenti mi impongo un dovere: scrivere con chiarezza,
non usare espressioni vaghe e forbite, evitare l´autocompiacimento".
Yoshimoto: "Anch´io creo nel mio cuore un lettore immaginario.
Ultimamente, però, mi sono resa conto che a seconda del mio modo di scrivere
riesco a cambiare la reazione dei lettori. Ad esempio ho scritto pensando:
"Voglio essere di incitamento a persone che soffrono", e invece ho
ricevuto lettere piene di tristezza. Ho pensato allora che così non andava bene
e ho cambiato leggermente modo di scrivere pensando: "Voglio rendere ancora
più allegre le persone che già lo sono". Da quel momento sono cessate
improvvisamente le lettere tristi. Per me il significato era lo stesso,
ma..."
Auster: "Io sono sorpreso da come i miei lettori reagiscano ognuno
in modo diverso. Se ci sono persone che dicono: "È un libro freddo,
scritto solo con la testa", ce ne sono altre che al contrario affermano:
"È caldo e pieno di sentimento". Le persone che sentono un mio libro
freddo, credo che non riescano a sentire la "musica delle parole". Non
hanno l´orecchio per ascoltare quello che non è scritto".
Yoshimoto: "In passato pensavo di non potere vivere senza scrivere e
la scrittura rappresentava per me un paio di stampelle su cui appoggiarmi. Ad un
certo punto ho capito all´improvviso che potevo vivere anche senza scrivere e
nonostante ciò la passione che infondevo nei miei romanzi non era diminuita.
Piuttosto, mi rendevo conto con più chiarezza di quello che volevo
scrivere".
Auster: "Non penso che voler scrivere sia una malattia o una
dipendenza. Credo che sia un lavoro per il mondo, anche se non saprei stare
senza scrivere (ride). È una strana sensazione scrivere romanzi per guadagnarsi
da vivere. A vent´anni ero arrivato a pensare di voler diventare regista
cinematografico. Anche questa volta sono venuto in Giappone su invito del mio
amico Wim Wenders. Il fatto di poter realizzare la versione cinematografica di
un libro è di per sé interessante. Anche se io credo che il romanzo rimanga
più a lungo nel cuore del lettore, come "mezzo attraverso cui passa la
realtà"".
Yoshimoto: "C´è stata la versione cinematografica di un mio
romanzo, ma il film era un qualcosa che apparteneva completamente al regista.
Dubito che lì ci fosse stato qualcosa di me..."
Auster: "È una strana sensazione, non è vero?"
Yoshimoto: "Le immagini, per quanto meravigliose, sono
tridimensionali. Quando si scrive un romanzo si hanno nella testa delle immagini
a quattro dimensioni che sono folgoranti. A parte il problema di fino a che
punto possano essere trasformate in parole, credo che non ci sia niente di
meglio delle immagini quadridimensionali che esistono dentro di noi".
Auster: "Ci sono cose che solo un film può esprimere. Ad esempio
Racconto di Tokyo di Yasujiro Ozu. Io, però, sento un libro più
"reale" di un film. Non c´è dubbio, scrivere è la cosa che voglio
fare di più al mondo".
(traduzione di Mimma De Petra)
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